Quella volta che Walt Disney rapì il Presidente degli Stati Uniti

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Immaginate la scena.
Siete un giovane progettista poco più che ventenne. Avete addosso un’uniforme cucita in fretta e furia tre ore prima, che pizzica come una colonia di formiche rosse.
Davanti a voi c’è una cloche di comando. Sotto i piedi, seicento volt di corrente continua. E seduto proprio dietro le vostre spalle c’è il futuro Presidente degli Stati Uniti d’America con la sua famiglia.

Senza scorta. Perché la scorta l’avete appena lasciata a piedi sulla banchina della stazione.

Panico? No, molto peggio: Disneyland, 14 giugno 1959.
Oggi viviamo nell’era dei protocolli a prova d’idiota, dei risk assessment preventivi e delle riunioni su Teams per decidere di che tonalità debba essere la muffa del pane. Se un bullone non ha tre certificazioni ISO e la benedizione dell’algoritmo, non si muove una foglia.

Nel 1959 le cose funzionavano diversamente. Funzionavano a caffeina, nastro isolante e una meravigliosa, folle dose di incoscienza umana. L’eroe (o la vittima designata) di questa storia si chiama Bob Gurr.
Per chi mastica la storia dell’intrattenimento, Bob è una leggenda vivente dell’Imagineering Disney. Quella domenica mattina, però, era solo un ragazzo terrorizzato che pregava tutti i santi del calendario industriale affinché la sua creatura non prendesse fuoco in mondovisione.
Il suo compito era guidare il nuovissimo treno della monorotaia – il Monorail Red – fuori dalla stazione di Tomorrowland per permettere alle telecamere della TV nazionale di inquadrarlo. Tutto qui.

Un dettaglio insignificante: nei giorni precedenti, quel maledetto treno si era rotto ogni singolo giorno.

Bob e un ingegnere tedesco, Konrad Deller, non dormivano da settimane. Cenavano al volo all’hotel del parco, salivano in camera a tracciare schizzi a mano libera dei pezzi di ricambio, caricavano i disegni su un furgone a mezzanotte diretto alle officine di Burbank e la mattina dopo montavano i pezzi freschi di tornio.

Il treno aveva completato il suo primissimo giro senza guastarsi solo la sera prima dell’inaugurazione. Il piano di Bob era cristallino: fare dieci metri a passo d’uomo, regalare l’inquadratura alla televisione e poi tirare il freno. Se dopo fosse esploso, chissenefrega. I cameraman avevano il loro shot.

Poi, l’imprevisto.

Spunta Walt Disney. E non è da solo.

Al suo fianco c’è Richard Nixon – all’epoca Vicepresidente in carica degli Stati Uniti d’America –, accompagnato dalla moglie e dalle figlie Julie e Tricia. Dietro di loro, un plotone di agenti del Secret Service con le mascelle contratte e l’aria di chi vede minacce anche dentro i popcorn. Tutti salgono a bordo per rinfrescarsi con l’aria condizionata della cabina. Tutti tranne la sicurezza del parco e, soprattutto, gli agenti federali. Walt si gira verso Bob. Sfodera quel sorriso sornione da visionario impunito e butta lì due parole: «Let’s go!». Bob non ha il coraggio di contraddirlo. Accende i motori a 600 volt. Chiude le porte.

Parte.

Il Secret Service resta a terra.

Letteralmente piantato sul binario a guardare la seconda carica dello Stato che scivola via a mezz’aria dentro un siluro rosso fiammante.

Nixon si volta, vede i suoi guardaspalle impietriti oltre il vetro e scoppia a ridere. Chiunque sia stato alla Casa Bianca sa che i presidenti passano il loro mandato cercando disperatamente di seminare la scorta; Nixon c’era appena riuscito senza muovere un dito. Bob Gurr, invece, non ride per niente. È al volante con il sudore freddo che gli scivola lungo la schiena, indeciso se temere di più un corto circuito o l’arresto immediato per alto tradimento.

Finisce il primo giro. Miracolo: nessun fumo, nessun botto. Bob comincia a rallentare. Vede la stazione avvicinarsi e già pregusta il sollievo di scendere da quella trappola e farsi una doccia fredda.

Ma le figlie di Nixon iniziano a saltellare sui sedili: «Ancora! Vogliamo fare un altro giro!».

Walt si volta verso la cabina: «Bobby, fagli fare un altro giro».

In quell’istante esatto, gli agenti del Secret Service vedono il treno rallentare e partono all’attacco. Uomini adulti in completi di sartoria grigi che corrono a rotta di collo lungo la banchina, gesticolando come ossessi e cercando di aggrapparsi alle maniglie delle porte sigillate. Una comica muta con le pistole d’ordinanza sotto la giacca.

Bob guarda lo specchietto retrovisore. Vede gli agenti che si lanciano in corsa. Guarda Walt: sopracciglia alzate, sguardo da bambino davanti al regalo di Natale. Quando Walt Disney era in quello stato d’animo, non c’era codice penale che tenesse. Bob spinge in avanti la cloche.

Accelera.

E semina i servizi segreti per la seconda volta.

Del secondo giro Bob non ricorderà assolutamente nulla. Amnesia totale da panico puro.

Quando finalmente la monorotaia si ferma al capolinea, Walt, Nixon e le figlie scendono a piedi lungo la rampa con nonchalance principesca, confondendosi tra la folla festante.

E gli agenti? Salgono e si siedono sui vagoni del treno ormai vuoto, con il fiatone e lo sguardo perso nel vuoto. Non si erano nemmeno accorti che il loro uomo era sceso e stava già firmando autografi tra le giostre.

Tecnicamente e legalmente si era trattato di un rapimento ai danni della seconda carica dello stato. Ma non c’era nessun piano strategico. Nessuna parola d’ordine del giorno. Zero protocolli. Solo Walt che voleva far divertire due bambine.

Vignetta satirica in stile comic con Walt Disney e Richard Nixon sul trenino monorotaia a Disneyland nel 1959

Se una cosa del genere succedesse oggi, avremmo tre giorni di edizioni straordinarie al telegiornale, l’apertura immediata di una commissione d’inchiesta del Congresso e il tribunale dell’inquisizione sui social, con migliaia di esperti di sicurezza da tastiera pronti a spiegare a colpi di tweet come si gestisce un perimetro tattico.

Oggi siamo in un recinto di regole asfissianti, spesso scambiando il controllo maniacale per efficienza e la sterilità per sicurezza. Salvo poi donare generosamente la nostra intera vita a qualche algoritmo.

Eppure, le storie che meritano davvero di essere ricordate nascono quasi sempre da una fiammata di sana incoscienza. Da un manipolo di artigiani che piega il metallo di notte in una stanza d’albergo, e da un genio ribelle che decide di calpestare il copione per regalare un pizzico di magia in più.

C’era carne, c’era vita, c’era coraggio in quel pasticcio.

La prossima volta che qualcuno vi presenterà un grafico dicendovi che la realtà va vissuta a norma di legge e a prova di rischio, pensate a Bobby Gurr che dà gas in faccia alla scorta della Casa Bianca.

La prudenza preserva la buccia. Ma è l’audacia che si gode la polpa.

Cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la rapisco a bordo di una monorotaia.

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