Hai proprio un bel Piano B!

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«Brucia le navi.»

È il ritornello preferito dei santoni della motivazione da tastiera. Quelli che pontificano su LinkedIn spiegandoti che se tieni un paracadute nello zaino, in realtà stai solo programmando il tuo fallimento. La retorica del tutto o niente: devi avere fame, vietato avere un piano b, devi rischiare l’osso del collo a ogni curva, devi rifiutare qualsiasi alternativa per dimostrare quanto vali davvero.

L’adrenalina ha una sua logica innegabile. Trovarsi con le spalle al muro costringe a tirare fuori risorse che si credevano sepolte, azzera le esitazioni e impone una concentrazione totale.

Poi, però, arriva la realtà quotidiana.

Arrivano le scadenze ordinarie, le bollette da pagare, gli affitti o i mutui che a fine mese bussano puntuali. Ed è qui che la favola dell’artista puro che si nutre solo di sogni comincia a mostrare le sue crepe.

Il rischio del compromesso al ribasso

Nel mondo della creatività e della musica vedo spesso consumarsi un dramma silenzioso.

Quando trasformi la tua passione più viscerale nell’unica fonte di sostentamento senza avere ancora le spalle larghe, il rischio di vederla svuotata è altissimo. Se ogni singola nota deve servire a mettere insieme il pranzo con la cena, diventa difficilissimo dire di no a compromessi svilenti. Si finisce per piegare il proprio gusto ai capricci degli algoritmi, ad accorciare i brani per timore dello skip nei primi cinque secondi, ad accettare contesti deprimenti pur di portare a casa il compenso.

La disperazione economica rischia di essere un freno pesante per la ricerca artistica. L’urgenza della sopravvivenza ti costringe a rincorrere ciò che funziona subito, lasciando da parte la sperimentazione, il rischio e la complessità.

La narrazione trionfale dell’eroe solitario che sfonda dormendo in un furgone celebra l’unico che ce l’ha fatta, lasciando nell’ombra le migliaia di persone che lungo quella strada hanno perso sia l’indipendenza economica, sia l’amore originario per quello che facevano.

Quando il Piano B apre strade impreviste

La storia dimostra che avere una professione solida alle spalle o cambiare rotta in corsa non equivale automaticamente a una resa. Anzi, a volte è il terreno fertile su cui nasce qualcosa di irripetibile.

Prendiamo Charles Ives, una delle figure più radicali e innovative della musica del Novecento. Ha introdotto poliritmie e dissonanze decenni prima che diventassero prassi nell’avanguardia. Eppure Ives per tutta la vita ha gestito un’importante agenzia di assicurazioni a New York. Un professionista stimato, immerso nei numeri. Quando gli chiedevano perché non vivesse solo delle sue partiture, la sua risposta era disarmante per onestà: spiegava che pretendere di mantenere la propria famiglia esclusivamente con la composizione avrebbe finito per rovinare la musica stessa, costringendola a diventare un prodotto di consumo immediato. La sua carriera aziendale ha protetto le sue partiture da qualsiasi calcolo di convenienza.

Oppure pensiamo a T.S. Eliot, che ha scritto alcune delle pagine più vertiginose della poesia moderna mentre lavorava come impiegato alla Lloyds Bank di Londra. Perfino quando alcuni amici gli offrirono una colletta per permettergli di dedicarsi solo alla scrittura a tempo pieno, preferì declinare: quell’occupazione ordinaria gli dava un baricentro, sottraendolo all’ansia di dover produrre testi su commissione per sbarcare il lunario.

E accade lo stesso anche nell’innovazione: nel 2009 un team di programmatori investì anni di fatiche su un videogioco online chiamato Glitch. Il progetto fu un buco nell’acqua completo. Per coordinarsi a distanza, però, quegli stessi sviluppatori avevano creato una piccola piattaforma di messaggistica interna per scambiarsi file e note senza fronzoli. Quel semplice strumento di supporto, nato come ripiego operativo, si chiamava Slack. Il piano originario era fallito, l’infrastruttura di scorta ha cambiato il modo di lavorare di milioni di persone nel mondo.

vignetta in stile Comic con Charles Ives e T.S. Eliot impegnati nel loro piano b

La mia scelta (e il prezzo che pago volentieri)

Io non sono Charles Ives e non ho creato Slack. Lavoro nel mondo dell’acciaio e della distribuzione industriale. Una realtà pragmatica, fatta di numeri, clienti, responsabilità concrete e ritmi serrati.

Non pretendo che la mia impostazione sia la formula magica per chiunque, né che sia una medaglia da appuntarsi al petto. È semplicemente il patto che ho stretto con me stesso.

Scegliere di mantenere una professione parallela non è una passeggiata comoda: ha un costo evidente. La vera fatica non sta nell’inventare melodie, ma nel trovare l’energia residua dopo una giornata impegnativa. Significa mettersi davanti allo schermo e imbracciare la chitarra quando il corpo chiederebbe solo riposo, difendendo le ore creative dalla stanchezza e dagli imprevisti.

In cambio di questa fatica, ottengo una cosa per me impagabile: non devo rendere conto di niente a nessuno.

Se decido di lavorare per settimane a un passaggio progressive ostico, a una suite dilatata o a una trama sonora lontanissima da qualunque logica commerciale, posso farlo. Non devo verificare le tendenze di Spotify, non devo preoccuparmi della commerciabilità del pezzo, non devo chiedere il permesso a nessun editore. Finanzio i miei strumenti, gestisco i miei tempi e mantengo la musica nel suo spazio più pulito: quello della passione pura.

Il termometro per capire se una traccia funziona diventa un fatto intimo. Cerco quel piacere sottile, quasi egoistico, di riascoltare una sequenza in cuffia e sentirla vibrare fin dentro le ossa. Sapere che mi appartiene fino all’ultimo dettaglio. Se smuove qualcosa in me dopo ore passate a limare frequenze e cesellare dinamiche, ha già raggiunto il suo scopo. Tutto il resto — l’ascolto distratto di chi passa o l’indifferenza del mondo esterno — viene dopo.

Una bussola, non un dogma

Ognuno deve trovare il proprio equilibrio. C’è chi ha l’ardore, il talento o le circostanze adatte per buttarsi a capofitto in un’unica direzione, accettando qualsiasi rischio, e merita massimo rispetto per questo.

Per quanto mi riguarda, considerare il piano B come un ripiego per persone senza coraggio è una semplificazione che non fotografa la realtà. Un’alternativa solida diventa una gabbia solo se la trasformi in un alibi per smettere di creare; usata con coscienza, è invece un presidio a difesa della propria autenticità.

Non è questione di eroismo o di paura. È semplicemente capire che cosa siamo disposti a barattare lungo il cammino, tenendo a mente che la bellezza, per restare viva, ha bisogno di essere protetta.

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