La parabola del pelapatate (o di come rischiai la scomunica per un’eresia orizzontale)
Avrò avuto sette, forse otto anni. Era un mezzogiorno di una domenica qualunque, di quelle che negli anni ’80 profumavano di caffè d’orzo e Domenica Sportiva a tutto volume. Come da consuetudine, il pranzo volgeva al termine con il rito della frutta: qualche mela al centro del tavolo e mia mamma che, con pazienza certosina, sbucciava spicchi per tutti.
Poi, come un fulmine a ciel sereno tra un bicchiere d’acqua e l’attesa del mio spicchio, arrivò la sentenza! Mio padre, mettendo su un piglio da tribunale supremo, pronunciò il verdetto:
“È ora che impari a sbucciarti la mela da solo. Troppo comodo trovarsi sempre la pappa pronta!”
Un colpo di scena teatrale. Pensai immediatamente ad una prova di maturità degna dei riti d’iniziazione delle tribù indigene dell’Amazzonia, quelle di cui mi raccontava con voce solenne il mio grande amico Piero Angela dalla TV.
Mia mamma provò subito a stendere una rete di salvataggio: “Guarda come faccio io”. L’intenzione era nobile, ma la teoria mi era chiarissima dopo anni di osservazione passiva. Il problema insormontabile era la pratica.
Impugnai un coltello da tavola — fortunatamente spuntato, riducendo a zero le probabilità di finire al pronto soccorso — e selezionai la vittima dal cesto. La più piccola e indifesa.
- Dividere la mela a metà: operazione riuscita. ✅
- Ridurla in quattro quarti: superato anche questo scoglio. ✅
- Primo attacco alla buccia: incisione troppo superficiale, scivolata a vuoto. ⛔
- Secondo attacco: tac! Spicchio spezzato in due. ⛔
Mi concentrai.
Ogni millimetro di buccia che riuscivo ad asportare si portava dietro interi centimetri di polpa commestibile. Più tentavo di essere preciso, più trasformavo un frutto prelibato in un nucleo massacrato e irriconoscibile.
Attorno a me, il pubblico reagiva in base alla propria natura:
- Mio padre osservava la scena con il suo classico sguardo accigliato.
- Mia mamma mi fissava con un misto di tormento e compassione materna.
- Mia sorella di due anni trovava lo spettacolo spassosissimo e rideva come una pazza, tendendo le sue manine come per dire “Dai qua che ci penso io”.
- Mia nonna aveva palesemente iniziato una novena silenziosa sotto la tovaglia.
Distrutto il primo quarto e ridotto in poltiglia il secondo, mi fermai.
L’Epifania
In quel preciso istante avvenne quello che nei film di Hollywood e in Quattro Ristoranti viene mostrato con il tempo che si blocca, mentre attorno al protagonista iniziano a fluttuare schemi vettoriali, formule matematiche e lucine colorate. E per un attimo mi sentii Gene Wilder in Frankenstein Junior: “Si… può… fareee!”.
Mi alzai in silenzio, camminai verso il cassetto delle posate e ne estrassi un oggetto dimenticato dai teorici della sbucciatura classica: il pelapatate.
Tornai al mio posto e, con la freddezza di un chirurgo, iniziai l’operazione. La lama scivolava che era una meraviglia. La buccia veniva via in un nastro continuo, millimetrico, senza sprecare un solo grammo di polpa. In meno di un minuto mi trovai davanti due quartini di mela sbucciati a regola d’arte, perfetti, pronti per essere gustati. Pelapatatati alla perfezione.
Alzai gli occhi sfoggiando un sorriso a 74 denti, fiero di aver risolto un problema ingegneristico complesso con un colpo di genio.
L’accoglienza, tuttavia, fu gelida.
- Mia mamma mi guardava tra l’allibito e il disorientato.
- Mia sorella piangeva perché avevo interrotto quello che riteneva un gioco divertente.
- Mia nonna mi fissava come se avessi appena evocato un’entità demoniaca, stringendo forte tra le mani la corona del rosario.
- Mio padre rimase in un silenzio tombale per un tempo infinitamente lungo, mentre il mio labbro inferiore iniziava a tremare.
Poi arrivò il verdetto paterno:
“Ricordati che nella vita le scorciatoie non pagano. Bisogna imparare a fare le cose come vanno fatte!”
“Come Dio comanda!”, chiosò mia nonna alzando la mano per mostrare il rosario.

Dal tavolo di casa alle competenze orizzontali
A distanza di oltre quarant’anni, ripenso spesso a quel pranzo e a quella mela massacrata. In quel momento, attorno al tavolo di casa, si consumò uno scontro culturale epocale tra due visioni del mondo.
Mio padre e mia nonna erano i custodi di un’ortodossia rigorosamente verticale (I-Shaped): nella loro visione, per ogni problema esiste una sola ed esclusiva strada canonica — la mela si sbuccia col coltello da frutta, la patata si pela col pelapatate — e se nel processo rovini la polpa o ti sbucci un dito, pazienza: fa parte del prezzo da pagare per imparare la disciplina.
Il mio gesto di sette anni era invece la primissima ed embrionale manifestazione di quello che oggi chiamiamo pensiero laterale e contaminazione di competenze orizzontali. Invece di fissarmi sulla tecnica ortodossa del coltello, puntavo dritto all’obiettivo finale: la mela intatta. Piuttosto che interpretare la deviazione dalle regole come una pigra scorciatoia, ci leggevo un’ottimizzazione logica. E non ero disposto ad accettare lo spreco di risorse pur di rispettare la prassi: preferivo preservarle attraverso l’ibridazione degli strumenti.
Senza saperlo, applicai il principio del cross-domain problem solving: presi uno strumento nativo di un determinato contesto — i tuberi — e lo trasferii in un ambito apparentemente estraneo — la frutta — per risolvere un’inefficienza di processo.
Oggi il mondo del lavoro sta finalmente capendo ciò che a me parve chiarissimo già nel 1980. Le competenze strettamente verticali sono indispensabili per compiti di pura esecuzione, ma rischiano di mostrare il fianco di fronte a imprevisti o a contesti dinamici. Al contrario, chi possiede uno sguardo ampio — chi coltiva interessi variegati, chi frequenta mondi diversi e sa connettere discipline apparentemente distanti — porta con sé un cassetto pieno di “pelapatate”: strumenti presi in prestito da altri settori che permettono di risolvere problemi complessi dove la sola tecnica tradizionale continua a strappare via troppa polpa.
Quella che mio padre definì una “scorciatoia da scansafatiche” era in realtà una dimostrazione precoce di efficienza e visione d’insieme.
Se potessi viaggiare indietro nel tempo fino a quel pranzo di quarantacinque anni fa, rassicurerei mia nonna sulla salvezza della mia anima. E a mio padre direi con un pizzico di orgoglio: “Tranquillo papà: il coltello è perfetto per chi ha la tua esperienza. Io sto solo usando un po’ d’ingegno per non sprecare la polpa mentre imparo.”
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
