Prendi i soldi e scappa
C’è una scena che si ripete sempre uguale, cambiano solo i nomi degli attori e l’entità degli zeri. Prima la festa, poi la sbornia, infine il conto salato pagato da chi non era nemmeno seduto al tavolo. SpaceX ha appena messo in scena questa parabola con una precisione quasi didattica, ed è difficile smettere di guardarla: orribile, ma impossibile staccare gli occhi.
Il debutto più grande della storia
Partiamo dai numeri, perché qui i numeri fanno più male di qualsiasi aggettivo. Il 12 giugno 2026 SpaceX è arrivata a Wall Street con l’IPO (Offerta Pubblica Iniziale, n.d.r.) più grande di sempre: prezzo fissato a 135 dollari per azione, per una raccolta monstre di oltre 85 miliardi di dollari. Il titolo ha aperto le danze con un balzo del 19,34%, portando la capitalizzazione oltre i 2.000 miliardi di dollari in un solo giorno.
Non è finita lì. Nei giorni successivi l’euforia si è trasformata in delirio collettivo: il titolo ha toccato un massimo intraday di oltre 225 dollari, con una capitalizzazione che ha lambito i 2.950 miliardi, superando persino Microsoft per qualche ora e scalzando Amazon dal podio delle società più preziose al mondo.
Parliamo di un’azienda che — va ricordato — produce ancora perdite significative, alimentate anche dalle recenti acquisizioni miliardarie di X e xAI. Quando il protagonista si chiama Elon Musk, però, i bilanci diventano dettagli: l’ammirazione ipnotica per il personaggio ha fatto il resto.
Poi, come previsto, il tonfo
Ed ecco la parte che nessuno racconta con lo stesso entusiasmo del lancio. Il 15 luglio il titolo è sceso per la prima volta sotto il prezzo dell’IPO, i famosi 135 dollari. Da lì la discesa non si è più fermata: al 23 luglio le azioni valevano attorno ai 111-118 dollari, un crollo di quasi il 48% dal picco di giugno, con oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione volatilizzati in poco più di un mese.
Persino la quota personale di Musk, sulla carta, è passata da 1.200 a 780 miliardi di dollari. Quattrocento miliardi scomparsi in un click, mentre lui probabilmente continuava a twittare sui suoi razzi come se niente fosse.
C’è chi minimizza, sostenendo si tratti di un semplice problema tecnico: flottante iniziale scarsissimo, acquisti forzati da parte dei fondi indicizzati che dovevano inserire il titolo nel Nasdaq-100, quindi un riassestamento fisiologico piuttosto che un giudizio sul business reale dell’azienda. Può essere vero. Resta però un dato di fatto: mentre gli analisti litigano sulle cause, milioni di piccoli risparmiatori sono entrati proprio in quei giorni di follia, comprando ai massimi il sogno di cavalcare il prossimo Musk. E adesso si ritrovano con il portafoglio decurtato della metà.
Il vero colpo di scena arriva in agosto
Qui sta il passaggio che rende tutta la vicenda ancora più cinica di quanto sembri, e che pochi hanno davvero compreso. Dopo la pubblicazione della prima trimestrale, prevista per il 4 agosto, scadrà il lock-up che oggi blocca la vendita delle azioni possedute da dipendenti e primi investitori. Da quel momento, azioni per un valore stimato di oltre 100 miliardi di dollari potranno essere riversate sul mercato.
Chi non potrà vendere subito è proprio Musk: il suo lock-up personale è fissato a 366 giorni, dunque resterà “in trappola” con le sue azioni per un anno intero. Il che non lo rende affatto una vittima: significa soltanto che il colpo grosso, quello vero, lo faranno i dipendenti storici e i venture capitalist entrati nei round precedenti. Ovvero chi ha avuto la fortuna (o l’informazione giusta) di stare dentro prima che il pubblico generalista scoprisse il nome SpaceX su un’app di trading.
Il piccolo investitore arriva sempre ultimo alla festa e primo al conto.
Trump e il post che vale miliardi
E se SpaceX sembrava un caso isolato, ecco un tassello che completa perfettamente il quadro. Da agosto 2026 Trump Media & Technology Group lancerà un servizio, chiamato Truth Api, che venderà a banche e fondi d’investimento l’accesso “in anteprima” — pochi millisecondi prima del pubblico — ai post di dieci account selezionati su Truth Social, incluso quello del presidente Trump in persona.
Vale la pena fermarsi un secondo a pensare a cosa significa davvero. Il presidente degli Stati Uniti, consapevole di come le sue parole possano far oscillare i mercati di decine di miliardi di dollari, decide di monetizzare direttamente quella capacità, vendendo a chi può pagare il privilegio di reagire prima di tutti gli altri. Il conflitto d’interessi è palese: la famiglia Trump controlla circa il 41% della società che gestisce questo servizio. Siamo andati ben oltre l’insider trading consumato nell’ombra: questo è insider trading in abbonamento premium, rilasciato con regolare fattura.

Come ci siamo arrivati (e perché ci piace così)
Ed eccoci alla domanda vera, quella che brucia più di tutti i numeri: perché continuiamo a concedere questo potere a personaggi come Musk o Trump, e perché lo facciamo con un sorriso, quasi con gratitudine?
La risposta scomoda è che non si limitano ad abbindolarci: siamo noi a chiedere il permesso di essere ingannati. Costruiamo attorno a queste figure un’aura quasi mistica, li trattiamo come oracoli capaci di prevedere il futuro, e poi ci sorprendiamo quando usano quella fiducia per prosciugarci le tasche in modo perfettamente legale.
È lo stesso meccanismo psicologico della dipendenza collettiva dagli schermi: si continua a definire “immaturi” i ragazzi sotto i 16 anni mentre gli adulti restano incollati ai loro feed, incapaci di staccarsi anche quando sanno che fa male. Con la finanza è identico: si conosce perfettamente la natura del sistema, strutturato per premiare chi sta già dentro e punire chi arriva tardi, eppure si continua a giocare, sperando di essere per una volta i furbi della stanza.
C’era un mio racconto, Etere, che parlava già di questo: la storia di un uomo che con un solo gesto potrebbe spegnere il mondo. Lì il problema di fondo risiede interamente in noi: quel potere sconfinato glielo abbiamo consegnato su un piatto d’argento, uno smartphone e un like alla volta. SpaceX e Truth Api rappresentano la declinazione finanziaria di quello stesso incubo: si prendono esattamente ciò che gli offriamo noi stessi, convinti che stavolta saremo noi a sbancare.
Che schifo, verrebbe da dire. E si potrebbe aggiungere: che schifo bellissimo, perfettamente congegnato, che continuerà a essere comprato finché qualcuno non smetterà di venderlo — cioè, probabilmente, mai.
La finanza narrativa moderna sostituisce i tradizionali fondamentali di bilancio con l’impatto mediatico dei personaggi carismatici. Attraverso la gamification del trading e la FOMO (paura di rimanere esclusi), i piccoli risparmiatori acquistano azioni al culmine dei rialzi, subendo svalutazioni quando gli insider e i primi investitori monetizzano alla scadenza dei vincoli di lock-up.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
