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Etere: il racconto di un uomo che potrebbe spegnere il mondo.

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Ci sono momenti in cui la tecnologia smette di sembrare neutra e comincia a somigliare a uno specchio.

Questo racconto nasce da lì: dalla dipendenza digitale, dalla normalizzazione della guerra e da quel silenzio inquietante che arriva quando capisci quanto sia fragile il mondo che chiamiamo normale.

ETERE

Le dita sulla tastiera fanno meno rumore del dovuto.
È questa la prima cosa che noto.
Dovrebbero tremare, esitare, tradirmi in qualche modo. Invece no. Si muovono con una calma quasi offensiva, come se quello che sto per fare fosse una faccenda amministrativa. Una pratica. Un lunedì qualsiasi.

Fuori dalla finestra il mondo continua a fare il mondo.
Qualcuno litiga, qualcuno porta giù il cane, qualcuno scrolla un video idiota convinto di stare scegliendo qualcosa. Io, intanto, sono qui. In questa stanza troppo ordinata, davanti a questo schermo troppo pulito, con il riflesso della mia faccia che sembra quello di uno che ha dormito poco e pensato male.

Sul monitor c’è Etere.

Il nome mi è venuto una notte di quelle in cui il cervello non collabora ma insiste. Volevo qualcosa che suonasse leggero. Invisibile. Quasi sacro. Una parola elegante per una cosa indecente.
Per mesi ho lavorato dentro il silenzio, con la pazienza dei monaci e l’equilibrio mentale di un fiammifero acceso. Ho cucito insieme logica, rabbia, metodo, insonnia. Ho tolto tutto il superfluo fino a lasciare solo il nucleo. Una creatura pulita. Perfetta. Una chiave che non apre porte: convince le serrature a vergognarsi di essere esistite.

La guardo.
Lei guarda me.

C’è un momento, sempre, in cui le idee smettono di essere idee e diventano responsabilità. È il momento più sporco. Prima puoi ancora raccontartela: sto riflettendo, sto ipotizzando, sto facendo filosofia con il supporto di un computer costoso. Poi arriva un istante piccolo, ridicolo, quasi comico, in cui capisci che basta un dito. Un dito e il pianeta entra in una stanza con te.

Il cursore lampeggia.

Sembra impaziente.
Sembra vivo.
Sembra avere più fiducia di me.

Non ho costruito Etere per distruggere il mondo. Questa è la bugia che mi racconto da settimane, e come tutte le bugie buone contiene un nocciolo di verità. Non voglio la distruzione fine a se stessa. Non mi interessa vedere il globo in ginocchio come un cattivo da cinema con il gusto infantile del bottone rosso.

Io voglio interrompere il rumore.

Voglio mettere una mano sulla nuca della civiltà e costringerla, per una volta, a guardarsi allo specchio. Voglio una cura d’urto per questa specie sedata a colpi di distrazione, propaganda, profitto e luce blu in faccia fino alle due del mattino. Voglio far male a qualcosa di enorme perché da troppo tempo il dolore è distribuito male: sempre in basso, sempre sugli stessi, sempre lontano dai salotti dove si decide il prezzo delle guerre e il valore dell’attenzione umana.

È una giustificazione?
Sì.
È anche la verità?
Purtroppo sì.

Alle 11:59 respiro con la bocca aperta.
Fa ridere, come dettaglio. Uno pensa alla grande rivolta digitale, alla guerra privata di un uomo contro il sistema, e poi la realtà si presenta con la sua poesia da discount: io, in una stanza, che dimentico perfino come si inspira con dignità.

11:59:32

Lo guardo.

11:59:41

Appoggio l’indice sul tasto.

11:59:49

Per un istante penso a mia madre. Non per ragioni nobili. Per istinto. Quando stai per attraversare una soglia irreversibile, il cervello tira fuori le cose essenziali e le cose inutili senza nessun ordine. Vedo sua mano sulla maniglia di una porta di tanti anni fa. Vedo il sole su una tovaglia. Vedo me che ancora credevo che il male fosse rumoroso e il bene avesse una forma riconoscibile.

11:59:58

Poi smetto di pensare.

E premo.

Fase 1: Il Grande Silenzio

A mezzogiorno il mondo non esplode.
Sarebbe stato quasi rassicurante.

No, il mondo tossisce.

È una cosa più sottile, più umiliante. Un colpo secco all’apparenza, una crepa nel ritmo. Instagram si inchioda. TikTok non carica. Facebook diventa una stanza vuota piena di mobilio vecchio. X smette di sputare sentenze come un ubriaco al bancone. Gli aggiornamenti falliscono. Le notifiche si seccano. I feed si congelano con l’espressione idiota di chi è stato interrotto mentre parlava troppo.

Per qualche secondo non succede niente di visibile.
Poi succede tutto insieme.

Lo vedo dai monitor secondari, dai log, dai picchi, dalle mappe che si accendono come febbri. Lo vedo soprattutto immaginandolo. La parte più feroce del potere, oggi, non è fare le cose. È saperle immaginare mentre accadono altrove.

Penso ai pollici che continuano a scorrere su schermi morti.
Penso alle sopracciglia che si stringono.
Penso alla piccola astinenza mondiale travestita da “dev’esserci un problema di rete”.

Il bello arriva dopo.

Dopo sette minuti il panico cala di una tacca.
Dopo dodici, l’ossessione comincia a sembrare ridicola perfino a chi la sta vivendo.
Dopo venti, qualcuno alza la testa.

Una coppia in un bar.
Un ragazzo seduto sul tram.
Una donna in sala d’attesa.
Tre amici che non sanno più dove guardare e alla fine, per disperazione, si guardano davvero.

Per un’ora intera il rumore di fondo sparisce.
Niente balletti verticali, niente indignazioni prefabbricate, niente pornografia dell’ego spacciata per espressione personale. Solo il fastidio nudo di trovarsi nel mondo senza anestesia.

Mi accorgo che sto sorridendo.
La cosa mi disgusta un po’.

Perché questo è il primo punto in cui la fantasia morale si stacca dalla carne vera dei fatti. Io mi ero raccontato un gesto simbolico. Quasi poetico. Una frattura benefica. Una pausa imposta a fin di bene, come se il bene avesse davvero bisogno di essere imposto da uno con occhiaie da santo fallito e un Mac acceso sul tavolo.

Poi arrivano le prime immagini dalle televisioni locali, dai circuiti di emergenza, dalle telecamere cittadine. Gente che urla. Gente che ride nervosamente. Gente che accusa governi, hacker russi, cinesi, americani, rettiliani, mercurio retrogrado.
Il mondo, anche quando si ferma, non rinuncia al proprio talento per la stupidità.

Eppure sotto la stupidità sento altro.
Uno spazio.
Un vuoto improvviso.
Un silenzio che nessuno aveva ordinato da anni.

Un’ora sola.
Sessanta minuti rubati alla schiavitù volontaria.

Quando i server tornano su, il mondo tira un sospiro di sollievo che somiglia parecchio a una ricaduta.

Io invece resto fermo.

Perché ormai ho capito la cosa peggiore:
Etere funziona.

Fase 2: La Frequenza della Pace

Alle 14:57 ho le mani fredde.

Non per paura dell’insuccesso. Quella paura è morta a mezzogiorno. Adesso ne ho un’altra, molto meno elegante: la paura che il successo mi stia piacendo.
È un pensiero disgustoso. Quindi naturalmente è un pensiero vero.

Alle 15:00 precise entro nei flussi televisivi globali.

Non c’è gloria in questo passaggio. Nessun virtuosismo da romanzo techno-thriller. Solo precisione, pazienza e quel tipo di concentrazione che ti rende improvvisamente allergico a ogni rumore del corpo: il sangue nelle orecchie, la lingua contro i denti, perfino il peso delle palpebre.

Uno dopo l’altro, i segnali si piegano.

Un talk show.
Una partita.
Un notiziario.
Una televendita abbastanza oscena da meritarselo.
Un predicatore con l’abbronzatura sbagliata.
Una rete locale.
Una nazionale.
Un continente.
Poi un altro.

Tre secondi di nero.

Tre secondi sono un’eternità, quando il mondo è abituato a riempire anche il respiro con contenuti.

Poi appare il messaggio.

STOP WARS

Nient’altro.

Nessuna firma.
Nessuna bandiera.
Nessuna ideologia pronta da mettere in vetrina.
Solo quelle due parole nude, tradotte in ogni lingua, come uno schiaffo che si prende la briga di essere comprensibile a tutti.

Immagino i salotti. I bar. Gli aeroporti. Le hall degli hotel dove la gente guarda i conflitti come un sottofondo tra il meteo e lo sport. Immagino i governi che si affrettano a definire il gesto “terroristico” con quella rapidità con cui il potere riconosce solo i crimini che non controlla. Immagino gli editorialisti gonfiarsi come rospi istituzionali, pronti a spiegare al pubblico la complessità del mondo con il tono di chi confonde la complessità con la vigliaccheria.

Ma per qualche secondo nessuno parla.

Ed è questo il punto.

Per qualche secondo la macchina della narrazione si interrompe.
La guerra esce dal packaging.
Resta lì, nuda, oscena, senza colonna sonora, senza grafica, senza esperto collegato da uno studio elegante a dirti che sì, è terribile, ma vedi, ci sono equilibri geopolitici.

No.

Per tre secondi di buio e due parole bianche il pianeta ricorda una cosa semplicissima: le guerre andrebbero spente. Non commentate. Non analizzate come un derby. Spente.

Mi viene da ridere.
Una risata secca, brutta.

Perché ho appena compiuto un gesto enorme per dire una cosa che dovrebbe stare già nel corredo base dell’essere umani. E invece eccoci qui: serve violare il sistema nervoso dell’informazione globale per ricordare a una specie che massacrare i propri figli è una pessima abitudine.

Questo non mi rende un salvatore.
Mi rende solo il sintomo di una malattia molto vecchia.

Fase 3: Il Congelamento dell’Oro

Alle 18:00 il sole comincia a mollare la presa, ma i palazzi finanziari no.

Sono loro, in fondo, il vero culto del nostro tempo. Altro che spiritualità. Il tempio contemporaneo ha il vetro blindato, l’aria condizionata e persone vestite da funerale di lusso che parlano in percentuali. Lì dentro si decide cosa vale, chi conta, chi può aspettare e chi invece può tranquillamente morire con discrezione purché non disturbi l’indice di mercato.

Entro nei sistemi bancari con una lucidità che mi fa paura.

Qui non c’è spazio per l’estetica. Solo struttura. Solo nodi. Solo dipendenze. Il denaro digitale ha una fragilità quasi pornografica: si sente eterno finché nessuno tocca la presa giusta. Poi all’improvviso si scopre quello che è sempre stato, cioè una fede collettiva con l’abitudine del database.

I bancomat si spengono.
Le richieste vanno in timeout.
Le autorizzazioni si bloccano.
I circuiti si parlano addosso e non si capiscono più.

Da qualche parte una donna prova a prelevare contanti per la spesa.
Da un’altra parte un uomo in giacca fissa un monitor e sente, per la prima volta dopo anni, un’ombra di realtà toccargli la nuca.
Da un’altra ancora, molto più in alto, qualcuno chiama qualcuno che chiama qualcun altro, e in pochi minuti il linguaggio cambia: da tecnico a urgente, da urgente a politico, da politico a isterico.

È incredibile quanto in fretta diventino mortali, i sacerdoti del mercato, quando il denaro smette per due ore di obbedire.

Le borse trattengono il fiato.
I governi fanno finta di avere il controllo.
Gli analisti parlano tanto, perché quando una categoria umana non capisce più niente tende a produrre parole come una seppia produce inchiostro.

Io guardo il caos e sento crescere qualcosa che assomiglia alla nausea.

Perché tra tutti i colpi, questo è il più ambiguo. Il più sporco. Il più vicino alla vita vera della gente vera. I potenti se la caveranno comunque, come sempre. Chi rischia davvero è la cassiera, il pensionato, il padre con il conto già sul filo, la donna che ha bisogno di comprare medicine e si trova davanti a uno schermo morto che le restituisce la grande poesia del capitalismo: servizio momentaneamente non disponibile.

Mi tolgo le cuffie.
Le lascio cadere sul tavolo.

Per la prima volta da stamattina mi chiedo seriamente se il bene, quando passa dalle mani sbagliate, non diventi semplicemente una forma più colta di violenza.

Il dubbio dura poco.
Abbastanza da farmi male, non abbastanza da fermarmi.

Perché ormai il mondo intero ha visto la propria dipendenza.
Dai social.
Dall’informazione.
Dal denaro.

E la verità, quando finalmente si presenta, non bussa. Entra e basta. Sporca il pavimento. Ti mette in imbarazzo. Ti ricorda che hai costruito tutta la tua vita su meccanismi che non capisci e non controlli. Che bastano pochi secondi per trasformare la civiltà in una folla che aggiorna una schermata sperando che il dio della disponibilità torni misericordioso.

Due ore dopo, quando il flusso riprende, il sollievo globale ha un sapore miserabile.
Sembra gratitudine.
È dipendenza.

Fase 4: Il Sabotaggio Silenzioso

Alle 22:00 la stanza è diventata più piccola.

O forse sono io che ci sto dentro peggio.

L’ultima fase è quella che ho scritto e riscritto di più. Quella che ho guardato come si guarda un coltello sul tavolo: sapendo benissimo che l’oggetto non ha colpe, ma intuendo che la mano sì.
Qui non tocco distrazioni.
Non tocco simboli.
Non tocco fedi economiche.

Qui tocco la fabbrica.

Le linee di produzione delle 10 più potenti fabbriche di morte mi appaiono sullo schermo con l’indecenza sobria dei luoghi dove il male diventa procedura. Tutto pulito. Tutto certificato. Tutto efficiente. I computer non odiano nessuno. Eppure aiutano a costruire cose progettate per forare carne, cancellare edifici, trasformare città in problemi logistici.

Entro nei sistemi di controllo industriale.

Dall’altra parte del monitor non ci sono mostri.
Ci sono quadri elettrici.
Valori.
Temperature.
Margini di tolleranza.
Rotazioni.
Allarmi.
Routine.

È questo che mi devasta più di tutto: la guerra, guardata da vicino abbastanza, non è sempre una fiamma. A volte è un’interfaccia ben progettata.

Modifico i parametri.

Poco.

Quel tanto che basta perché la macchina continui a fidarsi di sé mentre comincia a morire. Le frequenze salgono appena. Le tolleranze si allargano con una gentilezza quasi impercettibile. I sistemi leggono ancora normalità dove in realtà c’è già una stonatura. Un violino incrinato che insiste a suonare come se niente fosse.

Poi la stonatura diventa calore.
Il calore diventa errore.
L’errore diventa cascata.

I controlli saltano.
Le schede cedono.
Le linee si fermano nel modo peggiore: abbastanza tardi da farsi male sul serio.

Non vedo esplosioni da cinema.
Vedo interruzioni.
Vedo schermi che impazziscono.
Vedo storici che si corrompono.
Vedo backup diventare rovine prima ancora che qualcuno trovi la cartella giusta per salvarsi la coscienza.

Le fabbriche di armi si ammutoliscono una dopo l’altra.

Non tutte.
Non per sempre.
Ma abbastanza.

Abbastanza da far capire a chi vive di guerra che perfino la filiera della morte dipende da una fragilità ridicola: elettricità, software, fiducia, ripetizione. Basta spostare di poco l’ago e l’intero meccanismo comincia a tossire ferro.

Qui non sorrido.

Qui resto zitto.

Perché questa volta non riesco più a fingere il gesto simbolico. Questo è danno vero. Danno intenzionale. Danno pensato, preparato, scelto. Posso rivestirlo di filosofia quanto voglio, ma la verità resta lì a guardarmi con gli occhi aperti: ho deciso io. Io ho deciso che certe strutture dovevano cadere. Io ho scelto di colpire. Io ho stabilito il confine tra il tollerabile e l’intoccabile senza che nessuno me lo chiedesse.

C’è una forma di delirio molto elegante che si chiama convinzione morale.
Fa meno scena della follia, ma in compenso produce molti più danni.

Mi porto una mano sulla faccia.
La sento fredda e sudata.

Per un attimo penso di fermarmi qui.
Davvero.

Lasciare il mondo con quattro ferite aperte, abbastanza grandi da costringerlo a negoziare con se stesso. Niente ultimatum. Niente teatro finale. Niente voce divina sui dispositivi. Solo il messaggio già inciso nella carne delle ultime dodici ore: siete vulnerabili, siete dipendenti, siete ridicoli, e soprattutto siete troppo abituati a confondere il funzionamento con la giustizia.

Potrei fermarmi.

Potrei.

Invece guardo l’ultima routine.
E capisco che la parte più pericolosa di un uomo non è la rabbia.

È la coerenza.

Il Conto alla Rovescia

Mezzanotte arriva senza dramma.
Nessun tuono.
Nessuna musica.
Solo il frigorifero nella stanza accanto che si accende come se anche lui volesse ricordarmi che la vita continua a occuparsi delle sue piccole cose, pure mentre uno squilibrato lucido valuta il destino del pianeta da una sedia scomoda.

Ho un bicchiere d’acqua che non ho quasi toccato.
Una mascella serrata.
Gli occhi che bruciano.

L’ultima azione è anche la più semplice da capire.

Ogni smartphone del pianeta è una protesi emotiva. Non un oggetto: una continuazione del sistema nervoso. Lì dentro dormono amori finiti, password dimenticate, conti correnti, foto di figli, pornografia, mappe, lavoro, bugie, promesse, note vocali mai ascoltate, canzoni usate come stampelle, chat che sembravano eterne e invece no. Per colpire il mondo davvero non devi passare dai palazzi. Devi passare dal palmo delle mani.

Lancio il segnale.

Per un istante niente.

Poi immagino la nota.

Un suono nitido, estraneo, impossibile da confondere con qualsiasi notifica conosciuta. Un richiamo freddo. Una lama sonora. Il genere di rumore che ti prende per il collo ancora prima che il cervello abbia deciso se avere paura.

Miliardi di schermi si accendono.

Camere da letto.
Autogrill.
Ambulanze.
Cucine.
Caserme.
Sale parto.
Motel.
Aerei.
Monasteri.
Metropolitane.
Ville con piscina.
Appartamenti con muffa.

Il messaggio compare ovunque.

Spegnete tutte le guerre o spegnerò il mondo.

Subito sotto, il cronometro.

[ 09 GIORNI : 23 ORE : 59 MINUTI : 59 SECONDI ]

Parte.

E con lui parte qualcosa di peggio della paura.

La certezza.

Perché a questo punto il pianeta ha già visto abbastanza. Ha visto il silenzio dei social. Ha visto la televisione piegarsi. Ha visto il denaro bloccarsi. Ha visto le fabbriche tossire. Nessuno può più permettersi il lusso di archiviare tutto come una bravata digitale, un numero da circo, un incidente isolato.

Adesso sanno.
Sanno che posso farlo davvero.
Sanno che potrei spingermi oltre.
Sanno che il problema non è più capire se sono capace. Il problema è capire se sono ancora disposto a fermarmi.

Ed è qui che la stanza cambia.

Per tutto il giorno mi è sembrata una cabina di regia. Il centro nascosto da cui un uomo solo costringe il mondo ad ascoltare. Adesso invece mi sembra quello che è sempre stata: una stanza. Quattro pareti. Un tavolo. Un computer. Un essere umano seduto in mezzo alle proprie giustificazioni come un prete ubriaco in mezzo ai resti della fede.

Guardo il conto alla rovescia.

09 giorni.
23 ore.
59 minuti.

Mi rendo conto che il problema non è il pianeta.
Il problema sono i prossimi dieci giorni dentro la mia testa.

Perché il mondo, alla fine, reagirà come sa fare: conferenze, protocolli, task force, minacce, eserciti, facce tese in televisione, analisti che parlano con quella voce da necrologio tecnico che usano quando il futuro ha già preso fuoco. Il mondo farà il suo mestiere. Difendere sé stesso, anche da ciò che è diventato.

Io invece dovrò difendermi da una domanda molto più piccola e molto più feroce.

Se davvero mi dessero ciò che chiedo, mi fermerei?

Il cronometro continua a scendere.
La nota nei telefoni del pianeta si spegne.
Il silenzio torna nella stanza.

E per la prima volta da quando ho premuto Invio, capisco una cosa semplice, volgare, umiliante:

forse Etere non è la cura.

Forse è solo la forma tecnicamente impeccabile di una febbre.

Schermo acceso in una stanza buia con codice, atmosfera da racconto distopico sulla tecnologia

Perché ho scritto questo racconto

Non credo che la tecnologia ci rovini da sola.

Sarebbe troppo comodo.

Credo invece che amplifichi tutto: il rumore, la vanità, il potere, la paura, perfino le buone intenzioni quando finiscono nelle mani sbagliate.

“Etere” nasce da questa domanda: se avessimo davvero il potere di spegnere il mondo per costringerlo a guardarsi allo specchio, saremmo ancora abbastanza lucidi da fermarci un attimo prima?

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