Persona in primo piano davanti a un lago alpino e alle montagne: ricordati che devi morire che tenere vicini i pensieri positivi

Ricordati che devi morire. Sarai più felice.

Spread the love

Non so da dove cominciare, quindi comincio da un fatto: penso spesso alla morte.

La penso con curiosità. Come si pensa a qualcosa che esiste, che esisterà, e che ha la cortesia di ricordarmi che il tempo che ho adesso vale qualcosa.

Qualcuno mi direbbe che è morboso. Io penso sia uno dei gesti mentali più sani che si possano fare.

Da dove viene questa roba

Ad un certo punto della mia vita ho smesso di aspettare che le cose andassero bene per sentirmi bene.

È stata una lenta, faticosa, a volte frustrante realizzazione: che il modo in cui reagivo alle cose dipendeva da me molto più di quanto credessi. E che se dipendeva da me, potevo lavorarci.

Per anni ho funzionato con una logica precisa: prima risolvo i problemi, poi starò bene. Aspettavo che sparisse la preoccupazione, che si sistemasse la situazione, che arrivasse il momento giusto. Il momento giusto non arrivava mai — oppure arrivava, e nel frattempo ne era già spuntato un altro.

A un certo punto ho ribaltato la cosa. Se sto bene — anche solo un po’, anche in mezzo al casino — ho più lucidità, più energia, più pazienza. E con lucidità, energia e pazienza i problemi li affronto meglio. Suona banale detto così. Ma togliersi dalla testa che la felicità è il premio finale e non il punto di partenza cambia tutto.

Il cervello è dentro il corpo, è carne come tutto il resto. Si logora, si ripara, cambia forma. Muoviti, dormi, nutrilo bene e lui ti restituisce qualcosa. Trattalo come un optional e prima o poi ti manda il conto. Semplice come respirare.

Il pensiero che mi ha cambiato di più

C’è un esercizio mentale che faccio da un po’ di tempo. Immagino di ricevere una brutta notizia. Salute, lavoro, qualcosa che conta davvero. Me la immagino sul serio — come prova: reggerei?

All’inizio mi sembrava una cosa triste da fare. Poi ho capito che era esattamente l’opposto. Prepararsi mentalmente al peggio vuol dire non farsi trovare impreparati. Come allenarsi per una gara che però si spera di non dover correre mai.

I filosofi stoici — Marco Aurelio, Epitteto, gente che aveva i suoi problemi e non pochi — lo facevano sistematicamente. Lo chiamavano memento mori. Per svegliarsi. Per smettere di sprecare energie su cose che non contano.

Funziona. Per me funziona.

La vita vera

C’è tutta quella parte di vita vera che non entra mai nei discorsi eleganti. Le giornate in cui ti trovi schiacciato tra richieste, urgenze, imprevisti, persone che hanno buona volontà ma poca pratica, e problemi che arrivano tutti insieme come se si fossero messi d’accordo. In certi momenti ti sembra di stare costantemente tra l’incudine e il martello, e il rischio è quello di reagire di pancia, di lasciare che il nervosismo faccia da regista. È lì che capisci se la tua testa sa reggere oppure no. Non per diventare perfetto, solo per non farti trascinare via da tutto il resto.

La calma non arriva da sola

Se non l’hai mai allenata, quando arriva la tempesta sei a mani nude. È come pretendere di correre forte senza aver mai allenato le gambe.

Respirare — davvero respirare, con la pancia, lento — fa qualcosa di fisico al tuo sistema nervoso. È anatomia pura. Mandi un segnale chiaro al corpo: puoi rilassarti, non stai morendo. Ma devi farlo spesso, non solo quando sei già nel panico.

Lo stesso vale per scrivere. Tenere un diario, anche sotto forma di blog — e lo dico da uno che l’ha sempre trovato una cosa un po’ imbarazzante — mette ordine in quella voce nella testa che di notte diventa rumore. Scrivi cosa è andato bene. Scrivi dove vuoi andare, come se ci fossi già. Il cervello è straordinariamente credulone su questo: se gli racconti una storia abbastanza spesso, inizia a comportarsi di conseguenza.

Ma allora diventi un robot?

C’è una cosa che sento dire spesso quando si parla di controllare i propri pensieri, di allenarsi a restare calmi, di non farsi travolgere dalle emozioni.

Ma così perdi l’umanità. Diventi freddo. Smetti di sentire.

Capisco da dove viene. Sembra che dominare se stessi voglia dire spegnere qualcosa. Rinunciare alla passione, alla spontaneità, a quella parte caotica che ti fa sentire vivo.

È l’esatto contrario.

Chi non ha mai lavorato sui propri pensieri non è libero — è più in balia di qualcosa. Le emozioni non filtrate non sono autenticità, sono rumore. Ti fanno dire cose che non pensi, prendere decisioni che non vorresti, reagire in modi di cui ti penti.

Imparare a osservare quello che senti prima di fartene dominare non significa non sentire. Significa scegliere cosa fare con quello che senti. E quella scelta — quella piccola, difficilissima scelta — è forse la cosa più umana che esista.

Tutto quello che ho oggi non ci sarà sempre

C’è un effetto collaterale di questo modo di pensare che non mi aspettavo.

Sapere che quello che ho oggi — le persone, i momenti, la salute, la leggerezza di certe mattine — non durerà per sempre mi cambia il modo in cui scelgo di stare al mondo. Mi fa venire voglia di amare piuttosto che odiare. Di fare del bene piuttosto che distruggere. Di stare nella luce piuttosto che lasciare che qualcosa dentro di me scivoli verso il buio.

Non è buonismo. È calcolo. Se il tempo è limitato, sprecarlo in rancore, in cattiveria, in piccole guerre quotidiane è semplicemente stupido.

Ci penso spesso anche guardando chi ha potere. I prepotenti che governano il mondo, quelli che costruiscono la loro grandezza sopra le spalle degli altri — anche loro moriranno. Anche il loro tempo finirà. Chissà se ci pensano mai.

L’unica cosa che non puoi perdere

Di fronte a qualcosa che non puoi cambiare — e ci sono cose che non puoi cambiare, inutile farsi storie — l’ultima libertà che rimane è scegliere come interpretarla.

Ci sono cose su cui si può agire. Ci sono cose semplicemente da accettare. La saggezza sta nel saper distinguere le une dalle altre senza perdere ore a sbattere la testa contro il muro sbagliato.

Perché lo scrivo

Non ho trovato la formula magica. Ci ho messo anni a capire che aspettare di stare bene per vivere bene è la trappola più comune che esista.

Se ce la faccio io, che sono una persona normale con le sue giornate storte e i suoi momenti di panico, probabilmente può farcela chiunque.

Comincia da qualcosa di piccolo. Fermati un secondo. Respira con la pancia.

E pensa ogni tanto alla morte — non ti farà del male, promesso.

Guardare lontano, per tenere vicini i pensieri giusti.

ti consiglio una lettura: IL MINDSET DELLA LONGEVITA’ Il Dott. Ongaro ha messo nero su bianco, e in modo scientifico, i pensieri che mi porto dietro da anni.

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *