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24 dollari per chiudere uno sportello: i nuovi lavori creati dall’IA

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Ci abbiamo messo cinquant’anni. Cinquant’anni di equazioni, radar, LiDAR capaci di mappare la realtà a trecentosessanta gradi e microchip addestrati a prevedere un battito di ciglia a tre incroci di distanza. L’ingegneria ha compiuto il miracolo: ha insegnato a una scatola di metallo a guidare con la precisione di un chirurgo e la pazienza di un monaco zen.

Waymo ha macinato milioni di chilometri tra i viali squadrati della California fino a partorire il veicolo definitivo, l’Ojai: niente volante, niente pedali. Solo codice puro e disciplina ferrea.

Sulla carta, il trionfo della tecnica. Il futuro era servito, lindo e pronto all’uso.

Poi ci abbiamo messo dentro l’essere umano. E l’utopia è crollata miseramente.

I danni della libertà

Senza l’occhio severo di un tassista nello specchietto retrovisore a fare da freno inibitore, l’Homo Sapiens regredisce alla velocità della luce allo stadio di primate. Le cronache dagli Stati Uniti raccontano ciò che accade quando togli il controllo sociale. Ecco il ketchup spalmato sulle maniglie, montagne di spazzatura abbandonate come souvenir e scene da perizia scientifica che richiedono la sanificazione chimica dell’abitacolo. Risultato? Colossi tech costretti a inventarsi la “tassa sull’inciviltà”, con multe fino a 150 dollari per chi confonde un gioiello di tecnologia con una discarica di periferia.

E non finisce qui. Ad Austin si registrano decine di chiamate ai soccorsi per i cosiddetti sleepers. Sono geni della lampada che si addormentano a bordo accumulando un tale livello di incoscienza da far temere il decesso al software di bordo. Per non parlare del sublime cortocircuito tecnologico delle portiere: passeggeri che scendono lasciando lo sportello spalancato, paralizzando l’intera flotta.

La risposta della grande industria dell’IA? Assumere umani in carne e ossa, pagati fino a 24 dollari a chiamata, con il solo titanico compito di camminare verso l’auto e chiudere la portiera. L’algoritmo del nuovo millennio si ritrova piegato su se stesso per colpa di un gesto da scuola materna.

Immagina cosa accadrebbe qui!

Ora, proviamo a catapultare questa meraviglia d’oltreoceano in una giornata qualunque in Italia.

L’algoritmo si arresta al semaforo giallo, rispettando il manuale. Tempo di reazione del guidatore dietro: tre millisecondi prima di un concerto di clacson ed esclamazioni pittoresche. Il software cerca di mantenere la distanza di sicurezza, ma lo spazio libero viene istantaneamente colonizzato da uno scooter a destra, un furgone di panini in doppia fila a sinistra e un pedone che attraversa a testa bassa guardando video sul telefono, forte del proprio diritto di precedenza metafisico.

Processore in sovraccarico, sensori in corto circuito. Me la immagino lì, la macchina del futuro, ferma in mezzo ad un incrocio di Padova all’ora di punta. Gli schermi che lampeggiano disperati e una voce sintetica che trema: «Attendere prego, ricalcolo del senso della vita in corso», mentre un Apecar le striscia lo specchietto. In California dovrebbero istituire un helpdesk dedicato al nostro Paese, con l’unico compito di rassicurare gli ingegneri a Palo Alto: «Tranquilli, non è un attacco hacker. È solo il traffico delle 18:00.»

Una scimmia cappuccina con un gilet e un mazzetto di dollari in mano apre la portiera di un robotaxi a guida autonoma pieno di sacchi di spazzatura e sporcizia, su una strada cittadina all'imbrunire.

I test stanno per partire anche da noi, tra decreti, burocrazia e infrastrutture da adeguare. La verità nuda e cruda travalica le normative ed è infinitamente più sottile.

Ogni singola svolta tecnologica finisce per raccontare la solita commedia umana: Internet doveva spalancare le porte della conoscenza universale ed è diventato l’arena dei leoni da tastiera; i social dovevano connetterci e ci hanno resi solitudini iperconnesse. Oggi il robotaxi doveva guidarci verso l’ordine perfetto della mobilità autonoma, e ci ritroviamo a pagare qualcuno per richiudere le portiere che lasciamo aperte come bambini viziati.

La tecnologia fa esattamente quello per cui è stata programmata. È lo specchio in cui ci riflettiamo a essere impietoso: mostra la nostra straordinaria capacità di toccare le stelle e, un secondo dopo, la nostra imbarazzante naturalezza nel lasciarci sopra le impronte di ketchup.

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