Breve storia di una Sbilancia e di un tatuaggio a 52 anni

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A cinquantadue anni mi sono fatto il primo tatuaggio. Quasi per caso, direi, se qualcuno me lo chiedesse di sfuggita al bar.

Ma sarebbe una bugia. Una di quelle piccole, educate, che si dicono per non dover spiegare.

La verità è che ci pensavo da quasi vent’anni. Vent’anni di “un giorno lo faccio”, di “sì, ma cosa?”, di “e se poi me ne pento?”. Vent’anni in cui il disegno cambiava forma nella testa, si spostava, si nascondeva. Poi una mattina ti accorgi che non hai più bisogno di aspettare il momento giusto, perché il momento giusto era solo una scusa elegante.

E allora il “quasi per caso” diventa semplicemente il giorno in cui smetti di rimandare.

Il disegno l’ho fatto io

Non volevo scegliere da un catalogo. Non volevo un simbolo bello e basta, di quelli che stanno bene su chiunque. Volevo qualcosa che stesse bene solo su di me, anche a costo di non piacere a nessun altro.

Così l’ho disegnato io. Tre elementi, intrecciati fino a diventare una cosa sola:

  • una Croce, dritta, essenziale;
  • una chiave di violino, che le si avvolge attorno come un abbraccio;
  • alcune note musicali, disposte come le stelle della costellazione della Bilancia e unite da una linea puntinata. Ma la costellazione è incompleta.

Su quell’incompletezza tornerò tra poco, perché è la parte più sottile di tutte.

Cosa significa un tatuaggio con croce e chiave di violino

Un tatuaggio che unisce croce e chiave di violino racconta, di solito, il legame tra fede e musica. Nel mio caso non è un legame: è una dipendenza reciproca. Una cosa tiene in piedi l’altra, e viceversa. Ho provato a riassumerlo in tre frasi, sapendo che non basteranno.

1. La mia fede è sostegno per la mia musica

Guardate il disegno: la croce è il palo, l’asse verticale su cui tutto si regge. La chiave di violino ci si appoggia. Senza quel sostegno, la musica cadrebbe di lato. Non è un’immagine da santino: è il modo in cui funziono. Quando scrivo, quando canto, quando un brano non vuole saperne di venire fuori, c’è qualcosa sotto che regge. Lo chiamo fede perché non ho trovato una parola migliore.

2. La musica abbraccia la mia fede

E poi c’è il movimento opposto. La chiave di violino non sta solo appoggiata: avvolge la croce, la stringe, la ammorbidisce. La fede, da sola, può diventare rigida. Dritta come un palo, appunto. La musica le insegna a curvarsi, a respirare, a dubitare con grazia. Certe preghiere io non le ho mai dette: le ho cantate.

3. La musica allevia le sofferenze

Questa non ha bisogno di spiegazioni teologiche. Chiunque abbia avuto una notte storta e una canzone giusta sa di cosa parlo. C’è chi prende un’aspirina, chi chiama un amico, chi si chiude in macchina e alza il volume finché il dolore non diventa un’armonia. La croce è anche questo: il simbolo della sofferenza per eccellenza. E sopra, intrecciata, c’è la cosa che da sempre la rende sopportabile.

La costellazione della Bilancia (con un braccio in meno)

Sono della Bilancia. E chi mi conosce, di solito, conferma tutti i luoghi comuni del segno: persona equilibrata, diplomatica, pacifica. Quello che media, che smussa, che trova la parola giusta per non far litigare nessuno.

Tutto vero. In superficie.

Io però dico sempre di essere della Sbilancia.

Perché chi mi conosce a fondo, e sono pochi, sa che posso essere esattamente il contrario. Che dietro la diplomazia c’è un vulcano che ogni tanto si ricorda di essere un vulcano. Che l’equilibrio non è un dono, ma un esercizio quotidiano, faticoso, e qualche volta fallito. Che la pace che mostro è spesso una pace conquistata, non una pace naturale.

Ecco perché nel tatuaggio le note seguono la costellazione della Bilancia, ma manca uno dei bracci. Non è un errore. È una confessione.

C’è anche un dettaglio astronomico che mi diverte. Le due stelle più luminose della Bilancia si chiamano Zubenelgenubi e Zubeneschamali, nomi di origine araba che significano più o meno “la chela meridionale” e “la chela settentrionale”. Perché un tempo quelle stelle non erano una bilancia: erano le chele dello Scorpione.

Insomma, anche la costellazione più equilibrata dello zodiaco ha un passato con le pinze affilate. Mi sento meno solo.

Primo piano del tatuaggio a linee sottili sull'avambraccio con croce, chiave di violino avvolta e note a costellazione della Bilancia senza un braccio.

Perché un primo tatuaggio a 52 anni

Me l’hanno chiesto in tanti, con lo sguardo di chi pensa alla crisi di mezza età: “Ma proprio adesso?”

Sì, proprio adesso. E credo di sapere perché.

A vent’anni avrei tatuato un’idea.

A trenta, forse, un’appartenenza.

A cinquantadue ho tatuato una sintesi.

Non quello che vorrei essere, ma quello che sono, con tutte le contraddizioni dentro. Ci vuole tempo per sapere chi sei abbastanza bene da scriverlo sulla pelle senza paura di cambiare idea. E ci vuole ancora più tempo per accettare che una parte di te resterà sempre incompleta, e che va bene così.

Per chi se lo sta chiedendo, rispondo in breve: sì, si può fare il primo tatuaggio a cinquant’anni e oltre. Non esiste un’età giusta. Esiste il momento in cui il disegno smette di essere un desiderio e diventa una necessità.

Il tratto sottile di Dora

Un disegno su carta è un’intenzione. Sulla pelle diventa un’altra cosa, e lì serve una mano che capisca.

Dora ha fatto un lavoro meraviglioso. Ha scelto un tratto sottile, delicato, con sfumature leggere che danno profondità senza appesantire. La croce ha una tridimensionalità discreta, la chiave di violino scorre morbida, i puntini della costellazione sembrano tracciati con il respiro. Non urla. Sussurra.

Sa perfettamente che anche il vuoto e l’assenza di colore creano forme. E lo ha dimostrato.

Ed era esattamente quello che volevo: un tatuaggio che non si impone a chi guarda, ma che parla a chi lo porta. Un segno intimo, non una dichiarazione pubblica. Lo dico con un po’ di ironia, visto che ci sto scrivendo un articolo.

Cosa resta, quando l’inchiostro si asciuga

Resta una croce che sostiene.

Una musica che abbraccia.

Un dolore che, se non sparisce, almeno impara a cantare.

E una Bilancia con un braccio in meno, che penderà sempre un po’ da una parte.

Il motto di questo blog dice: «Cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la creo».

Questa volta l’ho cercata per vent’anni. Alla fine l’ho disegnata. E adesso me la porto addosso.

Sbilanciato, ma finalmente in pace.

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