Concertino per Distorsore e Orchestra: il regalo che mi sono fatto per il compleanno
Il 29 settembre ho una piccola abitudine, un rito che col tempo è diventato una promessa fatta a me stesso. Quel giorno esce qualcosa di mio.
Uso “mio” nel senso più testardo della parola. Una musica che mi porto dentro da mesi, che mi gira in testa mentre guido, mentre rispondo alle mail, mentre faccio finta di ascoltare qualcuno al telefono. Una musica che a un certo punto chiede di uscire e che io, almeno per una volta all’anno, lascio uscire senza chiederle i documenti.
L’anno scorso è stata Symphonic Reverie: otto minuti e trentadue secondi di progressive metal, suonati insieme a Michiko Funakoshi, la belva della batteria. Ricordo ancora la sensazione di quel giorno: pubblicare una suite di oltre otto minuti nell’epoca dei brani da due e mezzo mi sembrava un piccolo atto di disobbedienza. Mi era piaciuto da morire.
Quest’anno ho deciso di peggiorare la situazione.
Come è nato il Concertino
Tutto è cominciato con un titolo, che è un modo pericoloso di cominciare le cose.
Concertino per Distorsore e Orchestra. Me lo sono ritrovato in testa così, già intero, con quella solennità un po’ ridicola che hanno i programmi di sala dei teatri d’opera. E mi ha fatto ridere. Poi mi ha fatto pensare. Poi mi ha tenuto sveglio.
Perché il concertino, nella tradizione classica, è una cosa piccola e garbata: un solista che dialoga con l’orchestra, in una forma più breve e leggera del concerto vero e proprio. Musica da velluto rosso e applausi composti. E io, invece, immaginavo il solista più maleducato che conosca: il distorsore. Quel pedale che prende un suono pulito e lo sporca, lo satura, lo rende ruvido come carta vetrata. Per decenni è stato il simbolo di tutto quello che la “musica seria” guardava dall’alto in basso.
Mettere quel pedale al centro del palco, con l’orchestra intorno, era un’immagine troppo bella per lasciarla lì.
Così è nato un mini-album di cinque brani, un EP se vogliamo usare le etichette, che ho pensato fin dall’inizio come un’opera in cinque movimenti. Le musiche sono mie. Il mixing è di Michal Dijkstra, e la produzione l’abbiamo firmata insieme.
Michal, ovvero trovare qualcuno pazzo quanto te
Su Michal devo spendere due parole, perché senza di lui questo disco sarebbe rimasto un’idea simpatica da raccontare a cena.
Michal è olandese ed è un genio della produzione. Chi segue il blog lo conosce già come tastierista di 80 Hundred Miles, la band sparsa tra cinque Paesi che non si è mai trovata nella stessa stanza. Lavorare con lui significa avere accanto una persona che, davanti a un’idea folle, invece di frenarti chiede: “E se la spingessimo ancora più in là?”
Ci sono collaborazioni in cui passi il tempo a difendere le tue scelte. Con Michal è successo il contrario: mi sono ritrovato io a dire “forse stiamo esagerando”, e lui a rispondermi che era proprio quello il punto. I file viaggiavano tra il Veneto e l’Olanda, tornavano indietro trasformati, e ogni volta c’era un dettaglio in più che mi faceva sorridere. È raro incontrare qualcuno che capisce al volo dove vuoi arrivare quando nemmeno tu sai spiegarlo bene.
Cinque titoli, cinque confessioni
Chi ha studiato un po’ di musica sa che le indicazioni di tempo classiche, Allegro, Adagio, Largo, sono istruzioni precise per chi suona: dicono quanto veloce andare e con quale carattere. Io le ho prese e le ho piegate fino a farle diventare piccoli autoritratti. Rileggendo i titoli adesso, mi accorgo che raccontano più di me di quanto avessi previsto.
I. Intrusione: Allegro con Grimaldello. È il modo in cui sono entrato nella musica classica: dalla finestra, di notte, con gli attrezzi da scasso. Nessuno mi ha mai dato un invito ufficiale per quella sala, e a un certo punto ho smesso di aspettarlo. L’allegria c’è, è quella di chi sa di trovarsi in un posto dove non dovrebbe stare e se la gode lo stesso.
II. Scherzo: Presto con Sberleffo. Lo scherzo è una forma classica vera, nata per alleggerire le sinfonie, e il nome è già un invito a giocare. Io ci ho aggiunto la linguaccia. È il brano del ragazzino che fa le smorfie alle statue dei grandi compositori nel foyer del teatro, e quel ragazzino, evidentemente, non è mai cresciuto del tutto.
III. Largo Opprimente con Fugace Sollievo. Qui l’ironia lascia spazio a qualcos’altro. Conosco bene quel peso che ti schiaccia sul petto e ti toglie l’aria, e conosco anche quegli attimi di respiro che arrivano all’improvviso e se ne vanno troppo presto. Il gioco di parole su “fugace”, dove si nasconde la fuga contrappuntistica, è voluto. Mi piaceva l’idea che anche il sollievo, per scappare, avesse bisogno di una forma musicale.
IV. Adagio Incalzante con Rabbia e Malizia. Un adagio è lento per definizione, un ritmo incalzante ti spinge avanti: messi insieme formano un ossimoro che sulla carta non dovrebbe funzionare. Eppure è la descrizione più onesta che conosca di certa rabbia adulta, quella che impari a tenere a bada, che avanza piano e intanto ti mette fretta. La malizia è il sorriso storto con cui, alla fine, provi a fare pace con tutto questo.
V. Rondò: Allegro Aperto con Sospiri ed Affanno. Il rondò è la forma del ritorno: un tema che riappare ciclicamente, alternato a episodi diversi. Mi sembrava il modo giusto per chiudere, con un cerchio lasciato volutamente aperto. Dentro ci sono i sospiri e c’è l’affanno, quello che ti resta addosso dopo aver corso per quattro movimenti controvento. È il finale di chi arriva in cima alla salita col fiato corto e decide di ridere.
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Dissacrare quello che si ama
Qualcuno, leggendo questi titoli, potrebbe pensare che io ce l’abbia con la musica classica. È esattamente il contrario.
Si prende in giro solo quello che si ama abbastanza da conoscerlo bene. In questi cinque brani c’è tutto il mio debito verso quella tradizione: le forme, le architetture, l’idea che un pezzo possa essere costruito come una cattedrale. Quello che mi sta stretto è la teca di vetro, la sensazione che la “grande musica” vada ascoltata in silenzio, con la cravatta, a distanza di sicurezza.
Il metal sinfonico e il progressive me l’hanno insegnato da ragazzo: un’orchestra e una chitarra distorta possono raccontare la stessa inquietudine con due accenti diversi. Smitizzare il mito, per me, vuol dire riportarlo vicino, tirarlo giù dal piedistallo e rimetterlo in mezzo alla gente, sporco di polvere e di feedback.
Perché proprio il compleanno
Per trecentosessantaquattro giorni l’anno faccio quello che fanno tutti: lavoro, rispondo, rispetto le scadenze, cerco di essere una persona ragionevole. O almeno ci provo! Il 29 settembre è l’unico giorno in cui nessuno si aspetta da me buon senso. È socialmente concesso essere un po’ egoisti, un po’ esagerati, un po’ fuori misura.
Allora tanto vale approfittarne.
Quel giorno mi concedo il lusso di fare la pecora nera, di andare controcorrente senza dover spiegare la direzione. Di pubblicare cinque brani strumentali con indicazioni di tempo assurde in un’epoca che misura la musica in secondi di attenzione. Lo faccio per me, prima di tutto, e scopro ogni anno che nulla che potrei regalarmi di “materiale” mi rende più felice.
Se poi qualcuno decide di scartarlo insieme a me, la festa diventa più bella.
Cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la creo. Quest’anno ha la forma di un distorsore che si è intrufolato in una sala da concerto, ha preso posto in prima fila e non ha nessuna intenzione di andarsene.
Buon ascolto. E buon compleanno a me. In ritardo. Ma va bene lo stesso.
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Domande frequenti
Che cos’è “Concertino per Distorsore e Orchestra”?
È un EP strumentale di cinque brani di Ricky Guariento, pubblicato il 29 settembre 2026 per Verso Records. È concepito come un’opera in cinque movimenti che reinterpreta le forme della musica classica (scherzo, largo, adagio, rondò) con chitarre distorte e un approccio ironico, tra metal, progressive e scrittura sinfonica.
Chi ha prodotto l’EP?
Le musiche sono di Ricky Guariento, il mixing è del produttore olandese Michal Dijkstra e la produzione è firmata da entrambi.
Quali sono i brani?
Intrusione: Allegro con Grimaldello; Scherzo: Presto con Sberleffo; Largo Opprimente con Fugace Sollievo; Adagio Incalzante con Rabbia e Malizia; Rondò: Allegro Aperto con Sospiri ed Affanno.
Cosa significa “concertino”?
Nella musica classica è una composizione breve e più leggera del concerto, in cui uno strumento solista dialoga con l’orchestra. In questo caso il solista è, provocatoriamente, il distorsore.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
