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Apocalisse 2030: se l’Intelligenza Artificiale ci ammazza, le abbiamo solo dato una mano

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Stamattina, tazza di caffè nero bollente alla mano e il solito feed che vomita l’ennesimo vangelo del terrore. I santoni della Silicon Valley e un pugno di scienziati con cattedre pesanti hanno sganciato la bomba: entro il 2030 c’è il 20% di probabilità che l’Intelligenza Artificiale cancelli la razza umana dalla faccia della terra.

Il 20%. Uno su cinque. Tradotto per chi non mastica statistica: una roulette russa giocata con una pistola a cinque colpi.

Apriti cielo. Titoli isterici a nove colonne, commentatori da tastiera con il sudore freddo sulle tempie, orde di tecnofobi improvvisati che guardano il tostapane come fosse un Terminator pronto a sgozzargli il gatto. Tutti terrorizzati dal silicio, dal codice, dall’algoritmo famelico che ci toglierà il respiro.

Peccato che nessuno si sia preso la briga di fare un calcolo elementare. Uno di quelli che si fanno a mente, mentre aspetti che scenda la moka. Prendete il rischio complessivo di estinzione da qui al 2030 e fissatelo a 100. Se all’Intelligenza Artificiale assegniamo una quota di 20 punti… l’altro 80% da dove salta fuori? Dallo spazio profondo? Dall’ira funesta di una divinità stufa del nostro baccano?

No.

La letteratura scientifica sui rischi esistenziali — quella seria del Future of Humanity Institute di Oxford e del Centre for the Study of Existential Risk di Cambridge, non i post sponsorizzati su LinkedIn — parla con una chiarezza disarmante.

La natura, in questa follia collettiva, si prende a stento un misero 1%.

Tutto il resto, il 79% che avanza (più il 20% dell’algoritmo, facciamo 99% a mani basse), porta una sola, inconfondibile firma. La nostra. Siamo noi. Con il nostro ingegno malato, la superbia da semidei da quattro soldi e l’incapacità cronica di non farci male da soli. Mettiamola sul tavolo anatomico questa percentuale, fetta per fetta.

Illustrazione satirica comic RickyVerso: una bambina androide osserva perplessa i leader mondiali intenti a vendere armi atomiche e biologiche su una bancarella.

1. Biorischi e pandemie ingegnerizzate: circa il 35%

Altro che pipistrelli o mercati umidi. Qui parliamo di biologia sintetica ed editing genetico a basso costo. I patogeni naturali, per loro grazia ecologica, raramente uniscono letalità assoluta e diffusione supersonica. Hanno un limite. L’uomo no. L’uomo entra nei laboratori ad alto contenimento per giocare all’apprendista stregone, creando virus ottimizzati per sterminare con efficienza chirurgica. Basta una guarnizione difettosa, un errore umano, una provetta che scivola o il solito fanatico con un sintetizzatore di DNA in cantina. La morte liquida, imbottigliata e pronta all’uso.

2. Olocausto termonucleare e inverno perenne: circa il 30%

L’intramontabile classico. L’evergreen del nostro delirio suicida. Due superpotenze con i nervi a fior di pelle, qualche autocrate con l’ego fragile e il dito che trema sopra il bottone rosso. Non è nemmeno il lampo atomico il problema peggiore. Quello incenerisce subito, ti risparmia l’agonia. Il vero capolavoro umano sono le milioni di tonnellate di fuliggine sparate dritte nella stratosfera. Il sole che si spegne per anni. Il pianeta che si congela. La fotosintesi che si arresta e la terra che smette di produrre cibo. Miliardi di persone che muoiono di fame nel buio pesto. Un monumento tombale all’inettitudine geopolitica.

3. Tipping point climatici e collasso a catena: circa il 10%

Dimenticate le favolette rassicuranti da conferenza internazionale con target al 2050. Entro il 2030 il pericolo vero si chiama cortocircuito immediato. Il permafrost che cede e vomita idrati di metano nell’atmosfera come un mostro soffocato. I principali granai del mondo che collassano simultaneamente. Oppure qualche disperato tentativo di geoingegneria solare non coordinato, dove per abbassare la febbre al pianeta finiamo per distruggere i cicli monsonici e avvelenare l’acqua potabile. La Terra non muore: si gratta via la nostra presenza di dosso.

4. Nanotecnologie e blackout di civiltà: circa il 4%

Microscopiche macchine molecolari autoreplicanti uscite dai binari, oppure un attacco informatico combinato capace di azzerare le infrastrutture critiche mondiali in un normale martedì pomeriggio. Niente corrente. Più acqua nei tubi. Niente logistica alimentare. Tre giorni a secco e la nostra sofisticata civiltà si sbrana per una scatola di fagioli.

5. L’universo e il cosmo: l’1% scarso

Asteroidi da due chilometri di diametro? La caldera di Yellowstone che esplode? Raggi gamma dallo spazio? Certo, sono minacce reali. Ma la scala geologica misura i tempi in centinaia di migliaia di anni. La natura e il cosmo ci guardano dall’alto con noia siderale. Se un asteroide gigante incrociasse la nostra orbita, probabilmente frenerebbe per non rovinarci lo spettacolo. Ci griderebbe: “Fate con comodo ragazzi, vi state ammazzando benissimo da soli”.

Capite dove sta il cortocircuito?

Ci piace da impazzire gridare all’untore contro l’Intelligenza Artificiale.

È un comodo, rassicurante alibi psicologico. Dare la colpa all’algoritmo ci assolve all’istante. Se a spazzarci via è un’entità digitale super-intelligente, diventiamo vittime tragiche, romantici eroi sconfitti dal mostro di Frankestein che abbiamo generato. È quasi epico. Fa figo persino nei podcast.

Riconoscere invece che l’80% del rischio da qui a quattro anni dipende dai nostri laboratori biologici, dai nostri missili balistici e dall’incapacità di smettere di saccheggiare la terra… beh, quello fa schifo. Perché non ha nulla di epico. È solo miserabile idiozia.

L’Intelligenza Artificiale non ha ancora preso in mano un’arma, ma noi abbiamo già stipato i silos nucleari e i frigoriferi dei laboratori fino a farli scoppiare. Siamo i piromani che guardano la scintilla nella scatola di silicio mentre tengono la tanica di benzina stretta al petto.

Chi è causa del suo mal, non può proprio piangere se stesso. E se finiremo estinti, non sarà perché le macchine sono diventate troppo furbe. Sarà perché noi siamo rimasti disperatamente stupidi.

La prossima volta che leggete un post apocalittico su ChatGPT che vi ruberà il pianeta, spegnete lo schermo. Guardatevi le mani. Lì dentro batte la carne, il sangue, la capacità di creare meraviglie o la follia di dare fuoco a tutto. Il detonatore siamo noi. Lo siamo sempre stati.

Cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la creo. Prima che qualcuno si dimentichi come si fa.

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