Smart Glasses Misadventures
Ci sono momenti in cui la tecnologia ti guarda negli occhi — metaforicamente, ovviamente — e ti sussurra: “Stavolta è quella buona. Stavolta cambia tutto.” Io ci credo. Ogni volta. Come un romantico cronico che torna a innamorarsi nonostante la storia del suo cuore sia un cimitero di gadget acquistati con entusiasmo e abbandonati con rimpianto.
Questa è la storia dei miei ultimi giorni con gli smart glasses. Una storia d’amore, di passione, di tradimento e di reso.
Il Colpo di Fulmine: Ray-Ban Meta Gen 2
Grazie al mio operatore telefonico — per una volta meritevole di una pacca sulla spalla — ho avuto l’opportunità di mettere le mani su un paio di Ray-Ban Meta Wayfarer di seconda generazione, completamente gratis.
Già all’unboxing ho capito che non avevo in mano un gadget qualsiasi. Il design è quello iconico dei Wayfarer, esteticamente impeccabile, senza nessun dettaglio che urli “ciao sono un nerd con un computer in faccia“. La fotocamera da 12 MP, i microfoni con cancellazione del rumore fino al 90%, l’autonomia raddoppiata rispetto alla prima generazione — otto ore di utilizzo continuo — e la custodia che regala altre 48 ore: sulla carta, un oggetto del desiderio tecnologico.
Un Domenicale Upgrade
La prova del fuoco è arrivata in occasione di Anime Verdi, il meraviglioso weekend padovano in cui giardini privati, chiostri e scuole aprono le loro porte al pubblico — luoghi normalmente inaccessibili, con una bellezza spesso silenziosa e sconosciuta.
Passeggiate tra verde e architettura con le mani libere, musica che fluttua attorno alle orecchie senza auricolari che ti trasformano in un eremita antisociale, notifiche lette a voce senza tirare fuori il telefono, indicazioni del navigatore sussurrate come da un antico oracolo tecnologico. E poi il pezzo forte: chiedere all’AI di descrivere un’opera d’arte che stai guardando, come avere una guida personale sempre disponibile.
È stato magnifico. Davvero.
La qualità audio, per quanto fisicamente sembri quasi impossibile in stanghette così sottili, è sorprendente — avvolgente, spaziale, discreta.
Il LED Che Divide il Mondo in Due
C’è però un piccolo dettaglio che trasforma un accessorio elegante in una dichiarazione di guerra sociale: quella fotocamera. E quel LED.
Quando sei in ripresa, il LED si accende. E la gente lo vede. E la gente si sposta. Non si scosta per timidezza — si allontana con la stessa espressione di chi ha appena visto qualcuno prendere un coltello da cucina in un vicolo buio.
Ma il paradosso è delizioso: viviamo nell’era in cui ognuno di noi regala ogni istante della propria vita ai social — con gioia, con filtri Valencia, con stories che scadono ma i dati no — eppure un LED su una montatura da occhiali viene percepito come una minaccia alla privacy. La coerenza non è il forte di quest’epoca.
E qui mi sono fatto una domanda più sottile: tutto quello che riprendo, fotografo o semplicemente dico indossando questi occhiali, dove finisce? Sui server di Meta, presumibilmente. Il buon Zuckerberg che fa miliardi sulle tonnellate di dati che gli regaliamo con entusiasmo — e io che aggiungo anche quelli dei miei occhi — mi sembrava un regalo eccessivo.
La Ricerca dell’Alternativa
Ho iniziato a cercare: esiste un paio di smart glasses audio, senza fotocamera, che non mi faccia sentire un agente segreto in borghese?
La risposta è complicata. Bose, pioniera assoluta degli smart glasses audio, ha silenziosamente abbandonato il settore — addio, Frames, avete fatto la storia. I cloni cinesi da pochi euro sembrano usciti da un pacchetto di patatine — plastiche, sonorità che sembrano un vecchio transistor, e con la stessa durata di una promessa elettorale.
E poi, come una luce nel tunnel, sono arrivati gli Xiaomi Mijia Smart Audio Glasses.

L’Amante Promettente
Sulla carta — e sulle foto — sono bellissimi. Montatura dallo stile vagamente vintage, stanghette sottilissime che nascondono un’ingegneria hardware da far paura. Quattro microfoni con riduzione del rumore intelligente, autonomia dichiarata fino a 13 ore di musica, audio aperto che — per un uso quotidiano, notifiche, messaggi vocali e chiamate — sembrava la risposta esatta alla domanda sbagliata.
Ordinati. Arrivati. Indossati con la solennità di chi sta aprendo un’ampolla tecnologica.
Primo impatto: suono avvolgente e cristallino, bassi non profondissimi ma onesti, chiamate sorprendentemente chiare anche per chi riceve. L’app Xiaomi Glasses che legge le notifiche WhatsApp e risponde ai messaggi con comandi vocali. Perfetto.
Per circa quattro minuti.
Il Bug che non Perdona
Perché, cari amici, esiste una cosa che si chiama “riconnessione automatica” — ovvero la capacità di un dispositivo Bluetooth di ricollegarsi al telefono quando lo reindossi, senza dover eseguire rituali sciamanici. Gli Xiaomi Mijia ci riescono a metà: il Bluetooth si riconnette, sì. Ma l’app proprietaria no.
L’app li vede disconnessi. E senza l’app, gli automatismi spariscono. Niente notifiche lette. Niente risposte vocali. Niente di quello per cui li avevo acquistati. Restano un paio di altoparlanti aperti senza possibilità di invio delle notifiche del telefono — nemmeno quelle che iOS invia di default agli auricolari normali.
Ho contattato l’assistenza Xiaomi. Gentilissimi, tempestivi, evidentemente impreparati. Mi hanno suggerito una serie di procedure che avevo già eseguito almeno tre volte cercando su internet. Le abbiamo rifatte insieme, in diretta, con la solennità di un intervento chirurgico a cuore aperto.
Niente.
Sentenza finale: “Probabilmente uscirà un firmware aggiornato. Nel frattempo può effettuare l’accoppiamento manualmente ogni volta.”
Ogni. Volta.
La Filosofia del Reso
Ora, la mia indole nerd mi permette di sopportare rituali tecnologici di ogni tipo. Risolvo problemi informatici per piacere, non per obbligo. Ma c’è un principio che non tratto: la tecnologia deve semplificare la vita, non aggiungere scalini al caos quotidiano.
Togliermi gli occhiali decine di volte al giorno — perché è questo che fa chi porta gli occhiali — e ogni volta dissociarli, rimuoverli dall’app, riaccoppiarli e riconfigurarli è l’opposto esatto della promessa che questi oggetti incarnano.
La mia risposta all’assistenza è stata cristallina: “Senta signorina. Apprezzo lo sforzo, ma se non mi garantisce il firmware entro 14 giorni, non perdo tempo e faccio il reso.”
“Ok, le spiego la procedura per il reso.”
Cinque secondi di silenzio. Poi un sorriso amaro. Poi la procedura di reso.
La Promessa Mancata
Resto con un po’ d’amaro in bocca — non per i soldi che comunque ritorneranno, ma per il futuro che si è intravisto e poi si è offuscato. Un paio di occhiali discreti, esteticamente riusciti, capaci di far tenere il telefono in tasca per la maggior parte del giorno. Un compagno tecnologico invisibile, non invasivo, non panoptico.
Ci siamo quasi. I Ray-Ban Meta Gen 2 ci vanno molto vicini, ma il prezzo della comodità è la consegna totale alla macchina Zuckerberg. Gli Xiaomi Mijia avevano l’idea giusta, ma il firmware di un prodotto appena sbarcato sul mercato italiano li ha fermati sul più bello.
Il futuro degli smart glasses esiste. È reale. È, in certi momenti, meraviglioso.
È solo ancora un po’ acerbo. Come certi amori — bellissimi nell’idea, complicati nella realtà.
Io aspetto. Con pazienza nerd e cuore romantico.
Digital creative, musician, and storyteller. I explore the intersection of humanity and technology, telling stories of AI, music, and real life. Welcome to my organized mess.”
