Ci salverà Doug, Danny o… Batman?

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Le parole più belle che ho sentito in questi giorni le ha pronunciate un attore travestito da commediante, con la faccia di uno che sta per raccontare una barzelletta e invece ti pianta un coltello nel petto con grazia:

«Nessuno ride in una lingua diversa. Nessuno piange in una lingua diversa. I genitori si preoccupano allo stesso modo, i bambini sognano allo stesso modo: per questo è difficile credere che siamo così diversi come continuano a dirci.»

L’ha detto George Clooney, ritirando il Leone d’Oro alla Carriera a Venezia dalle mani di Pietrangelo Buttafuoco, con Laura Dern a testimoniare una vita passata a fingersi dottori, ladri e — lo confessa lui stesso ridendo — un pessimo Batman.

Nel frattempo, a poche centinaia di chilometri da lì, le classi dirigenti di mezzo mondo continuano il loro sport preferito: contendersi il primato della violenza verbale e delle fesserie cosmiche spacciate per visione politica. E chi ha tenuto, quella sera, il discorso più onesto, lucido e unitario dell’anno? Non un capo di Stato, ma un uomo pagato per fingere di essere qualcun altro. Se questo non basta a far scattare una risata amara, continuate a leggere.

Il paradosso: comandare è teatro, recitare è verità

Mettiamola giù senza troppi riguardi, perché le cerimonie qui non servono a nessuno. Chi si candida al potere oggi raramente elabora un programma: preferisce costruire un personaggio. Sceglie il tono da campagna elettorale permanente, allena la maschera d’indignazione da esibire al momento giusto, calibra la promessa sul sondaggio della settimana. È commedia dell’arte pura: maschere fisse (il riformatore, l’uomo forte, il salvatore della patria), copioni riciclati di generazione in generazione e un canovaccio in cui l’improvvisazione è concessa solo dentro binari già tracciati.

La differenza sostanziale rispetto al teatro autentico è che a teatro, quando cala il sipario, tutti sanno che era finzione. In politica no: la finzione pretende di essere governo, e la distorsione sistematica della realtà diventa l’unico strumento di consenso quando i fatti veri non tornano più utili a nessuno.

Dall’altra parte del palco c’è chi la finzione la dichiara apertamente, ci mette il proprio nome sopra, incassa il cachet alla luce del sole. E proprio per questo, nel raro momento in cui smette di recitare, risulta credibile come nessun politicante professionista può permettersi di essere. Clooney lo ha sintetizzato senza giri di parole:

«Le prime persone che gli autoritarismi cercano di zittire non sono i politici. Sono i giornalisti che fanno domande, gli artisti che rifiutano le risposte semplici, i registi, gli scrittori, gli attori e i musicisti che insistono sul fatto che qualcuno che non hai mai incontrato meriti la tua empatia.»

Il potere teme chi sa fingere bene: chi lo fa per mestiere riconosce la recita altrui a chilometri di distanza. Ed è l’unico interlocutore che non si accontenta di una poltrona di facciata per applaudire a comando.

Il giullare aveva la licenza. Noi, a quanto pare, no

C’è un precedente storico che rende questo paradosso meno bizzarro e molto più antico di quanto vorremmo ammettere. Nel Medioevo il giullare di corte era l’unica figura a cui veniva concessa la cosiddetta “licenza”: la libertà di sbatacchiare in faccia al sovrano le verità più scomode, purché sotto il velo protettivo dello sberleffo. Togli il velo, e la stessa identica frase pronunciata a viso severo costava letteralmente la testa. Lascialo addosso, e diventa intrattenimento tollerato; anzi, necessario, perché anche il tiranno più feroce ha bisogno di qualcuno che gli mostri la realtà senza fargliela pesare.

Secoli dopo, il palcoscenico cambia ma la dinamica resta intatta. Charlie Chaplin, nel finale de Il grande dittatore, compie un gesto inimmaginabile per i governanti del suo tempo: il suo barbiere ebreo, scambiato per il dittatore Hynkel, smette di interpretare la parodia di Hitler e parla a nome proprio, rivolto al pubblico oltre lo schermo, con un appello accorato contro l’odio e la tirannia. Un comico si toglie la maschera per pronunciare le parole più serie del secolo — nel 1940, mentre i despoti veri tenevano comizi che sembravano copioni scadenti scritti da registi mediocri.

Clooney a Venezia compie lo stesso movimento, con la medesima efficacia chirurgica. Apre scherzando su se stesso:

«Quando ti dicono che riceverai un premio alla carriera pensi due cose: che onore incredibile, e forse sanno qualcosa che io non so… avete parlato con i miei medici?»

Nel giro di due minuti, però, mette da parte il brillante intrattenitore per andare al punto vivo: chi comanda punta a convincerci di essere irriducibilmente diversi e ostili gli uni agli altri, perché la paura reciproca si governa a meraviglia, mentre la somiglianza crea comunità.

«Viviamo in un momento in cui chi comanda ci dice di temerci a vicenda. Ma sappiamo che non funziona così, vero? Perché la storia ce lo insegna

Chi ha davvero paura delle storie

La stoccata più tagliente dell’intero discorso meriterebbe di essere stampata e affissa in parecchi palazzi istituzionali:

«Chi ha paura dei libri, della musica e delle storie non è mai l’eroe della storia.»

Rovesciata, suona come una diagnosi lampante: chi racconta storie autentiche non teme la verità, perché ci convive ogni giorno sul set, sul palco o davanti a uno spartito. Chi invece governa recitando una parte vuota la verità la teme: a contatto con essa si dissolve.

Qui il discorso smette di essere un ringraziamento di circostanza e diventa una riflessione politica lucidissima travestita da red carpet, con lo smoking al posto della toga:

«I film non fermano le guerre, non abbassano l’inflazione, non cambiano le elezioni. Ma fanno una cosa straordinaria: ci ricordano che uno sconosciuto non è mai davvero uno sconosciuto, e che potrebbe essere l’eroe nella storia di qualcun altro

Nessuna promessa miracolistica; solo un promemoria essenziale: finché qualcuno continuerà a raccontare storie con onestà, saremo capaci di riconoscere quelle false. Incluse quelle pronunciate da chi indossa la cravatta d’ordinanza e parla dal pulpito con l’aria più solenne del mondo.

Il corollario da brividi: se la favola la scrive una macchina?

C’è un tassello che rende questa riflessione ancora più urgente, sollevato dallo stesso Clooney in conferenza stampa: l’intelligenza artificiale rende progressivamente più arduo distinguere il vero dal falso, lanciando una sfida aperta a informazione, democrazie e senso critico.

Se l’assurdo di oggi vede chi recita dire il vero e chi governa fare cabaret, lo scenario di domani rischia di essere ancora più insidioso: macchine programmate per fabbricare finzioni senza alcun interprete in carne e ossa capace di togliersi la maschera quando la coscienza chiama. Il giullare metteva in gioco la propria testa, la propria voce e la propria vulnerabilità. Il deepfake non rischia nulla, semplicemente perché non ha un cuore da cui far sgorgare empatia.

Fumetto diviso in tre pannelli con l'autore del blog (Ricky) che interpreta i tre ruoli di Clooney: Doug Ross (dottore), Danny Ocean (ladro) e Batman (supereroe).

E allora, Batman?

Torniamo al titolo, per chiudere il cerchio con la stessa ironia con cui si è aperto. Clooney lo sa bene: tra i suoi ruoli celebri, quello che rammenta con più divertita indulgenza è proprio Batman, un film che lui stesso definisce imbarazzante, ammettendo che soltanto i suoi figli lo trovano memorabile (forse perché non l’hanno mai visto per intero).

È il dettaglio perfetto per questa commedia umana: l’uomo che ha appena regalato uno degli interventi più sinceri e profondi dell’anno è lo stesso che, parecchi anni fa, vestiva un costume di gomma con i capezzoli scolpiti in un cinecomic da dimenticare.

Il segreto risiede proprio qui: solo chi è capace di ridere di se stesso con totale libertà può permettersi, un attimo dopo, di parlare di dignità e verità con tanta credibilità. Ai teatranti del potere questa doppia dote — la grazia del giullare e il coraggio di calare la maschera — manca del tutto. Ed è per questo che, alla resa dei conti, ci salverà molto più un dottore, un ladro o Batman che l’ennesimo comizio infarcito di promesse a buon mercato.

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