Nucleare: sarà il nuovo Ponte sullo Stretto?
L’Italia ha appena fatto una cosa tipicamente italiana: invece di costruire qualcosa, ha approvato una legge per approvare i decreti che permetteranno di cominciare a pensare di costruirlo.
È quasi poetico.
Il governo Meloni ha ottenuto il via libera della Camera al DDL nucleare, un disegno di legge delega che — tradotto dal burocratese — significa: “Abbiamo il permesso di scrivere le regole per decidere dove mettere le regole.” I decreti attuativi veri arriveranno entro Natale. Poi partiranno le autorizzazioni. Poi i siti. Poi i cantieri. Poi i reattori. Previsti operativi tra il 2032 e il 2033. Ottimisti. Io personalmente mi fido quanto di un tassista romano che ti dice “arriviamo in venti minuti”.
Ma procediamo con ordine, che questa cosa merita davvero di essere capita. Perchè già a leggere i tutoli dei giornali stamattina mi è venuto il voltastomaco. Bipartisan ed emiciclico.
Cosa ha approvato il governo (e cosa no)
Chiariamo subito una cosa: in Italia non è stato acceso nessun reattore. Nessuna centrale è in costruzione. Nessun sito è stato scelto. Il governo ha approvato una legge delega, ovvero il permesso di scrivere le regole del gioco. Un framework normativo per regolamentare la costruzione, gestione e dismissione di impianti nucleari di nuova generazione.
I protagonisti di questa storia si chiamano SMR — Small Modular Reactors — e i loro cugini ancora più compatti, i micro-reattori. Non sono le colossali centrali anni ’70 che evocano Chernobyl. Sono concettualmente più simili a moduli industriali: costruiti in fabbrica, trasportabili, con sistemi di sicurezza passivi (leggi: si spengono da soli se qualcosa va storto, anche senza operatori). Newcleo, una startup italo-francese con radici nel Politecnico di Torino, è tra i nomi più citati nel dibattito italiano.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha già alzato la mano: vuole mini-reattori direttamente nei distretti produttivi. L’idea è stuzzicante. Un’acciaieria con il suo reattorino sotto casa. Fantascienza industriale fino a pochi anni fa. Ma fantascienza, ad oggi, con un certo grado di concretezza tecnologica.
I vantaggi (quelli veri, non quelli da convegno)
Partiamo dalle cose buone, perché esistono.
L’energia nucleare non dipende né dal sole né dal vento. Questo è un fatto, non un’opinione. Quando le nuvole coprono la Pianura Padana per tre settimane d’inverno e il vento non soffia, il fotovoltaico e l’eolico calano. Il nucleare, no. Per un Paese industrializzato che ha bisogno di corrente stabile H24, questa caratteristica vale oro — soprattutto per chi, come le fonderie, le cartiere o (permettetemi) le aziende che lavorano l’acciaio inossidabile, non può permettersi interruzioni.
Occupa poco suolo. Un piccolo reattore modulare da 300 MW occupa l’equivalente di pochi campi da calcio. Per produrre la stessa energia annuale con il solare, avresti bisogno di una superficie enormemente maggiore. In un Paese che litiga per ogni ettaro tra turismo, agricoltura e rinnovabili, non è un argomento da ignorare.
Se la tecnologia matura, potrebbe davvero aiutare la decarbonizzazione industriale. I settori difficili da elettrificare — cemento, acciaio, chimica — hanno bisogno di calore ad alta temperatura e di corrente costante. Il nucleare è una delle poche fonti che può fornire entrambe.
Le criticità (quelle che i comunicati stampa non dicono)
E qui viene il bello.
I costi sono, eufemisticamente, elevati. Il costo livellato dell’energia (LCOE) degli SMR oggi oscilla tra 90 e 160 dollari per MWh. Il fotovoltaico si aggira sui 40-60 dollari. L’eolico onshore pure. Non è una guerra: è una gara ciclistica dove uno arriva con la bici da corsa e l’altro con un triciclo carico di mattoni.
Non esiste ancora un SMR commerciale operativo su larga scala nel mondo. Il primo reattore di questo tipo da 300 MW è atteso in Canada non prima del 2029, in condizioni ottimistiche. NuScale — fino a pochi anni fa il progetto SMR più avanzato degli USA — è stato cancellato dopo che i costi erano esplosi del 75%.
I tempi. I cantieri nucleari hanno una storia di sforamenti cosmica. La media di cost overrun nei progetti nucleari è del 238%, contro l’1% del solare e il 13% dell’eolico. Questo non è nucleare-bashing: è statistica.
Le scorie. L’Italia non ha ancora un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi. La stima ufficiale è: selezione del sito nel 2027, autorizzazione nel 2029, entrata in esercizio nel 2039. Bene. Costruiamo nuovi impianti mentre le scorie dei vecchi, dismessi nei lontani anni ’80, aspettano ancora casa.
Il referendum fantasma. Gli italiani hanno detto no al nucleare nel 1987 e nel 2011. Una legge delega li ha ignorati — legalmente, formalmente, ma politicamente non è roba che si dimentica facilmente. Qualunque sito futuro diventerà un campo di battaglia locale. L’accettazione sociale di questi impianti in Italia è, diciamo, complicata.
E con quegli stessi soldi?
Qui sta il punto più interessante, e quello su cui il dibattito è più disonesto.
I sostenitori del nucleare lo presentano come “in più” rispetto alle rinnovabili. Ma le risorse pubbliche e la capacità amministrativa di un Paese sono limitate. Ogni euro che si impegna in sussidi, incentivi fiscali o partecipazioni pubbliche in progetti SMR è un euro che non va ad altro.
Con gli stessi investimenti, nel breve-medio termine (2025-2035), si potrebbe:
• Triplicare la capacità fotovoltaica e eolica italiana, con tempi di costruzione di 1-3 anni invece di 10-15.
• Costruire reti di trasmissione e distribuzione più moderne e intelligenti — oggi vero collo di bottiglia per le rinnovabili
• Investire massicciamente in storage (batterie, pompaggi idroelettrici) per risolvere il problema dell’intermittenza.
• Accelerare l’efficienza energetica degli edifici e dei processi industriali, che dà ritorni immediati in termini di bollette e emissioni.
L’IEA stima che nucleare nuovo in Europa nel 2040 potrebbe diventare competitivo con rinnovabili + storage a 8 ore. Ma è il 2040. E sono stime. E devono costruirci qualcosa prima.
Questo non significa che il nucleare sia il male assoluto. Significa che nel contesto temporale e finanziario in cui viviamo, le rinnovabili + reti + storage sono una scommessa molto più sicura e molto più rapida. Il nucleare di nuova generazione, se si vuole mantenerlo nell’equazione, dovrebbe essere trattato come quello che è: una scommessa tecnologica di lungo periodo, da finanziare in modo ragionato senza drenare risorse dalla transizione che serve adesso.

Quindi: Ponte sullo Stretto o no?
Il paragone non è completamente scorretto. Come il Ponte, il nucleare italiano rischia di restare per anni un oggetto prevalentemente narrativo: una storia potente, utile a diverse platee, capace di mobilitare entusiasmi e rancori, ma pericolosamente lontana dal diventare calcestruzzo, acciaio e kilowattora.
La differenza è che il nucleare, almeno, ha senso fisico. Il fission funziona. Gli SMR sono una tecnologia reale, non una fantasia. Il punto è quando e quanto costa.
E la risposta onesta — quella che nessun ministro dirà mai in conferenza stampa — è: non prima del 2035, molto probabilmente di più, quasi certamente più caro di quanto ci raccontano oggi.
L’Italia che approva framework normativi su tecnologie che non esistono ancora sul mercato, su siti non ancora scelti, con scorie senza casa, in un Paese che ha già votato due volte contro il nucleare, è un’immagine perfettamente italiana.
È il Paese che ama le inaugurazioni. Non i cantieri. Non le consegne.
Speriamo che questa volta faccia eccezione.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
