Silhouette umana di fronte a schermi con slogan di guerra e rabbia politica mentre il potere resta nell'ombra
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Richard, why do you keep looking in the wrong direction?

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C’è un uomo — chiamiamolo il Riccardo — che ogni sera accende il telefono e si indigna. Lavoro che non basta, prezzi che salgono, guerra lontana che sembra non riguardarlo. Eppure vota, commenta, si scalda. Sempre nella direzione sbagliata.

Una rabbia legittima. Reale. Giustissima.

Peccato che sia indirizzata sempre, sistematicamente, nel posto sbagliato.

E no, non parlo solo di un Riccardo qualsiasi. Parlo anche di me. E di te, che stai leggendo. Parlo di noi.

La rabbia giusta, la direzione sbagliata

Il Riccardo lavora. Fatica. Arriva a fine mese con le unghie. Sa benissimo che il mondo sta andando storto — lo sente sulla pelle ogni volta che fa la spesa, ogni volta che apre la busta paga, ogni volta che pensa al futuro dei suoi figli.

Ma quando gli chiedi chi è il responsabile, non guarda in su.

Guarda di lato. Verso chi ha ancora meno di lui.

È uno dei meccanismi più antichi e collaudati della storia: la rabbia del basso viene dirottata verso il basso, e il piano di sopra resta al sicuro. Lo chiamano il meccanismo del capro espiatorio — si individua un bersaglio su cui scaricare il risentimento sociale, evitando accuratamente di affrontare le responsabilità vere. Non serve cospirazione, non serve regia. Basta alimentare la paura giusta, nel momento giusto, attraverso i canali giusti. Il Riccardo farà il resto da solo, gratis, con convinzione.

Chi ti dice dove guardare

Ed è qui che entra la domanda vera. Non “chi ha ragione” — quello lo dicono tutti. La domanda è: chi ha interesse a tenerti occupato?

Chi guadagna dal fatto che tu non alzi gli occhi?

Il politico populista fa la sua parte. Non governa: orchestra l’attenzione. Ti mostra il nemico piccolo, visibile, quotidiano. Ti parla di invasione, degrado, sostituzione, tradimento. Ma sempre senza nominare il centro del problema. Il suo mestiere è trasformare la frustrazione economica in identità ferita. La rabbia diventa appartenenza. L’appartenenza diventa voto. Il voto diventa potere — per chi stava già in alto.

Il sistema non ti censura. Ti offre bersagli più comodi.

La fabbrica della rabbia

Tre ingranaggi, che lavorano insieme da decenni.

Il primo è il politico populista. La sua arte non è governare — è indicare il nemico. Trump, Le Pen, Wilders, Salvini, il nuovo Radev: storie diverse, stesso manuale. Il nemico è sempre piccolo, visibile, facilmente odiabile. Mai potente, mai pericoloso per chi sta sopra. Le sfumature non vincono le elezioni — la polarizzazione sì. Divide et impera, dicevano i Romani. Funzionava allora. Funziona oggi. Funzionerà domani.

Il secondo è l’algoritmo. I social media non sono progettati per informarti. Sono progettati per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. E la rabbia trattiene più di qualsiasi altra emozione. I contenuti polarizzanti vengono premiati perché generano interazioni, condivisioni, tempo di permanenza. Chi semina livore viene spinto in alto. Chi cerca dialogo, in basso. Non è un incidente: è il modello di business.

Il terzo è il paradosso del voto. Votiamo, liberamente, contro i nostri stessi interessi. Perché ci hanno convinto — attraverso slogan, paure, nemici costruiti a tavolino — che il pericolo stia accanto a noi, non sopra di noi. Non perché siamo stupidi. Perché siamo umani. E gli umani hanno paura. E la paura, si sa, è cieca.

Chi è meglio non vedere

Chi ha tutto l’interesse a che il Riccardo continui a incazzarsi con il vicino straniero invece di alzare lo sguardo?

Facciamo i nomi. Con i numeri.

Nel 2025, secondo il rapporto Oxfam presentato a Davos, i miliardari nel mondo hanno superato quota 3.000, con una ricchezza aggregata di 18.300 miliardi di dollari. Nel solo 2024, le loro fortune sono cresciute di 2.000 miliardi — tre volte più velocemente dell’anno precedente. L’1% più ricco del pianeta possiede quasi il 45% della ricchezza netta globale. Non è un’anomalia. È la struttura stessa del sistema.

E la ricchezza, come sempre, ha bisogno di protezione. Non dai poveri — quelli non fanno paura. Ha bisogno che i poveri continuino a odiarsi tra loro.

Entra in gioco il secondo livello: i grandi fondi di investimento. Le cosiddette “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — figurano stabilmente tra i principali azionisti delle maggiori industrie belliche del pianeta. Nei registri azionari di Lockheed Martin, Raytheon, Boeing, gli stessi tre nomi ricorrono con una monotonia quasi commovente. Non sono dettagli. Sono la geometria del potere.

Chi finanzia le guerre. Vende le armi. Gestisce i fondi. Chi possiede i media che raccontano tutto questo.

Spesso, sono le stesse persone.

679 miliardi di ragioni per non fare pace

Nel 2024, i primi 100 produttori di armi al mondo hanno fatturato 679 miliardi di dollari, con una crescita del 5,9% rispetto al 2023 — il livello più alto mai registrato dal SIPRI. Gli Stati Uniti guidano il settore con 39 aziende nella top 100, per ricavi complessivi di 334 miliardi. Le prime cinque aziende — Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, BAE Systems e General Dynamics — da sole hanno totalizzato 213 miliardi di dollari.

Non è una coincidenza. È un modello di business.

La guerra non è un fallimento del sistema. Per qualcuno, è il sistema che funziona alla perfezione.

20.000 bambini

A Gaza, dall’ottobre 2023, sono stati uccisi oltre 20.000 bambini. Più di uno ogni ora, certifica Save the Children. Oltre 50.000 tra morti e feriti. Migliaia ancora sepolti sotto le macerie — non contati, non pianti, non notizia.

“Vittime collaterali”, si scrive nei comunicati ufficiali. Con quella freddezza burocratica che trasforma un bambino in una voce di bilancio.

Collaterale rispetto a cosa, esattamente? Rispetto a quale obiettivo supremo vale la vita di un bambino di tre anni che non ha mai scelto niente — né dove nascere, né in quale guerra crescere?

Ecco la domanda che spacca tutto:

Ti farebbe piacere se una bomba cadesse sulla tua casa stanotte, mentre i tuoi figli dormono?

No? Strano. Perché a un bambino di Gaza quella domanda non gliela fa nessuno. La risposta arriva direttamente dal cielo.

Il piccolo sacrificio che nessuno propone

Ci sono, nel mondo, circa 1.043 aziende censite che producono armi, munizioni e componenti bellici. Una microscopica porzione dell’umanità. Una briciola su 8 miliardi di persone.

Eppure basterebbero loro. Sarebbero loro il nodo da sciogliere — se davvero volessimo sciogliere qualcosa.

Invece no. Continuiamo a litigare tra poveri. Continuiamo a costruire muri tra chi ha poco e chi non ha niente. Continuiamo a eleggere chi ci promette di difenderci da chi è più debole di noi, mentre chi è più forte di tutti conta i miliardi in silenzio, lontano dagli slogan, lontano dai riflettori, lontano dalle bombe che ordina di sganciare.

Il Signor Tutti si indigna ogni sera.

Nel posto sbagliato.

Guerra e potere: la domanda che non facciamo mai

Il mondo sta entrando in una spirale di violenza che non si vedeva da un secolo. I prezzi salgono. Il lavoro si sgretola. I bambini muoiono — a Gaza, in Sudan, in Ucraina, ovunque qualcuno abbia deciso che quella terra vale più di quella vita.

Ma chi ordina di sganciare le bombe non è un operaio. Chi deregola il lavoro non è un agricoltore. Chi specula sui mercati non è la persona che cerca di dare da mangiare ai figli.

Sono persone che noi — sì, noi — continuiamo a eleggere, seguire, applaudire e difendere online con una ferocia che non riserviamo mai, mai, a chi ci sta davvero facendo del male.

Quindi, Riccardo — e stavolta la domanda è davvero per me, per te, per chiunque stia leggendo:

Perché continuiamo a guardare nella direzione sbagliata?

I seek beauty everywhere. And if I don't find it, I create it.

Ma stavolta la bruttezza è talmente evidente che non serve nemmeno cercarla.

Basta alzare gli occhi.

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