Alex Zanardi pilota di Formula 1 con la Williams e paraciclista con la maglia azzurra dell'Italia alle Paralimpiadi

Alex Zanardi: il campione che non ha mai recitato il ruolo dell’eroe

Spread the love

Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere questo pezzo. Non per mancanza di cose da dire — ne avevo tante — ma perché non sopporto l’idea di usare la morte di qualcuno come trampolino per l’engagement. Quell’automatismo da social per cui nel momento in cui cade una persona grande, tutti corrono a posizionarsi, a dimostrare quanto la conoscessero, quanto li toccasse, quanto fossero lì. Ho visto i video del funerale. Le persone che si riprendevano accanto alla bara. Che la toccavano per mostrarsi nell’atto di toccarla. Ho trovato quella cosa di un cattivissimo gusto, che stride in modo quasi violento con tutto ciò che Zanardi rappresentava: sobrietà, concretezza, nessuna performance del dolore. Poi ho pensato: il modo migliore per non fare la stessa cosa è aspettare che il rumore si abbassi, e poi dire qualcosa di sentito invece che di tempestivo.

Quando è mancato, il 1° maggio 2026, l’internet si è ricoperto di messaggi uniformi. “Non si è mai arreso.” “Un esempio per tutti.” “Ha dimostrato che i limiti non esistono.”

Tutte cose vere, per carità.

Ma Alex Zanardi merita di più di uno slogan da calendario motivazionale con le montagne sullo sfondo.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona. Una volta ci ho anche quasi litigato e rischiato di investirlo mentre sfrecciava con la sua handbike a tutta birra. Non ho incontrato un monumento. Ho incontrato un uomo che sorrideva come se la vita fosse una gara che trovava ancora tremendamente divertente, nonostante tutto. Soprattutto nonostante tutto.

Prima della leggenda, il pilota feroce

C’è una parte della storia di Zanardi che, nell’ondata di omaggi, tende a sparire: era un pilota di razza, nel senso più agonistico e poco poetico del termine.

Formula 1 con Jordan, Minardi, Lotus, Williams. Poi il CART americano, dove nel 1997 e 1998 vince due titoli di fila contro avversari che non gli fanno sconti. Non è un outsider romantico che ce la fa per miracolo: è uno che in macchina ha una fame di vittoria concreta, tecnica, a volte spietata.

Poi il 2001. Il Lausitzring. L’uscita dai box, il centro in pieno, l’amputazione di entrambi gli arti inferiori dopo quindici interventi e più di un arresto cardiaco.

Qui inizia la narrativa dell’eroe. Ma prima, c’era già un campione.

Il ritorno non era una metafora

Quando Zanardi torna a correre, lo fa con protesi che in parte ha contribuito a progettare lui stesso. Vince il Campionato Italiano Superturismo nel 2005, poi partecipa al WTCC. Poi scopre l’handbike e costruisce una seconda carriera paralimpica di livello assoluto: quattro ori alle Paralimpiadi (Londra 2012 e Rio 2016), dodici titoli mondiali.

Fermiamoci un secondo.

Non è la storia del sopravvissuto che “fa del suo meglio”. È la storia di un atleta d’élite che smonta la propria identità sportiva, la rimonta su basi fisicamente diverse, e torna a vincere a livello internazionale.

C’è della resilienza, sì. Ma c’è soprattutto una competitività feroce che non si è spenta con le gambe. Semmai, si è riadattata. Come fa il fuoco quando togli la legna: cerca un’altra cosa da bruciare.

La domanda che nessuno fa: ha esagerato?

Nel 2020, durante la staffetta benefica “Obiettivo Tricolore” in Toscana, Zanardi perde il controllo della handbike in discesa, finisce nella corsia opposta e si scontra con un camion. Sei anni di silenzio. Poi la morte.

È la domanda scomoda: perché era ancora lì? Con tutto quello che aveva già dimostrato, con la moglie Daniela, il figlio Niccolò, le medaglie, la carriera televisiva, perché continuava a cercare quella velocità, quella curva, quel rischio?

La risposta onesta è che non era un caso: era coerenza. Zanardi non sapeva essere un’altra cosa. Togliergli la gara sarebbe stato come togliergli l’aria non per togliergli il rischio, ma per togliergli la ragione per cui si alzava la mattina.

Possiamo chiamarla “esagerazione”? Forse, dal punto di vista di una vita calibrata sul minimo rischio, sì. Ma allora dobbiamo essere onesti: quello stesso eccesso era la stessa radice da cui venivano i titoli mondiali, i ritorni impossibili, il sorriso davanti alle telecamere.

Non si sceglie la fiamma solo quando fa luce e si rinnega quando brucia.

Il paradosso: sapeva anche arrendersi

Qui c’è la parte che i poster motivazionali non raccontano.

Per costruire la seconda vita, Zanardi ha dovuto arrendersi alla prima. Ha dovuto accettare che non sarebbe mai più stato quel pilota di Formula 1, che quelle gambe non sarebbero tornate, che una parte di sé era rimasta sull’asfalto del Lausitzring per sempre.

Quella resa non era sconfitta. Era intelligenza emotiva al massimo livello. Chiunque conosca qualcuno che si aggrappa disperatamente a ciò che era per non fare i conti con ciò che è diventato, sa quanto sia raro e difficile fare il contrario.

Zanardi ha scelto di non inseguire il fantasma di sé stesso. Ha costruito qualcosa di nuovo con i materiali che aveva. Ed è per questo – molto più che per la “forza di volontà” – che la sua storia ha senso.

L’ironia come stile, non come difesa

Una cosa che chi lo ha incontrato ricorda sempre: la capacità di ridere.

La prima apparizione pubblica dopo l’amputazione, disse che era così emozionato da sedersi accanto alla stampa che “gli tremavano le gambe”. Battuta perfetta, timing perfetto, nessuna drammatizzazione.

Non era un tic. Era un modo di stare al mondo: riconoscere il peso senza farsene schiacciare, senza nemmeno fingere che non esista. L’ironia di Zanardi non era una corazza. Era un invito a guardare la realtà dritta, senza scappare e senza eroicizzarla.

Ecco perché il personaggio del “campione indistruttibile” gli stava un po’ stretto. Era un uomo, con cicatrici vere e risate vere. Il monumento lo abbiamo costruito noi, lui stava lì a scrollarsi le spalle.

Cosa ci lascia, davvero

Non un modello irraggiungibile. Non un dovere morale di “non arrendersi mai”, altrimenti vuol dire che non ci stai abbastanza provando.

Ci lascia una postura: la possibilità di tenere insieme resa e rilancio. Di accettare quello che non si può cambiare senza farci dissolvere. Di voler vincere ancora, non per vendetta verso la sfortuna, ma perché la competizione era il modo in cui lui diceva “sono qui, sono vivo, e trovo ancora questa cosa meravigliosamente interessante.”

Ogni tanto penso che il vero atto di rispetto verso Alex Zanardi non sia fare il poster con la sua faccia e la scritta “NEVER GIVE UP”.

Sia ricordare che era una persona intera, complicata, feroce e tenera, ironica e seria, capace di arrendersi e di ripartire.

Come lo siamo, o vorremmo essere, tutti noi.

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *