Il cancro cannibale: quando la finanza ha smesso di costruire

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Avete presente la scena di Matrix in cui Neo, dopo aver preso la pillola rossa, si ritrova in un baccello pieno di tubi e si scopre che gli esseri umani non sono altro che combustibile e fonte di energia per le macchine?

Fantascienza…

Eppure in parte è già così, e non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Mettetevi comodi che facciamo un bel viaggio nella storia e soprattutto nella finanza. Non ci saranno pillole rosse o blu da ingerire, ma numeri. E i numeri, quando sono questi, fanno più male di qualsiasi proiettile al rallentatore.

Atto I: L’impalcatura e il patto originario

Cos’è, in origine, la finanza? Siccome ne so poco o nulla, mi sono informato. Quello che sta succedendo nel mondo mi sta facendo molto pensare, e sono convinto che l’Essere Umano non può essere così idiota come sembra. E in testi molto “antichi” ho trovato che la Finanza è uno strumento al servizio dell’uomo e della materia — non il contrario.

C’era infatti un tempo — non troppo remoto, in realtà — in cui la finanza aveva un mestiere onesto: anticipare il futuro reale.

Il contadino che vendeva a termine il proprio grano prima ancora di raccoglierlo non stava speculando: si stava proteggendo dalla grandine, dalla siccità, dal capriccio del meteo. È esattamente per questo che nell’Ottocento nasce il Chicago Board of Trade: non per creare ricchezza dal nulla, ma per dare a un uomo che dipende dalla pioggia la certezza di un prezzo, mesi prima che il raccolto tocchi terra.

L’imprenditore che chiedeva credito in banca non stava giocando d’azzardo: stava trasformando la fiducia di un istituto in un tornio, in un capannone, in un impianto che avrebbe prodotto beni concreti — e con essi stipendi, indotto, futuro per un’intera comunità.

Il risparmio, in questo patto originario, era un ponte. Un ponte tra chi aveva capitale inutilizzato e chi aveva un progetto reale ma non i mezzi per realizzarlo. La finanza era la levatrice di quel progetto, non la sua padrona.

Il denaro, in altre parole, era un mezzo per anticipare il futuro reale, non un fine in sé. Serviva a costruire una fabbrica, non a scommettere su quante fabbriche sarebbero fallite entro fine trimestre.

Questo è il pavimento su cui poggiava tutto. Ed è esattamente il pavimento che, a un certo punto della storia, qualcuno ha deciso di far saltare.

Atto II: Lo scollamento e il grande casinò

Quando la finanza si è separata dall’economia reale? Nel momento in cui il derivato ha smesso di assicurare un rischio reale e ha cominciato a scommettere su un rischio altrui.

La crepa comincia dove finisce la garanzia reale e inizia la scommessa sulla scommessa.

I derivati, nella loro forma più onesta, dovevano fare esattamente quello che faceva il contadino di Chicago: assicurare un prezzo futuro contro un rischio reale. Il problema è che, a un certo punto, qualcuno ha smesso di comprare derivati per proteggersi da un rischio che possedeva davvero, e ha cominciato a comprarli per il gusto — e il profitto — di scommettere su un rischio che non lo riguardava affatto. Il contratto a termine, moltiplicato all’infinito, smette di essere un’assicurazione e diventa una slot machine con la leva di Wall Street.

I numeri, qui, non lasciano spazio all’immaginazione: secondo la Bank for International Settlements, il valore nozionale dei derivati Over-The-Counter in circolazione a livello globale ha toccato i 640.000 miliardi di dollari. Per capire cosa significhi questa cifra, basta confrontarla con il PIL mondiale, che si aggira sui 90-100.000 miliardi di dollari.

La finanza-ombra costruita sui derivati vale sei o sette volte l’intera economia reale del pianeta. Non un multiplo di crescita: un multiplo di scollamento.

E poi ci sono gli algoritmi. Il trading ad alta frequenza (High Frequency Trading, HFT) non compra un’azienda perché crede nel suo futuro. Non finanzia un impianto, non paga uno stipendio. Estrae un differenziale di prezzo che esiste per una manciata di millisecondi, sfruttando una velocità di calcolo che nessun essere umano potrà mai avere.

Secondo le stime dell’ESMA, in Europa l’HFT rappresenta tra il 24% e il 43% degli scambi azionari; negli Stati Uniti, in certe fasi storiche, questa quota ha toccato il 73% dei volumi totali scambiati.

Fermatevi un secondo su questo dato: quasi tre quarti del movimento di un mercato azionario può essere generato da macchine che comprano e vendono la stessa azione decine di volte in un battito di ciglia, senza che una sola di quelle transazioni abbia prodotto un grammo di acciaio, un chilo di grano, un solo posto di lavoro in più.

Il denaro, a questo punto, ha smesso di creare beni. Ha imparato a generare solo debito e ricchezza fittizia — un valore che esiste sugli schermi, gonfiato, veloce, e che non ha più bisogno di toccare la materia per moltiplicarsi.

Atto III: La scommessa pilotata e la fabbrica del consenso

Qui il terreno si fa scivoloso, e va attraversato con i piedi ben piantati sui dati — non sui sospetti.

I grandi fondi non aspettano passivamente l’esito dei mercati, per la semplice ragione che possiedono, contemporaneamente, pezzi troppo grandi di troppe cose diverse per restare spettatori neutrali. BlackRock, Vanguard e State Street — i cosiddetti Big Three della gestione patrimoniale — possiedono insieme circa il 90% delle società quotate nell’indice S&P 500.

E qui arriva il dettaglio che fa girare la testa: questi stessi fondi sono partecipati l’uno nell’altro, in un incrocio proprietario quasi circolare. Vanguard controlla oltre il 13% di BlackRock, BlackRock possiede quote rilevanti di se stessa e di Vanguard, State Street è nel mezzo. Non è una piramide con un vertice unico: è una rete a maglie fittissime dove pochissimi soggetti si ritrovano azionisti di riferimento praticamente ovunque.

Ovunque significa anche nei media.

Gli stessi fondi che possiedono le compagnie energetiche, le case farmaceutiche e i colossi tecnologici detengono quote rilevanti nelle grandi società che controllano oltre il 90% dell’informazione negli Stati Uniti. Non serve immaginare una stanza fumosa dove si decide cosa dire al mondo: basta guardare chi ha, contemporaneamente, interesse economico nell’esito di una notizia e la proprietà del canale che quella notizia racconta. Il conflitto d’interessi non è un’ipotesi complottista: è scritto nero su bianco nei prospetti depositati alla SEC.

E quando serve una crisi per generare un profitto mostruoso, la storia recente ce l’ha mostrata senza pudore. Le cinque maggiori compagnie petrolifere mondiali hanno incassato quasi 467 miliardi di dollari di profitti nei quattro anni successivi all’inizio delle ostilità in Ucraina. Di questi, ben 444 miliardi sono stati restituiti agli azionisti sotto forma di dividendi e buyback — non reinvestiti in energia pulita, non usati per calmierare i prezzi. Solo nel primo trimestre del 2022, i riacquisti di azioni proprie da parte delle oil major sono stati pari a 24 miliardi di dollari: il 15% in più di tutto quanto speso nell’intero 2021.

Non sto dicendo che un conflitto armato sia stato orchestrato a tavolino esclusivamente per far felici gli azionisti energetici. Sto dicendo che, quando un evento drammatico produce sistematicamente e ripetutamente lo stesso identico beneficiario, a un certo punto è lecito — anzi necessario — chiedersi chi ha l’incentivo a far accadere l’evento successivo, e chi ha in mano i megafoni per renderlo, agli occhi di tutti, semplicemente “inevitabile”.

(…sì, forse un po’ lo sto dicendo).

Un'illustrazione concettuale con testo in italiano. Il testo principale dichiara: "CANCRO CANNIBALE: QUANDO LA FINANZA HA SMESSO DI COSTRUIRE". Un testo secondario cita: "Ricordate la scena di Matrix... E invece, in parte, è già così." Visivamente, una colossale macchina insaziabile fatta di ingranaggi, circuiti e dati di borsa consuma una città che affonda e fabbriche. Un uomo d'affari trasparente, circondato da dati e collegato da cavi alla macchina, si allontana, a simboleggiare l'uomo come combustibile per il sistema finanziario.

Atto IV: Il conto al ristorante (pagato dai soliti)

Chi paga davvero la bolla dell’Intelligenza Artificiale? Non gli investitori che la finanziano a debito, ma chi subisce bollette più care, salari compressi e lavoro degradato a “risorsa da ottimizzare”.

Alla fine, il conto arriva sempre allo stesso tavolo: il nostro.

Il carburante alle stelle e il carrello della spesa svuotato non sono un mistero atmosferico: sono la conseguenza diretta di profitti concentrati altrove mentre i costi si distribuiscono ovunque, in modo particolarmente pesante su chi ha meno margine per assorbirli.

E oggi la nuova scommessa si chiama Intelligenza Artificiale. La spesa in conto capitale per le infrastrutture e i data center IA ha superato i 400 miliardi di dollari nel 2025, con stime che tra i soli cinque hyperscaler globali superano i 700 miliardi. Cifre che raddoppiano di continuo in una corsa dove, secondo ampie analisi di settore, la quasi totalità delle aziende che hanno investito massicciamente nell’IA generativa non ha ancora visto un ritorno economico reale e misurabile.

E come si finanzia una scommessa di queste dimensioni quando i ricavi di cassa non bastano? Con il debito. L’emissione di obbligazioni legate allo sviluppo di data center e potenza di calcolo ha raggiunto livelli record, drenando quote enormi delle nuove emissioni obbligazionarie sul mercato. Non sono ricavi reali a garantire quel debito: è la promessa di ricavi futuri. Ed è una promessa che, come ogni impegno preso con i creditori, prima o poi va onorata. Con gli interessi.

Quando la promessa non basta, il conto si scarica sul mondo reale:

  • Sulle bollette energetiche, gonfiate dalla voracità elettrica dei centri di calcolo.
  • Sull’occupazione, degradata a “costo da tagliare” in nome dell’efficienza algoritmica.
  • Sul risparmio delle famiglie, chiamato a sostenere — tramite fondi pensione, ETF e gestioni patrimoniali — una bolla che nessuno ha scelto e di cui pochissimi comprendono davvero i rischi.

L’essere umano e il suo lavoro, in questo schema, non sono più il fine della finanza. Sono il combustibile che tiene in piedi la piramide — proprio come nei baccelli di Matrix, solo che qui nessuno ci ha nemmeno chiesto se volevamo prendere la pillola.

La domanda che resta, alla fine del viaggio, non è se la finanza tornerà spontaneamente a costruire. È se noi — risparmiatori, lavoratori, cittadini — troveremo ancora la voce, la consapevolezza e gli strumenti per costringerla a farlo.

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