Io, Dolly Parton e Francesca (forse 🤔)
C’era una festa country all’Arcella, quartiere di Padova famoso per tutt’altro, e c’era un manico di scopa vestito da metallaro che non sapeva di essere a un passo da una delle poche certezze artistiche che si sarebbe portato dietro per tutta la vita. Ci arrivo dopo.
Partiamo dai fatti: Dolly Parton ci ha lasciati il 25 agosto 2026 a Nashville, all’età di 80 anni, dopo una breve battaglia contro il cancro. Un comunicato ufficiale, parole misurate, la stessa discrezione che ha accompagnato ogni angolo della sua vita privata per sessant’anni. Il mondo intero ha reagito come reagisce sempre davanti alla scomparsa di un’icona: fiumi di coccodrilli, playlist a ripetizione con “Jolene” e “I Will Always Love You”, titoloni sui numeri da capogiro. Oltre 100 milioni di dischi venduti, 11 Grammy, più di 3.000 canzoni scritte. Tutto vero. Tutto sacrosanto. E tutto già scritto altrove, forse meglio di quanto potrei fare io ricopiando un’agenzia stampa.
Qui sul RickyVerso, però, vorrei raccontarti l’altra Dolly, quella che ho scoperto per caso sotto un tendone da ballo nel 1998 e che negli anni si è rivelata immensamente più interessante della cantante da classifica che ascoltavo distrattamente alla radio.
Un manico di scopa, una Francesca (forse 🤔) e una voce dal Tennessee
Era il 1998. Con il mio gruppo storico, i PraeTESTO, avevamo appena vinto il Rock Day Festival: un periodo denso di palchi, Prog Rock, Hard Rock, Rock Blues viscerale e quell’anima metallara dura e pura che non mi ha mai abbandonato. Il country, in quegli anni, non lo prendevo in considerazione neanche con il cannocchiale. Poi arriva lei: non ricordo nemmeno come si chiamava, mi sembra Francesca (forse 🤔), appassionata di raduni e balli western, amica di amici della compagnia. E si sa: tira più un battito di ciglia che una pariglia di buoi.
Ci ritroviamo a una Festa Country all’Arcella, quartiere padovano noto per dinamiche decisamente meno bucoliche delle balle di fieno. L’atmosfera però era impeccabile: griglie infinite di stinchi fumanti alla brace, stivali lucidati, speroni, cappellacci da cowboy, recinti per cavalli, Mustang V8 e pickup mastodontici parcheggiati come trofei. E poi il grande tendone da ballo, con la pista in assi di legno.
Al centro, un quadrato perfetto di persone che si muoveva all’unisono: avanti, indietro, diagonale, pollici infilati nella cintura e tacchi che martellavano il pavimento in un casino incredibilmente coordinato.
«Dai, andiamo dentro!» mi dice lei.
Sudore freddo immediato. Il classico manico di scopa stava per regalare al pubblico la figuraccia del decennio. E invece, con enorme sorpresa di entrambi, tempo cinque minuti e mi muovevo a mio agio in quel meccanismo sincronizzato. Solo due anni prima avevo fatto il servizio militare: parate, marce in piazza d’armi e cadenze all’unisono funzionano con lo stesso principio. Cambiava la divisa, ma il ritmo interiore era identico.
All’inizio non badavo alla musica: contavo i colpi sul rullante per non perdere il tempo. Francesca (forse 🤔) provava a istruirmi sui mostri sacri che uscivano dall’impianto: Jimmie Rodgers, Willie Nelson, Johnny Cash, Patsy Cline. Nomi che a me, cresciuto a pane, Pink Floyd e Black Sabbath, dicevano poco o nulla. Poi, a un certo punto, è successo qualcosa di imprevisto: una voce mi ha letteralmente inchiodato.
Era cristallina, luminosa, calda, profondamente emotiva senza mai cadere nel patetico, con quell’accento denso del Sud americano. Cantava di una casa sperduta tra le montagne del Tennessee.
La biondina con gli occhi azzurri di nome Francesca (forse 🤔) è svanita dai radar poco dopo. Scoprii la sera stessa che il suo reale interesse era un altro ballerino del gruppo e che io avevo fatto solo da tassista di fiducia, un grande classico della mia giovinezza. Ma da quella notte, Dolly Parton e quella voce mi sono rimaste dentro. Non tanto il genere in sé: la voce. E, con il passare del tempo, tutto ciò che rappresentava.
La Dolly che l’America conservatrice avrebbe voluto ignorare
Il country, visto da fuori, è spesso etichettato come il recinto musicale più identitario, tradizionalista e conservatore degli Stati Uniti. Bandiere a stelle e strisce, chiese di periferia e dogmi intoccabili. Ebbene, dentro quell’ecosistema, Dolly Parton ha fatto per oltre cinquant’anni ciò che nessun’altra superstar si è mai sognata di fare: ha ribadito con naturalezza disarmante che l’amore è amore, decenni prima che diventasse uno slogan comodo da sbandierare.
Ha sostenuto apertamente il matrimonio egualitario dichiarando alla CNN con la sua tipica ironia affilata: «Perché non dovrebbero potersi sposare? Dovrebbero soffrire esattamente come tutti noi!». Ha preso pubblicamente le difese della comunità transessuale quando il suo Tennessee approvava leggi discriminatorie, spiegando di aver toccato con mano il dolore di chi viene emarginato solo per il fatto di esistere. E lo faceva senza cattedre o proclami ideologici, ma parlando come si parla a tavola in famiglia:
«Ho parenti transgender, gay, lesbiche, persone che lottano con l’alcol e con la dipendenza. Fanno tutti parte della mia famiglia. Li conosco, li amo tutti profondamente e non mi permetto di giudicare nessuno.»
Non erano frasi di facciata. A Dollywood, il suo gigantesco parco a tema, accoglieva regolarmente i Gay Days. C’è poi una pagina fondamentale e spesso taciuta: tra gli anni ’80 e ’90, mentre l’AIDS veniva trattato come una colpa o un tabù innominabile, la sua casa di produzione (la Sandollar Productions) co-produsse “Common Threads: Stories from the Quilt”, lo straordinario documentario del 1989 sul memoriale delle vittime di AIDS, premiato con l’Oscar. Nel 1994 scese in prima linea nella campagna Break the Silence per combattere lo stigma sanitario nelle comunità rurali.
Jane Fonda, sua compagna di set nell’iconico “9 to 5”, ha sintetizzato tutto con una chiarezza che toglie il fiato: «Ai suoi fan gay e trans voglio solo dire: sappiate che lei vi amava davvero. Ma sono certa che lo sapevate già, senza bisogno che ve lo ricordi io.»
La donna che disse due volte “No” alla Casa Bianca
Se credi che queste posizioni l’abbiano trasformata nella mascotte di un partito politico, non hai ancora colto la grandezza della donna. Dolly Parton ha difeso la propria libertà artistica con un’onestà adamantina, ripetendo sempre: «Io non appartengo alla politica, io appartengo alla musica e alla gente».
Nel 2016 l’amministrazione Trump le propose la Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile statunitense. Dolly rifiutò. Gliela riproposero una seconda volta: rifiutò nuovamente, la prima per accudire il marito malato, la seconda per rispetto delle restrizioni di viaggio pandemiche. Quando in seguito l’amministrazione Biden provò a riaprire la pratica, mantenne la stessa identica linea d’indipendenza: «Se accettassi adesso sembrerebbe una manovra politica. Io non canto per le medaglie».
In una società spaccata a metà dal tifo ideologico, essere venerata allo stesso modo dalla classe operaia rurale del Sud e dal pubblico dei club metropolitani non è una casualità: è la conseguenza di chi sceglie di essere un rifugio umano autentico invece di una bandiera di convenienza.
Il milione di dollari e i 300 milioni di libri
C’è un gesto concreto che fotografa la sua statura morale meglio di mille interviste. Nell’aprile del 2020, nel momento più buio e incerto della pandemia, staccò un assegno personale da un milione di dollari destinato al Vanderbilt University Medical Center. Quel fondo permise di finanziare la fase di ricerca preliminare cruciale che portò alla messa a punto del vaccino Moderna. Nessun clamore, nessuna autocelebrazione.
Ma il suo capolavoro più duraturo, il vero monumento vivente, si chiama Imagination Library. Fondata nel 1995, è un’iniziativa che regala e spedisce a casa ogni mese un libro a qualsiasi bambino tra zero e cinque anni. L’idea nacque da una ferita intima: suo padre Robert Lee non aveva mai avuto l’opportunità di imparare a leggere e scrivere.
Oggi quel programma ha superato la cifra record di 300 milioni di volumi regalati in mezzo mondo, con una media impressionante che negli ultimi anni ha toccato un libro recapitato ogni 0,78 secondi. Mentre i rotocalchi discutevano del volume delle sue parrucche bionde, lei costruiva la più capillare biblioteca itinerante per l’infanzia che la storia ricordi.
Una fortezza chiamata intimità
Torniamo a quel punto di partenza: quella voce pura che mi fulminò all’Arcella nel ’98 apparteneva a una donna sposata per quasi sessant’anni con lo stesso uomo, Carl Thomas Dean, compagno di una vita lontano dai riflettori fino alla sua scomparsa nel 2025. Carl non amava la mondanità e Dolly protesse quel patto d’amore con un rigore esemplare: quasi nessuna foto pubblica, zero gossip da rotocalco, nessun compromesso.
Aveva eretto un confine invalicabile tra la maschera scenica — fatta di paillettes, trucco marcato e tagliente autoironia — e la persona reale, custodita gelosamente al riparo dal rumore mediatico.
Una coerenza che si rifletteva persino nella sua spiritualità: una fede cristiana profonda, vissuta nell’accoglienza e mai brandita come una clava per giudicare le scelte altrui. Alla domanda sul perché accogliesse tutti senza distinzioni, rispondeva semplicemente ricordando l’insegnamento del Vangelo: il giudizio non spetta a noi.

Perché questa voce mi appartiene ancora
Non sono diventato un purista del country. Il mio baricentro musicale resta ancorato alle progressioni sghembe del Prog, alle distorsioni ruvide e al rock d’autore. Eppure quella sera, tra polvere e casse acustiche a palla, imparai una verità fondamentale: le etichette di genere non dicono assolutamente nulla sull’anima di chi compone.
Dolly Parton ha dimostrato che si può rimanere fedeli alle proprie radici senza mai trasformarle in un recinto di esclusione. Ha seminato cura, dignità e cultura, mettendo le proprie risorse a disposizione di chiunque ne avesse bisogno.
Quella notte all’Arcella ero solo un giovane cantante rigido come un manico di scopa, che si scoprì capace di ballare in riga grazie ai trascorsi in caserma. Francesca (forse 🤔) si è persa nella nebbia degli anni. Ma la voce di quella ragazza del Tennessee è ancora qui. Perché la vera bellezza non ti chiede il permesso, né si preoccupa del contesto: le basta un tendone polveroso, una cassa spia e una melodia che parla dritta al cuore.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
