🎸 Foreign Tongues: Il battito immortale dei Rolling Stones (Oltre il tempo e gli algoritmi)

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Il mancamento delle 23:59

Ore 23:59. La sveglia puntata mi ricorda che ho un appuntamento con Mick Jagger e i soci rimasti dopo la dipartita di Charlie Watts. Apro Apple Music: tra pochi secondi sarà disponibile il nuovo album dei Rolling Stones. Mi viene proposto di ascoltare Anna Pepe… ho un mancamento.

Ore 00:01. Eccolo… premo play e…

… e penso che è quasi incredibile se non disumano che una band riesca ancora a sfornare album rock’n’roll così vibranti oltre sessant’anni dopo il debutto. Eppure Foreign Tongues può stare a testa alta tra le opere più intense ed evocative dei Rolling Stones. Certo, serve abituarsi alla produzione levigata di Andrew Watt, capace di catapultare la band nel presente mentre loro rivivono in modo tangibile sette decenni di storia.

Nel 1972, il leggendario critico Lester Bangs descriveva gli Stones su Creem come una band che “sembra emanare cambiamento, ma in realtà si limita a rielaborare gli elementi più solidi del proprio repertorio”. All’epoca questo significava i turbo-riff di Keith Richards e le vocalità animate di Mick Jagger, capaci di trasformare il blues e il rock’n’roll che li avevano formati, insieme al country, al funk e alle ballate che avevano già elevato a forma d’arte. Con Ronnie Wood al loro fianco da cinquant’anni, è esattamente ciò che gli Stones hanno continuato a fare, andando avanti in modo a volte sorprendente. Come dichiarò Richards dopo aver compiuto sessant’anni nel 2003:

“Visto che nessuno ha mai fatto questo percorso prima di noi, ci si aspettano alti e bassi… Stiamo semplicemente andando avanti per vedere dove si arriva”.

Il ritorno dei “Barafondi” e il graffio di Chicago

L’entusiasmo che un nuovo album degli Stones riesce ancora a suscitare dopo sette decenni è palpabile. Anche se l’uscita dell’album è stata annunciata a Brooklyn in stile talk show americano, la band ha saputo giocare con il mistero sui social prima che il travolgente pezzo blues in stile Chicago, Rough And Twisted, apparisse per breve tempo nei negozi di dischi su vinile a 12 pollici sotto lo pseudonimo segreto usato nei concerti anni ’70: The Cockroaches. Inutile dire che ha subito raggiunto cifre a tre zeri su eBay.

Le chitarre sporche, l’armonica incendiaria di Jagger e un’energia quasi incontenibile – che nel ’63 avrebbe fatto impazzire il Crawdaddy – erano un ottimo segnale. La conferma definitiva è arrivata dal lato B In The Stars, primo singolo dell’album, con un coro che richiama Gimme Shelter, il riff massiccio di Keef e la voce trascinante di Mick.

Il vestito lucido di Andrew Watt e l’anima analogica

Foreign Tongues è stato completato lo scorso anno dopo un mese ai Metropolis Studio di Londra con il trentacinquenne produttore prodigio Andrew Watt (già dietro l’ultimo, nostalgico lavoro di Paul McCartney). Fu proprio Macca a parlare a Woody del produttore durante le sessioni di Hackney Diamonds nel 2022, un’affascinante eco degli anni ’60, quando Stones e Beatles coordinavano le date di uscita per non sovrapporsi.

Nonostante una copertina decisamente poco ispirata, già dopo il primo ascolto Foreign Tongues si rivela un classico Stones purissimo, persino superiore al capitolo precedente. Lontano dall’essere un semplice recupero di scarti, solo quattro dei quattordici brani risalgono a vecchie sessioni, incluso il secondo pezzo con il basso di Macca e l’ultima, preziosa traccia con la batteria di Charlie Watts.

Tornando allo spirito degli anni ’60, quando le riviste musicali recensivano i lavori brano per brano, questo resta il modo migliore per affrontare un disco così accuratamente costruito:

  • Jealous Lover: Riprende il soul dolce di Beast Of Burden o Fool To Cry, con il falsetto di Jagger che evoca Emotional Rescue. L’intreccio delicato delle chitarre è squisito, impreziosito dall’organo di Steve Winwood (presente in ben nove brani).
  • Mr Charm: Vanta un riff di Richards estremamente sensuale, anche se la produzione hi-tech a volte rischia di appesantire le voci multitraccia di Jagger.
  • Divine Intervention: Esplode con l’energia epica che guida tutto l’album. La voce di Mick non è mai suonata così forte e sicura.
  • Ringing Hollow: L’amore di Mick e Keith per il country (stile Faraway Eyes) qui si fa serio. Definita dalla band “una canzone d’amore per l’America”, si trasforma in un lamento sincero contro la realtà attuale: “C’è sempre qualche mascalzone pronto a scaldare la folla” e “Lady Liberty non è più tanto bella quando ha uno strappo nel vestito”. Il ritornello imponente e le pennellate di chitarra ricordano l’anima di Sweet Virginia.
  • Never Wanna Lose You: Ritmo incalzante e toni gospel (con la partecipazione di Robert Smith) che avrebbero trovato perfetto spazio in Some Girls.
  • Hit Me In The Head: L’ultima sessione con Charlie Watts. Un assalto a ritmo punk spinto al massimo da uno swing inconfondibile e insostituibile.
  • You Know I’m No Good: Una cover di Amy Winehouse affrontata con sfrontatezza assoluta e vinta grazie all’armonica graffiante di Jagger.
Copertina ufficiale dell'album Foreign Tongues dei Rolling Stones edizione luglio 2026

La vulnerabilità di Keith e il testamento acustico

Some Of Us è il brano affidato alla voce di Keith, da sempre uno dei momenti più attesi. Ricco di sfumature che nascono dal cuore, si affianca alle sue grandi ballate degli anni ’90. La sua voce appassionata, sostenuta da crescendo emotivi e dall’organo vorticoso, assume nel ritornello una prospettiva universale e struggente:

“Tutto quello che ci serve è un po’ d’amore / Mi hai strappato via il cuore / Lo sai che non possiamo avere tutto, alcuni di noi sono in ginocchio”.

Dopo il funk curato di Side Effects, l’epica ballata soul Back In Your Life diventa il momento culminante dell’album. Registrata nella settimana di giugno 2025 in cui ci hanno lasciato Sly Stone e Brian Wilson, Jagger regala la sua interpretazione vocale più intensa, perdendosi in una supplica solitaria mentre Woody riversa il dolore in un assolo di chitarra torrenziale.

Come la storica Rolling Stone Blues di Muddy Waters chiudeva il capitolo precedente, Foreign Tongues si congeda con Mick e Keith che, affiancati da Chad Smith, tornano a casa. Una versione intima e acustica di Beautiful Delilah di Chuck Berry, un classico dei loro primissimi concerti del 1964.

Fin dagli anni ’70 i giornalisti chiedono alla band: “Sarà questo il vostro ultimo album?”. Molti lo danno per scontato anche stavolta. Ma la risposta migliore l’ha data Keith in conferenza stampa: “Entrare in studio significa solo vedere dove ci porta. C’è ancora qualcosa lì dentro. Ed è proprio quello che cerchiamo”.

Con questo livello di forma, Keith, lo speriamo davvero anche noi.

E ora… lo ascoltiamo assieme?

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