Tag: consapevolezza

  • L’inganno del “Puoi essere tutto ció che vuoi!”

    L’inganno del “Puoi essere tutto ció che vuoi!”

    L’illusione pericolosissima e il progetto greco

    Viviamo in una società che ci mente spudoratamente, sussurrandoci all’orecchio un mantra tossico: “Puoi essere quello che vuoi”. Sembra una promessa di libertà infinita, ma è un’illusione pericolosissima che genera frustrazione. La verità, quella scomoda che nessuno mette sui cartelloni pubblicitari, è che nessuno di noi può essere “quello che vuole”. I greci, che avevano capito la psiche umana millenni prima degli influencer, ribaltavano la prospettiva: non devi essere ciò che vuoi, ma devi diventare ciò che sei.

    Pindaro lo scrisse con una chiarezza disarmante: “Conosci te stesso per diventare quello che sei”. Non è un limite, è un progetto esistenziale. C’è un abisso tra le due cose: “essere quello che vuoi” è un capriccio del marketing che ti vende maschere; “diventare ciò che sei” è un destino da scolpire togliendo il superfluo.

    Arborum Felix: La felicità è un raccolto

    C’è un passaggio etimologico che mi fa impazzire e che smonta la nostra idea moderna di benessere. I latini usavano l’espressione Arborum Felix, l’albero felice. E come te lo immagini un albero felice? Non è solo verde o pieno di fiori ornamentali: è un albero carico di frutti.

    La felicità, nella sua radice antica, è intrinsecamente generativa. Chi è felice crea, produce, e soprattutto mette a disposizione degli altri ciò che ha generato. La persona felice è, per definizione, generosa: non è avara di conoscenze, mette in condivisione le proprie risorse, fa crescere la comunità intorno a sé. È un circolo virtuoso perfetto, dove la realizzazione personale diventa nutrimento per gli altri.

    Perché il sistema ti preferisce euforico

    C’è però un “bug” in questo sistema perfetto, almeno per l’economia di oggi: quando sei felice davvero, non compri. Se sei Arborum Felix, se sei pieno di frutti e connessioni reali, acquisti solo ciò di cui hai realmente bisogno. In una società basata sulla sovrapproduzione del superfluo, sei sicuro che il mercato ti voglia proprio felice?

    La risposta è no. Il sistema ti vuole gasato, ti vuole euforico, ti vuole sotto l’effetto di una metaforica “Red Bull” che ti mette le ali per tre minuti di onnipotenza e poi ti fa schiantare. Il messaggio implicito è subdolo: “Sii felice, ma di quella felicità frivola. Mi raccomando, non scendere troppo in profondità”. Perché la profondità porta consapevolezza, e la consapevolezza è nemica del consumo compulsivo.

    La vendetta della lentezza

    La profondità richiede un tempo che il mercato dell’attenzione odia. Il mantra dei social è: “Il video deve essere veloce, rapido, pochi secondi. Ho l’ansia”. Abbiamo provato a comprimere, a ridurre, a pillolizzare ogni concetto, al punto che i miei amici social media manager minacciano il suicidio ogni volta che pubblico un post che richiede più di 3 minuti di lettura.

    Eppure, sta succedendo qualcosa di inaspettato: la grande vendetta della “radio”. L’esplosione dei podcast lunghi dimostra che siamo affamati di complessità. In quella lentezza, che sembrava bandita, tu puoi finalmente ridepositare i pensieri e scoprire te stesso. Tutti cercano la “pillola magica”, il Bignami della vita, ma la soluzione non è mai nella fretta.

    Tardi ti amai

    Sant’Agostino, uno che di tormenti e ricerche interiori se ne intendeva, scrisse una delle frasi più belle della storia: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova”. E aggiunse la chiave di tutto: “Tu eri dentro di me, e io ero fuori. E lì ti cercavo”.

    Passiamo la vita a cercare la felicità “fuori”, nelle cose, negli oggetti, nelle approvazioni esterne, mentre lei se ne sta tranquilla dentro di noi, nel posto in cui non guardiamo mai. È buffo quanta felicità sprechiamo cercando conferme altrove.

    E quando qualcuno ti chiede con disprezzo “Ma perché ti accontenti?”, sorridi. Perché accontentarsi – nel senso nobile di essere contenti della realtà, come veder crescere un figlio o godersi un momento vero – è l’unica vera ribellione possibile.

    Diventa ciò che sei. Tutto il resto è solo rumore di fondo.

  • L’arte di disimparare (per poi dover pagare per ricordare)

    Prima vignetta di un fumetto. In un ufficio, una donna con un'espressione soddisfatta dice al suo collega: "Mi sono iscritta ad un corso di mindfulness! Un po' caro ma molto utile". L'uomo, seduto al suo fianco, risponde con calma: "Anche io lo faccio. Gratis."
    Seconda vignetta del fumetto. La donna, ora con un'espressione sbigottita, chiede: "Gratis??? Ma... come?". L'uomo le spiega serenamente, senza staccare gli occhi dal suo computer: "Sì! Lunghe passeggiate nella natura, giretti tranquilli in moto, contemplazione del cielo steso sul prato in giardino..."
    Terza e ultima vignetta del fumetto. La donna, contrariata, ribatte: "Ma non è la stessa cosa!". L'uomo, con un sorriso saggio e un po' sornione, le dà la battuta finale: "Lo era finché qualcuno non ha deciso che devi pagare per farti insegnare cose che già sai..."

    A volte mi fermo a pensare a quanto sia diventato complicato fare le cose semplici. Viviamo in un’epoca straordinaria, con un accesso all’informazione e a strumenti che i nostri nonni non avrebbero potuto nemmeno sognare. Eppure, in questo oceano di possibilità, sembra che abbiamo perso la bussola per le cose fondamentali.

    Ci siamo talmente abituati al rumore di fondo, al flusso costante di notifiche, tutorial e “life hacks”, da dimenticare che molte delle risposte che cerchiamo sono già dentro di noi. Sono silenziose, non hanno un’app dedicata e, cosa più sconvolgente per il mercato, sono gratuite.

    Prendiamo la capacità di essere presenti, di goderci un momento. Oggi la chiamiamo “mindfulness”. È diventata un prodotto. Un’industria. Ci sono corsi, webinar, ritiri a pagamento per insegnarci a fare qualcosa che ogni bambino sa fare istintivamente: meravigliarsi di una formica che cammina, perdersi a guardare le nuvole, sentire il calore del sole sulla pelle senza doverlo postare su Instagram.

    Non fraintendetemi, ogni percorso di crescita è valido. Ma la mia riflessione è più amara, più cinica: siamo arrivati al punto di dover pagare qualcuno perché ci dia il permesso di disconnetterci? Di dover seguire un metodo strutturato per riscoprire il piacere di una passeggiata senza meta?

    Io ho i miei rituali. Non hanno un nome altisonante, non rilasciano un certificato di partecipazione. A volte è il borbottio del motore della moto che si placa quando mi fermo in cima a una collina. Altre volte è il fruscio delle foglie durante una camminata nel bosco. Spesso, è semplicemente il silenzio del mio giardino di notte, con lo sguardo perso verso un cielo che se ne frega altamente dei miei problemi e delle mie scadenze.

    Questa è la mia “consapevolezza”. Non l’ho imparata, l’ho sempre saputa. L’avevo solo dimenticata, sepolta sotto strati di urgenze, doveri e distrazioni digitali.

    Forse il vero lusso, oggi, non è potersi permettere il corso più esclusivo. Forse è avere il coraggio di spegnere tutto e ascoltarsi. Riscoprire quelle piccole pratiche personali che ci rimettono in sesto, senza bisogno che un esperto ci dica come e quando farle.

    Il punto a cui sono arrivato è che la società moderna non ci vende soluzioni a problemi nuovi. Spesso, ci vende a caro prezzo le soluzioni a problemi che lei stessa ha creato. Ci toglie il tempo, la pace e la capacità di ascoltarci, per poi venderci surrogati in pillole, corsi e abbonamenti.

    Un meccanismo geniale, a pensarci bene. Terribilmente geniale.

    E voi? Qual è quella cosa semplice, quel vostro piccolo rituale gratuito, che vi rifiutate di farvi portare via o di dover “re-imparare” a pagamento?

    Fatemi sapere. O anche no. Magari, invece di scrivere un commento, andate a fare quella cosa.

    Funzionerà meglio.