Bonaccini, Meloni, Vannacci: la vera maggioranza non vota
Ma quando si vota? …Come?… Non si sa ancora? Ah, non si sa nemmeno con che legge elettorale?
E allora perché la sensazione è quella di essere in piena, febbrile campagna elettorale? A parte i portavoce dei partiti che mi fanno una paura matta quando appaiono ai tiggì — con quello sguardo fisso e inespressivo, muovendo solo la bocca come gli anime giapponesi degli anni ’80 — devo dire che l’intrattenimento grottescamente comico della nostra classe politica sta raggiungendo vette vertiginose.
E badate, non è una battuta buttata lì per aprire il pezzo con un pizzico di sale: è la fotografia esatta della situazione. Mentre scrivo queste righe, la legge con cui gli italiani dovrebbero votare la prossima volta è ferma da un anno e mezzo in un limbo parlamentare: approvata alla Camera il 16 luglio, incagliata al Senato, quinta riforma tentata in trent’anni e l’ennesima partorita senza chiedere il parere di chi dovrà subirla. Non sappiamo quando si vota. Non sappiamo come si voterà. Sappiamo però, con una precisione chirurgica, chi ha studiato meno e per quale motivo sceglie un certo simbolo sulla scheda. Le priorità, in questo Paese, sono sempre state cristalline.
Il fattaccio: Bonaccini scopre l’acqua calda e si scotta
Andiamo con ordine, perché la storia supera per distacco qualsiasi sceneggiatura satirica. Il 24 agosto, ad Albenga, il presidente del PD Stefano Bonaccini sale su un palco e pronuncia una frase che definire “infelice” è un atto di cortesia che lui, personalmente, non merita: negli ultimi dieci anni — sostiene — da Trump alla Brexit fino a Meloni e Vannacci, il voto di destra è arrivato in misura maggioritaria da chi ha studiato meno, vive in periferia o nelle aree interne e se la passa peggio economicamente.
Ora, il punto non sta nella falsità del dato. I flussi elettorali confermano da anni che il titolo di studio è diventato uno dei predittori più solidi del comportamento elettorale: chi possiede una laurea converge verso sinistra, chi ha la licenza media si orienta a destra. Il vero cortocircuito risiede nel come lo dici e, soprattutto, da dove lo dici. Bonaccini parla dal pulpito di un partito che nell’ultimo ventennio ha progressivamente sostituito gli operai con i docenti universitari nella propria base, sfoggiando il tono di chi illustra una brillante scoperta scientifica anziché confessare un clamoroso fallimento politico.
È la replica esatta di un ristorante stellato che, dopo aver raddoppiato i prezzi per dieci anni di fila, guarda con stupore i vecchi clienti abituali mettersi in fila al fast food e sentenzia: “Evidentemente hanno un palato poco raffinato”.
Meloni, l’indignazione con i tempi da influencer
A questo punto entra in scena Giorgia Meloni, che aspetta con pazienza certosina quattro giorni — quattro giorni pieni, non un quarto d’ora — prima di rilanciare la frase sui social con la foga teatrale di chi l’ha appena ascoltata: “In un’illuminata lezione, Bonaccini ci spiega che milioni di italiani votano a destra perché hanno studiato poco”, scrive la premier, accusando la sinistra di spocchia intellettuale e di giudicare i cittadini dall’alto dei titoli accademici invece che ascoltarne i bisogni.
Applausi, standing ovation e coreografia impeccabile. Peccato che quel calcolo cronometrico sveli l’intero retroscena: siamo davanti a puro merchandising politico. Una frase così ghiotta per la propaganda non si consuma a caldo: la si lascia decantare come un vino d’annata, stappandola nell’istante esatto in cui garantisce la massima eco mediatica. In realtà la Presidente del Consiglio dovrebbe ringraziare Bonaccini in privato per averle regalato tre giorni di titoli d’apertura gratuiti, su un terreno che non costa un solo euro di copertura finanziaria e non esige mezza proposta concreta.
Vannacci e la recita della “puzza di sudore”
A completare il quadro non poteva mancare Roberto Vannacci, che si intesta con orgoglio da copertina patinata il voto di “chi puzza di sudore”, opponendo la fatica manuale al distacco dorato dei salotti intellettuali.
Rieccola, l’immagine dei portavoce-anime: mascella che lavora, sguardo immobile, formula collaudata in provetta per colpire dritta alla pancia eludendo il cervello. Più che comunicazione politica, siamo all’ingegneria dello slogan: di fronte a un elettorato stanco di decifrare dinamiche complesse, l’iperbole ad alto tasso emotivo offre una scorciatoia cognitiva pronta all’uso. Vannacci la confeziona con la perizia di un copywriter che lancia la pubblicità di un deodorante — ironia beffarda, considerato il tema.
Il copione ormai è fisso: la sinistra oscilla tra tecnocrazia e paternalismo, alimentando nell’elettore meno scolarizzato la sgradevole sensazione di subire un giudizio dall’alto; la destra replica con un registro viscerale e aggressivo, perfetto per capitalizzare il risentimento senza l’onere di doverlo curare. Nessuno sta davvero parlando alla gente. Si limitano a parlarsi addosso, usando i cittadini come sagome di cartone per la propria rissa personale.
Il numero che nessuno dei tre vuole guardare in faccia
Ed ecco l’elemento che trasforma questa commedia in qualcosa di molto più profondo. Se calcoliamo le intenzioni di voto non sul ristretto recinto delle schede valide, ma sulla totalità reale degli aventi diritto al voto, la prospettiva si ribalta per intero.
Il 42% degli italiani dichiara apertamente che alle urne non ci andrà. Un ulteriore 13,34% afferma che andrà a votare, ma non sa chi scegliere o preferisce non rispondere. La somma produce un dato impressionante: il 55,34% del corpo elettorale si colloca fuori dall’offerta dei partiti. Più della metà dell’Italia ha staccato la spina.
Mettiamo a confronto i numeri con la realtà:
| Schieramento / Lista | % sul totale degli aventi diritto |
| 🔕 Astenuti (non andrebbero a votare) | 42,00% |
| ❓ Indecisi / Non risponde (andranno, ma senza scelta) | 13,34% |
| 🔴 TOTALE AREA DEL NON-VOTO E DEL DISORIENTAMENTO | 55,34% |
| 🔵 Fratelli d’Italia | 11,46% |
| 🔴 Partito Democratico | 9,47% |
| 🟡 Movimento 5 Stelle | 5,68% |
| 🟢 Futuro Nazionale (Vannacci) | 3,61% |
| 🔵 Forza Italia | 3,29% |
| 🟢 Alleanza Verdi e Sinistra | 2,93% |
| 🟢 Lega | 2,17% |
| ⚪ Azione | 1,26% |
| ⚪ Casa Riformista – Italia Viva | 0,90% |
| ⚪ Sud Chiama Nord | 0,59% |
| ⚪ Noi Moderati | 0,45% |
| ⚪ Progetto Civico Italia | 0,45% |
| ⚪ Più Europa | 0,45% |
| ⚪ Potere al Popolo | 0,41% |
| ⚪ Altre liste minori | 0,41% |
| ⚪ UDC | 0,32% |
| ⚪ Ora! | 0,32% |
| ⚪ Avanti PSI | 0,27% |
| ⚪ Rifondazione Comunista | 0,23% |
| Totale complessivo | 100,01% |
Fonte dati: Rielaborazione su intenzioni di voto nazionali rapportate alla totalità degli aventi diritto (fine agosto 2026).
Guardando la tabella, il verdetto è impietoso: Fratelli d’Italia, prima forza di governo, mobilita l’11,46% degli aventi diritto. Il PD, leader dell’opposizione, si ferma al 9,47%. Futuro Nazionale di Vannacci viaggia al 3,61%.
Sommati assieme, i grandi duellanti di questi giorni non raggiungono nemmeno un terzo del gigantesco “partito” di chi si astiene o non sa chi votare. Bonaccini, Meloni e Vannacci si accapigliano per spartirsi le briciole di un Paese che, nella sua stragrande maggioranza, ha semplicemente spento l’audio.
Dentro quel 55% convivono due Italie ben distinte:
- La rinuncia da deprivazione: cittadini economicamente e socialmente sfibrati, scivolati nella convinzione che la scheda nell’urna non sposterà di un millimetro la loro condizione materiale.
- L’astensione critica e consapevole: persone di solida estrazione culturale che rifiutano i toni sguaiati e la polarizzazione artificiale, respinte al contempo dall’elitismo astratto e cattedratico della sinistra. Un bacino elettorale riflessivo, in paziente attesa di una proposta politica credibile che nessuno ha ancora saputo — o voluto — formulare.

Altro che nuova legge elettorale: serve una dose di realtà
Dunque no, cari protagonisti del teatrino: il problema urgente non è concordare con quali alchimie legislative andremo a contarci. La verità è che state litigando sul gradino più alto del podio in una gara in cui oltre la metà dei corridori ha già deciso di non presentarsi alla partenza.
Potete riscrivere le regole elettorali per la sesta volta, potete continuare a palleggiarvi frasi a effetto confezionate per i titoli dei tg: finché l’unità di misura resterà l’indice di gradimento dell’algoritmo invece della capacità di risolvere i problemi, quella voragine del 55% continuerà a dilatarsi nel silenzio.
Il vero dato politico capace di togliere il sonno non sta nell’ennesimo sondaggio commissionato o nell’ultima gaffe da talk show: sta in un intero Paese che ha smesso di aspettarsi alcunché da chi pretende di rappresentarlo.
Cerco la bellezza ovunque, e persino nella politica ogni tanto provo a rintracciarne un riflesso. Ma qui, a guardar bene, siamo ancora all’anno zero.
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Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”

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