furbetto della coda salta le corsie e provoca incidenti

Ode al furbetto della coda

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O tu, piccolo sovrano della scorciatoia,
che scivoli nella corsia di sorpasso come se fosse casa tua,
e poi ti infili all’ultimo secondo dove non c’è spazio,
tra un bagagliaio e un cofano,
tra la pazienza (degli altri) e la piccola infamia (la tua),
tra due persone che vorrebbero solo arrivare a casa o al lavoro senza incontrare uno come te.

Tu che vedi una doppia linea continua
e la prendi per un abbellimento dell’asfalto.
Tu che guardi le zebrature
come se fossero decorazioni.
Tu che osservi le strisce di canalizzazione
e pensi, con la calma dei mediocri,
che valgano per gli altri.

Hai il talento raro di confondere la regola con un’opinione,
il divieto con un suggerimento,
la strada con il tuo personale videogioco
in cui barare è l’unica forma di intelligenza che ti concedi.

Eccoti lì, immobile,
sguardo fisso davanti a te,
faccia da uno che non si vergogna mai,
espressione di chi ha deciso che il mondo è fatto per cedere.
Non sei furbo.
Sei solo uno che ha imparato a vivere nello spazio minuscolo tra l’educazione altrui e la tua faccia tosta.

Dietro di te si alza il coro.
Clacson, bestemmie trattenute,
mani al cielo,
madri chiamate in causa con una creatività che meriterebbe un premio letterario.
E tu niente.
Perché sai che quasi nessuno vorrà pagare il prezzo della lezione.
Quasi nessuno vorrà sacrificare il paraurti
per spiegarti la differenza tra furbizia e dignità.

È questo il tuo vero segreto:
vivi della prudenza degli altri.
Ti nutri della loro voglia di evitare il danno,
della loro stanchezza,
del loro non voler trasformare una giornata normale
in un incidente da verbale e carrozzeria.

Ma ogni tanto trovi uno peggio di te.
Uno che capisce tutto in un secondo
e decide che oggi no, oggi non si passa.
Uno che porta il muso fino al bordo della targa dell’auto davanti e lo pianta lì,
come si pianta un cartello nel terreno sbagliato.

Allora comincia il duello.
Non più una strada, ma una prova di nervi.
Non più due auto, ma due testardaggini che si misurano nel centimetro più inutile della civiltà.
Il primo che arretra perde.
Il primo che guarda altrove ammette la resa.
Il primo che sbatte le palpebre confessa che tutta la sua sicurezza era solo una recita da parcheggio.

E il guardrail si avvicina.
La strada si stringe.
L’aria diventa più sottile.
Il ferro aspetta con la pazienza delle cose che non hanno bisogno di avere ragione.
Poi arriva la frenata,
poi il tamponamento,
poi il piccolo disastro quotidiano
che trasforma il tuo colpo di genio in una fila infinita.

Cinque chilometri di coda.
Un monumento all’ego,
un tributo alla tua brillante meschinità,
una lezione di educazione stradale scritta in lamiera e bestemmie.

E tu resti lì, fermo,
a contemplare il tuo capolavoro di niente,
convinto ancora una volta di essere il meglio.
Ma la verità è più semplice:
hai solo confermato che la tua furbizia è una forma di miseria con le frecce spente.

Grazie, idioti.
Per averci regalato l’ennesima prova che il traffico, ogni tanto,
è il ritratto più fedele della specie.

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