Frate medievale che scrive su pergamena a Padova nel 1326 - Chronica Inutilium

Il primo blogger di Padova era un frate. Anno Domini 1326.

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Ogni tanto mi chiedo cosa succederebbe se potessi tornare indietro nel tempo. Non per cambiare qualcosa — non sono così presuntuoso — ma per prendere appunti.

Questo è uno di quei post. Siamo a Padova, prima domenica di maggio del 1326. La città è in mano a Marsilio da Carrara, Cangrande della Scala soffia alle sue spalle, il Papa se ne sta comodo ad Avignone e io — reincarnato in un certo Fra Riccardo, già novizio, ora semplice bevitore di vino acido — ho deciso di aprire un blog.

Si chiama Chronica Inutilium. Esce ogni domenica. Ha zero follanti. Ma l’inchiostro costa poco. E tutto sommato le cose non sono cambiate poi molto…


CHRONICA INUTILIUM

Fogli vergati da Fra Riccardo, già novizio di Sant’Agostino, ora semplice bevitore di vino acido


A chiunque trovi questi fogli affissi presso la porta della taverna del Bue Rosso, in prossimità del Salone: sappiate che codesta Chronica è un foglio di pensieri liberi, vergati ogni domenica da un chierico che ha visto troppe cose e creduto a troppo poche. Non è un documento ecclesiastico, non è una petizione al Signore, non è una profezia. È semplicemente ciò che un uomo scrive quando ha ancora inchiostro e non ha ancora sonno. Leggete. O non leggete. A Frate Riccardo, in tutta onestà, assai poco preme.


De Marsilio Carrariensis: cinque ragioni per cui codesto Signore habet sempre il volto lieto

Die Dominica, prima Maii, Anno Domini MCCCXXVI — Padua Civitas

Hoc mane mi son svegliato con la schiena rotta e un pensiero limpido come l’acqua del Bacchiglione in un giorno di pioggia: io non possiedo nulla, e Marsilio da Carrara possiede tutto. Codesta meditazione, benché non originale, habet il pregio della precisione.

Passando dinanzi al Salone — che i dotti chiamano Palatium Rationis e i potenti chiamano semplicemente “casa mia, presto” — ho scorto il gonfalone dei Carraresi. Sventolava con grande iattantia, ovvero con quella boria tranquilla che hanno solo coloro i quali non debbono preoccuparsi del prezzo del pane.

Ho dunque preso la penna. Sia lodato Iddio, o chiunque altro voglia prendersi il merito.

Prima ragione: habet la città in suo potere.

Non per via spirituale. Non per via metaforica. Materialiter. Le strade son sue, i ponti son suoi, le guardie son sue, e — preme sottolinearlo — anche la taverna dove scrivo è sua. Per cui mi raccomando di non leggere ad alta voce questi fogli nei pressi di orecchie indiscrete.

Io chiamo codesta condizione gaudium maximae proprietatis — il gaudio di chi ponet dal posto migliore. Egli ponet, noi leggiamo. Sempre così è stato, sempre così sarà. Almeno finché regge il gonfalone.

Seconda ragione: habet i suoi follantes.

Ho coniato questo termine: follantes, dal latino follare, soffiare vento. Coloro che seguono un signore, ne amplificano le gesta, ne diffondono la fama per le contrade — anche quando codeste gesta non lo meriterebbero granché. Il principale follans di Marsilio è Cangrande della Scala, Signore di Verona, il quale lo sostiene, lo consiglia e lo abbraccia con tale calore da lasciargli le costole doloranti. Marsilio sorride. Cangrande sorride. Io scrivo e mi chiedo chi pagherà il conto.

Terza ragione: habet il Papa lontanissimo.

Giovanni XXII siede ad Avignone, in terra di Francia, occupato a scomunicare Ludovico il Bavaro e a gestire le sue notificationes papales — missive solenni che percorrono la tela tota terrarum dei messi pontifici, e che nessuno legge davvero ma tutti fingono di aver ricevuto con devozione. Ergo: a Padova si governa con relativa libertate, che i potenti chiamano autonomia e i deboli chiamano abbandono.

Quarta ragione: habet il popolo che consentet.

Nelle piazze la gente annuisce quando passa il corteo carrarese. Ho interrogato alcuni: nessuno sa esattamente perché annuisce. È un’abitudine, un riflesso. Come genuflettere in chiesa o applaudire il giullare anche quando non è divertente. Chiamo questo fenomeno consensus artificialis — il placet che non costa nulla a chi lo dà e vale oro a chi lo riceve.


Quinta ragione: habet il mese di maggio.

Questo è inattaccabile. È maggio, il sole è clemente, le rondini girano sul Salone con noncuranza aristocratica. Perfino io — che ho perduto la fede, la tonaca e la mia ultima moneta in una scommessa su un’oca — trovo difficile essere del tutto misantropo in questo matutinum di primavera.

Marsilio sorride perché è maggio, perché ha potere, perché ha follantes, perché il Papa è lontano e perché il popolo consentet.

Io invece sorrido perché ho ancora inchiostro.

E finché c’è inchiostro, c’è speranza di guai.


Frate Riccardo depone la penna, considera la brocca vuota,
e decide che la cella, in fondo, può aspettare ancora un poco.

Deo gratias. O quasi.

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