Donne alla guida umorismo - illustrazione comica di donna che si trucca in auto
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Donne al volante: un’analisi scientifica sul campo

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Le donne sono esseri meravigliosi.

Le donne in ritardo, poi, sono capaci di manifestare poteri che sfidano le leggi della fisica conosciuta, e probabilmente anche qualcuna ancora da scoprire.

Ti sorpassano in tangenziale a velocità da distacco gravitazionale — quella soglia oltre la quale il tempo rallenta e la materia si comporta in modo non deterministico — e se sei fortunato, riesci a cogliere attimi che farebbero la fortuna di un documentario di Alberto Angela. Non uno qualsiasi: proprio uno di quelli con la musica epica e la voce che si abbassa di mezzo tono nei momenti cruciali.

Quello che osservi, da quella distanza di sicurezza che istintivamente hai già aumentato, è uno spettacolo di biomeccanica applicata senza precedenti nella letteratura scientifica.

La Dissociazione Oculomotoria Volontaria (D.O.V.)

Partiamo dall’apparato visivo. Quello che la scienza chiama comunemente dissociazione oculomotoria volontaria — e che io ho ribattezzato sul campo come “la tecnica del camaleonte da tangenziale” — consiste nel mantenere un occhio fisso sulla traiettoria del veicolo e uno sullo specchietto retrovisore, sincronizzati tra loro con un ritardo di circa 0,3 secondi, sufficiente a garantire sia la sicurezza stradale sia la qualità estetica dell’operazione in corso.

Questa non è improvvisazione. È il risultato di circa 2,4 milioni di anni di pressione evolutiva selettiva — dati approssimati, ma l’ordine di grandezza regge — che ha conferito alla donna una visione periferica sensibilmente più ampia e precisa di quella maschile. Il motivo è semplice: colei che storicamente doveva tenere sotto controllo tre frugoletti che scappavano in tre direzioni diverse, mentre contemporaneamente raccoglieva bacche, sorvegliava l’orizzonte per i predatori e valutava la qualità delle radici commestibili, ha semplicemente sviluppato un hardware visivo superiore.

Nell’era moderna, questo hardware viene reindirizzato verso applicazioni cosmetiche ad alta velocità.

La Biomeccanica delle Mani

La distribuzione del carico sugli arti superiori è degna di una tesi di laurea in ingegneria ergonomica.

La mano sinistra svolge una funzione duplice di rara efficienza: la corona del volante è tenuta tra mignolo e anulare — con una presa che i test hanno rilevato essere sorprendentemente stabile anche in curva — mentre salda tra pollice e indice vi è la boccetta del mascara, orientata verticalmente con un’inclinazione di circa 15 gradi rispetto all’asse del polso. La mano destra, con la serenità di un chirurgo in sala operatoria, tiene il pennellino intinto nel liquido nero e lavora con movimenti millimetrici sull’orbicolare dell’occhio.

Il volante, in questa configurazione, viene governato con la sola pressione del palmo sinistro. Cosa che, lo ammetto, mi fa rivalutare completamente tutto quello che pensavo di sapere sulla guida.

Il Sistema di Stabilizzazione

Il mio terrore, nell’osservare la scena e nel non riuscire a impedire al mio cervello di avviare una simulazione probabilistica degli scenari possibili, è che un dosso improvviso o un giunto del manto stradale possano provocare un movimento involontario della mano destra, con conseguenze che vanno dalla semplice riga nera sulla guancia fino — nei casi estremi della mia fantasia — alla cecità permanente dell’occhio interessato.

Non succede mai.

E non succede mai perché il sistema vestibolare umano — in particolare quello femminile, che a questo punto comincio a sospettare sia stato aggiornato a una versione più recente di quello maschile — genera un senso dell’equilibrio di tale precisione che ogni muscolo del corpo segue istantaneamente qualsiasi vibrazione, imperfezione, cambio di pendenza o irregolarità del movimento dell’auto. Meglio, e con latenza inferiore, dei sensori che gestiscono le sospensioni pneumatiche di una Rolls-Royce Silver Ghost. Ho verificato: le Rolls hanno una latenza di risposta di circa 20 millisecondi. Il sistema muscolare femminile durante l’applicazione del mascara scende sotto i 5. I numeri parlano chiaro.

L’Anomalia del Rossetto

La cosa più curiosa — e che ancora non ho trovato spiegazione soddisfacente nella letteratura disponibile — è che tale perfezione sistemica sembra dissolversi parzialmente nel momento in cui, al posto del mascara, codesto femminile prodigio di natura si trova a dover maneggiare rossetto o lucidalabbra.

Non sono frequenti i casi di labbra sbavate, denti colorati di bordeaux o — nelle manifestazioni più spettacolari — i veri e propri sfregi in stile cinematografico, variante Joker. Ma esistono. Esistono con una frequenza statisticamente significativa rispetto all’applicazione del mascara, che invece registra un tasso di errore prossimo allo zero.

La mia ipotesi di lavoro — e la sottopongo alla comunità scientifica con la dovuta umiltà — è che il rossetto richieda un movimento labiale di preparazione, un microsorriso o una O quasi impercettibile, che introduce nel sistema una variabile motoria aggiuntiva non gestita dal protocollo standard. In sostanza: il problema non è la mano. È la bocca che fa cose per conto suo.

Il Catalogo Completo delle Operazioni Parallele

Il mascara e il rossetto, tuttavia, rappresentano solo le voci più documentate di un catalogo operativo molto più vasto, che continua ad aggiornarsi a ogni osservazione sul campo.

Prendiamo la gestione della chioma. Il sistema prevede una rapida lettura dello specchietto retrovisore — già occupato dall’occhio sinistro, come ricorderete — seguita da un movimento del braccio che attraversa l’abitacolo in diagonale per raggiungere le ciocche posteriori. L’operazione avviene in apnea decisionale: le mani lasciano temporaneamente il volante con la stessa nonchalance con cui voi lasciate il telecomando sul divano. Poi tornano. Tutto bene. Nessun dramma.

Ancora più affascinante è l’operazione giacchino. Non il cappotto invernale — quello viene gestito già in fase di ingresso in vettura con protocolli che richiederebbero un capitolo a parte — ma il blazer elegante, quello della riunione delle dieci. Lo recupera dal sedile posteriore mentre si è già in movimento, lo infila con una torsione del busto che uno yogi faticherebbe a replicare a freddo, e aggiustato sulle spalle con due scrollate precise mentre si negozia una rotatoria. Il risultato è impeccabile. La giacca cade perfettamente. La rotatoria è stata gestita.

E poi ci sono le scarpe.

Le scarpe col tacco meritano una menzione speciale perché introducono una variabile meccanica che sfida qualsiasi logica ingegneristica: il punto di contatto tra piede e pedale non è più la suola piatta e aderente prevista dai progettisti, ma una superficie ridotta a pochi centimetri quadrati, inclinata di circa 40 gradi rispetto all’orizzontale, appoggiata su un’asta di 9 centimetri. Il modulare tra acceleratore e freno, in queste condizioni, richiederebbe una sensibilità propriocettiva del piede comparabile a quella delle dita di un pianista concertista. Eppure funziona. La frenata è fluida, la partenza è dolce, il tacco non si inceppa da nessuna parte.

Io, con le mie comode scarpe da ginnastica a suola piatta, ogni tanto schiaccio freno e acceleratore insieme. Ma questo è un altro discorso.

La Cabina di Superman

C’è però un momento in cui tutta questa fenomenologia trova la sua sintesi più alta, ed è quello dell’arrivo.

Perché l’automobile, per la donna in ritardo, non è semplicemente un mezzo di trasporto. È una cabina di trasformazione. Entra — spesso — una mamma assonnata, con il caffè ancora in sospeso tra l’idea e la realtà, le bombe della mattina ancora nell’aria, la lista della spesa che gira in background come un’app che non si chiude mai. Quaranta minuti dopo, dal lato guidatore esce una manager rampante, trucco impeccabile, capelli in ordine, giacca perfettamente indossata, pronta a mordere la vita con la precisione di chi ha già risolto tre problemi prima delle nove.

Clark Kent aveva bisogno di una cabina telefonica. Lei ha bisogno solo del tragitto casa-ufficio.

Sintesi della ricerca

In trent’anni di osservazione del genere femminile alla guida, sono giunto a una conclusione sola: noi maschi, al volante, siamo completamente presenti e completamente inutili. Abbiamo entrambe le mani sul volante, gli occhi sulla strada, nessuna distrazione — e riusciamo comunque a non trovare parcheggio, sbagliare uscita e litigare con il navigatore.

Loro fanno il mascara a 130 km/h e arrivano puntuali.

Beh, quasi.

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