“Io non festeggio il 25 aprile” — e altri capolavori dell’ignoranza arrogante
Sabato pomeriggio. Una conversazione ascoltata per caso.
“Io non festeggio il 25 aprile. Non è la mia festa.”
Detto con quella sicurezza tranquilla, quasi orgogliosa, di chi crede di stare dicendo qualcosa di coraggioso. Invece di dirlo sottovoce, come si fa quando si ha il sospetto di stare dicendo una cretinata, lo diceva ad alta voce. Con la postura. Con il tono. Con quella specifica aria da chi ha letto mezza frase su Facebook e ha deciso di aver capito tutto.
Se c’è una cosa che mi urta i nervi è l’arroganza ignorante, indipendentemente da dove arriva. Ma ho resistito. Non sono intervenuto. Però in questi giorni ho pensato molto.
E adesso scrivo quello che ho pensato!
Da cosa ci si è liberati, esattamente?
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ordinò l’insurrezione generale contro i nazisti e le forze della Repubblica Sociale Italiana — il fantoccio di Mussolini sostenuto dall’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943. Città come Milano e Torino vennero liberate dai partigiani prima ancora dell’arrivo degli Alleati. La resa formale sarebbe arrivata il 29 aprile, efficace dal 2 maggio.
Ma fermiamoci un secondo su una parola: liberazione. Liberazione da cosa?
Da un regime che aveva abolito le libertà fondamentali nel 1925. Da un’occupazione militare straniera. Dalle deportazioni. Dalle leggi razziali. Da un sistema in cui dissidenti, ebrei, omosessuali, comunisti, cattolici antifascisti sparivano in prigione o peggio. Dalla guerra — una guerra persa male, iniziata da chi pensava che il futuro dell’Italia fosse camminare al passo romano a fianco di Hitler.
Quindi quando qualcuno dice “non è la mia festa”, gli si potrebbe chiedere: qual è esattamente la parte che non ti piace? La libertà di parola? La Costituzione? Il fatto di non vivere in uno stato totalitario? Sono curioso.
Il Festival dell’Ignoranza con Ospiti Arroganti
Il problema non è non sapere. Il problema è non sapere e essere convinti di sapere tutto.
C’è un sondaggio Ipsos commissionato dall’ANEI — Associazione Nazionale Ex Deportati — che racconta qualcosa di interessante: il 13% dei giovani italiani tra i 16 e i 25 anni dichiara di non sapere nulla del regime fascista. Il 21% di saperne poco. Ma la maggioranza si definisce “abbastanza informata”. Il che è la combinazione più classica e devastante: poco sapere + molto sicurezza di sé.
E poi c’è questo: solo il 55% dei giovani italiani si definisce antifascista. Il 22% dice no, il 23% non sa. In Italia, nel 2026, quasi uno su quattro non sa se essere contrario al fascismo.
Lasciate che questa frase vi entri davvero.
La politica che soffia sul fuoco (con eleganza istituzionale)
Non aiuta il fatto che, da anni, pezzi della classe politica italiana abbiano trasformato il 25 aprile in un campo di battaglia simbolico invece di rivendicarlo come patrimonio comune.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha reso omaggio, in forma privata, anche ai caduti della Repubblica Sociale Italiana — lo stesso stato che collaborò con i nazisti nella deportazione degli ebrei italiani. Lo stesso La Russa ha dichiarato che nella Costituzione “non c’è alcun riferimento all’antifascismo“. Tecnicamente vero nel senso più letterale e inutile possibile — È un po’ come dire che nel libretto d’uso della macchina non c’è scritto di non mettere benzina nel serbatoio del liquido refrigerante.
Il generale Vannacci — europarlamentare — non è un caso isolato nel rifiuto o nella tiepidezza verso la ricorrenza. E a Maclodio, in provincia di Brescia, il sindaco di Fratelli d’Italia ha vietato all’ANPI di partecipare alla cerimonia ufficiale del 25 aprile 2026.
L’ANPI. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Vietata alla festa della liberazione.
Mi fermo qui perché non ho abbastanza ironia per contenere questa cosa in una frase.
“Ma era una guerra civile”
Uno dei ritornelli preferiti di chi vuole relativizzare è questo: il 25 aprile celebra una guerra civile, quindi è divisivo per natura, quindi non può essere una festa di tutti.
È vero che la Resistenza ebbe anche le caratteristiche di una guerra civile: italiani contro italiani, fascisti della RSI contro partigiani. Ma questa lettura, portata all’estremo, equivale a dire che non si può festeggiare la liberazione dalla schiavitù perché anche i proprietari di schiavi erano americani.
La guerra civile non era tra due posizioni politiche ugualmente legittime. Era tra chi voleva continuare a essere la guardia armata di un regime nazi-fascista occupante e chi voleva liberarsi da quel regime. Il “entrambi i lati” applicato al nazifascismo non è equilibrio: è semplicemente un errore logico.
L’ignoranza come scelta di stile
Torniamo a quella conversazione di sabato.
Quella frase — “non è la mia festa” — non nasce dall’aver studiato e aver concluso qualcosa di diverso dalla versione mainstream. Nasce da un’estetica. Da un posizionamento. Dal voler sembrare controcorrente senza fare lo sforzo di capire quale sia la corrente e perché scorra in quella direzione.
È ignoranza addobbata a ribellione.
È la versione storico-politica del tipo che dice “la musica di oggi fa schifo” solo perché ascolta solo quella che trasmettono alla radio e da una sola radio — convinto che il disgusto sia già di per sé un’opinione critica.
E il bello — il bello davvero tragico — è che il fascismo storico si nutriva esattamente di questo: della gente sicura di sé che non faceva domande, che lasciava pensare agli altri, che si fidava del capo perché era stancante pensare da soli.
L’ignoranza arrogante non è un’opinione sul 25 aprile. È, inconsapevolmente, la sua conferma più lampante.
Perché festeggiarlo, allora?
Non perché te lo imponga qualcuno. Non per dovere civile astratto. Non perché altrimenti sei “fascista”.
Ma perché la libertà con cui stai dicendo “non è la mia festa” esiste grazie a quella festa. Il diritto di dire cretinate in pubblico senza finire in prigione è un prodotto diretto della Resistenza e della Costituzione che ne seguì.
Il 25 aprile non è la festa della sinistra. È la festa di chi preferisce vivere in una democrazia. Se non ti ci riconosci, il problema non è la data: è la democrazia.
E questo, con tutto il rispetto, è un problema tuo.
“Cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la creo.”
Ma certe volte trovo solo gente che cerca di demolire quella già esistente.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
