Celebrazione di vittoria tra personaggi della politica globale con il volto coperto mentre il mondo fuori brucia

Hanno vinto tutti! Evviva!

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C’è una cosa che va riconosciuta alla politica globale contemporanea: è coerente. Coerentemente mediocre, coerentemente cinica, coerentemente governata da persone che sembrano uscite da un incrocio tra un reality show e un manuale di psicopatologia forense. Il bello — si fa per dire — è che anche questa volta nessuno ha perso. Hanno vinto tutti. Anzi, vi dirò di più: stanno ancora festeggiando. Il cinismo della politica globale è qualcosa di mostruosamente disumano che non porta altro a collezionare vittorie di Pirro.

Sedetevi comodi. Vi racconto come va a finire una storia in cui i soliti vincono, il mondo brucia e noi, gli spettatori, paghiamo il biglietto. Con i diritti di prevendita, anche! Perché non possiamo dire “non lo sapevamo”.

Il Presidente più Amato della Storia (da se stesso)

Partiamo da lui, l’imprescindibile. Donald Trump, rieletto nel novembre 2024 e reincoronato a gennaio 2025 alla Casa Bianca, ha recentemente raggiunto il suo capolavoro retorico definitivo: ha dichiarato apertamente che “un’intera civiltà morirà stanotte“. Non una minaccia velata, non una metafora. Proprio così, di getto, come chi ordina una pizza. Una civiltà millenaria cancellata per sempre, e non sarebbe mai più stata ricostruita.

Ci vuole un certo coraggio — o una certa assenza di tutto il resto — per pronunciare queste parole in pubblico senza nemmeno tremare la voce. Perché intendiamoci: il male ha sempre indossato la giacca e parlato di democrazia e libertà. Non è una novità di oggi. La novità è che una volta si preoccupava almeno di trovare un eufemismo presentabile: “danno collaterale”, “intervento umanitario”, “operazione chirurgica”. Adesso no. Adesso dice semplicemente che una civiltà morirà stanotte, e il mondo, per lo più, continua a scrollare lo smartphone.

Il consenso ai minimi storici? Dettaglio. Chi ha bisogno del consenso quando hai il potere?

Il Sopravvissuto Istituzionale

Poi c’è Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, un uomo che il 6 ottobre 2023 era politicamente e giudiziariamente con l’acqua alla gola. Processi per corruzione, coalizioni di governo tenute insieme con lo sputo e con le preghiere, una piazza israeliana in rivolta da mesi contro la sua riforma della giustizia. Era un uomo finito. O almeno così sembrava.

Poi è arrivato il 7 ottobre, e il gioco si è ribaltato completamente. La guerra ha fatto quello che la politica non riesce mai a fare: ha compattato la nazione attorno al leader, ha trasformato l’imputato in comandante, ha sospeso i processi e rimandato sine die le domande scomode. Oggi Netanyahu non solo è sopravvissuto politicamente, ma tiene la manina in una posizione negoziale talmente strategica nei confronti di Washington da far arrossire qualsiasi lobbista. Una vittoria, per quanto costruita sulle macerie di tutto il resto.

Il Regime che Odia i Propri Figli

Il regime iraniano merita un discorso a parte, perché c’è qualcosa di particolarmente grottesco in un sistema di potere che reprime le ribellioni interne e poi si lamenta delle minacce esterne. Per anni la popolazione iraniana ha provato a ribellarsi: le donne in strada senza velo, i giovani che bruciavano le foto di Khamenei, i lavoratori in sciopero. Il regime ha risposto come sa fare: manganelli, carceri, esecuzioni.

Ma la guerra esterna è comoda. Estremamente comoda. Perché quando i missili arrivano da fuori, il nemico smette di essere il governo e diventa l’altro. Il regime teocratico iraniano ha trasformato la propria sopravvivenza in un’arte: reprimere all’interno, minacciare all’esterno, e usare ogni crisi come collante per una nazione che altrimenti si disgregherebbe da sola. Anche loro, a modo loro, hanno vinto.

Lo Zar che Aspetta

E infine lui. Vladimir Putin, l’uomo che nel febbraio 2022 ci ha spiegato che l’Ucraina sarebbe caduta in pochi giorni. Quattro anni e qualcosa dopo, l’operazione speciale più lunga della storia continua, l’economia russa è sotto pressione, il rublo ha vissuto stagioni migliori e le sanzioni occidentali hanno fatto il loro lavoro.

Eppure Putin si frega le mani. Perché sa aspettare. Sa che il caos energetico globale, alimentato dalle crisi mediorientali e dall’instabilità geopolitica, potrebbe fare quello che nessuna trattativa diplomatica ha ottenuto: convincere l’Europa a tornare a bussare alla sua porta. L’UE ha dichiarato di voler recidere definitivamente la dipendenza dal gas russo entro il 2027, ma nel frattempo importa quantità record di gas naturale liquefatto e guarda il costo dell’energia salire. E Putin aspetta, con la pazienza di chi sa che l’inverno torna sempre.

La Vittoria di Pirro della Politica Globale: Hanno Vinto Tutti. E Noi?

Il paradosso della politica globale non è che questi signori siano particolarmente brillanti. Il punto è che gli viene concesso. Il silenzio complice delle istituzioni internazionali, la stanchezza dell’opinione pubblica, la frammentazione di chi dovrebbe opporsi: tutto questo è il terreno fertile su cui prospera ogni forma di potere irresponsabile.

La genesi del male contemporaneo non è misteriosa. Non serve cercarla tra le righe di documenti segreti o nei meandri delle teorie complottiste. È lì, in piena luce, senza vergogna e senza pudore. E questo, paradossalmente, è l’aspetto più inquietante di tutti.

Ma c’è una risposta a tutto questo, e non passa per le urne né per i palazzi del potere. Passa per la cultura, per l’istruzione, per l’educazione, per la creatività, per l’arte, per il rifiuto ostinato di normalizzare il degrado. Come dicevo in una conversazione recente parlando di musica e di quello che mi ha spinto a creare Symphonic Reverie: cerco la bellezza ovunque. E se non la trovo, la creo.

Perché qualcuno deve farlo!

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