Bellum Iustum: quando la guerra era almeno teoricamente giusta (e oggi non lo è più)
C’è stata un’epoca in cui, per fare la guerra, bisognava almeno avere una scusa decente.
Non parlo di moralità assoluta. Parlo di criteri. Regole. Persino una certa forma di dignità intellettuale nell’orrore. I romani la chiamavano bellum iustum — guerra giusta — e per quanto sembri un ossimoro messo lì apposta per tormentarti, aveva un senso preciso.
Oggi no. Oggi quella costruzione teorica è un rudere, e quello che succede nel mondo è la sua negazione sistematica. Ma andiamo per ordine.
Cosa significa davvero Bellum Iustum
L’espressione nasce nel mondo romano. Cicerone la conia, poi Agostino la recupera e Tommaso d’Aquino la sistematizza nel Medioevo: l’idea fondamentale è che non tutte le guerre sono uguali. Per essere “giusta”, una guerra deve soddisfare almeno quattro condizioni:
- Autorità legittima: solo chi ha il mandato politico di un’intera comunità può dichiarare guerra — non un capriccio, non un interesse privato.
- Causa giusta: si risponde a un’ingiustizia reale, a un’aggressione subita, a un diritto violato — non si conquista per guadagnare.
- Retta intenzione: il fine è ristabilire la pace, non distruggere, punire o vendicarsi.
- Proporzionalità nei metodi (ius in bello): anche durante il conflitto esistono limiti — i civili non sono bersagli, la violenza non è illimitata.
È un quadro che oggi suona quasi utopistico. Ma era almeno un tentativo di contenere la brutalità umana dentro dei confini concettuali. Quello che è accaduto negli ultimi trent’anni è l’esatto opposto.
Le guerre del XXI secolo: aggressioni senza dichiarazione
Dal 1945 in poi, la dichiarazione formale di guerra è praticamente sparita dal vocabolario politico. Nel mondo sono oggi attivi 56 conflitti armati, il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale, che coinvolgono 92 paesi e hanno causato nel solo 2024 oltre 233.000 vittime e 100 milioni di sfollati.
Nessuno di questi — dico nessuno — è iniziato con una dichiarazione di guerra formale nel senso classico del termine. Si usano eufemismi: “operazione militare speciale” (Russia-Ucraina), “operazione antiterrorismo” (decine di conflitti in Africa e Medio Oriente), “operazione di autodifesa” (Gaza). Termini che svuotano il concetto di guerra dal suo peso giuridico e morale, rendendo impossibile anche solo applicare le categorie del bellum iustum. Se non c’è neanche la dichiarazione, il primo criterio — l’autorità legittima che si assume la responsabilità pubblica di una scelta — è già saltato.
Il caso Iraq 2003: quando la causa giusta era inventata
Il caso più lampante, quello che rimarrà nella storia come la menzogna geopolitica più costosa del XXI secolo, è l’invasione dell’Iraq nel 2003.
Il 5 febbraio 2003, il Segretario di Stato americano Colin Powell si presentò davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, con un gesto teatrale rimasto negli annali, agitò una piccola fiala di polvere bianca davanti alle telecamere di mezzo mondo. Era la “prova” dell’esistenza di armi biologiche di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein: antrace, laboratori mobili, reti di produzione clandestina.
Peccato che non esistesse nulla di tutto questo. Il rapporto Duelfer, pubblicato successivamente dai servizi segreti americani stessi, smontò in quasi mille pagine l’intera impalcatura accusatoria. Powell stesso, nel 2016, definì quella presentazione all’ONU “una macchia permanente” sulla sua carriera. Risultato? Centinaia di migliaia di morti, un paese destabilizzato per decenni, la nascita dell’ISIS come effetto collaterale del caos post-invasione. Con i criteri del bellum iustum, quella non era una guerra giusta. Era un crimine.
Ucraina 2022: l'”operazione speciale” più sanguinosa d’Europa
Il 24 febbraio 2022, la Russia invade l’Ucraina su larga scala. Nessuna dichiarazione di guerra. Nessuna autorità internazionale che la legittima. Solo un eufemismo pensato in una notte e rimasto nella storia: “operazione militare speciale”. Come se le bombe cadessero su Kharkiv o Mariupol per correggere una svista burocratica.
Quattro anni dopo, il bilancio è devastante e ancora impossibile da misurare con precisione — né Russia né Ucraina hanno mai comunicato dati in modo trasparente. Le stime più prudenti parlano di tra 500.000 e 600.000 vittime tra militari e civili, con le perdite civili causate da bombardamenti e armi esplosive che nel 2025 sono aumentate del 26% rispetto all’anno precedente. Criterio del bellum iustum violato? Tutti e quattro. Nessuna autorità internazionale ha riconosciuto la causa, nessuna intenzione di ristabilire la pace, nessuna proporzionalità nei metodi — e nemmeno l’onestà di chiamarla con il suo nome.
Gaza: quando il numero smette di avere senso
Il 7 ottobre 2023 Hamas lancia un attacco brutale su territorio israeliano. Israele risponde. Fin qui, anche applicando le categorie più elastiche del bellum iustum, si potrebbe discutere di reazione a un’aggressione. Il problema è quello che è accaduto dopo.
Secondo uno studio pubblicato su The Lancet Global Health nel febbraio 2026, nei primi 16 mesi del conflitto sono morte a Gaza oltre 75.200 persone — il 35% in più rispetto alle cifre ufficiali del ministero della Salute palestinese. Il dato che dovrebbe fermarci tutti: il 56% di queste vittime erano donne, bambini e anziani. Più di una vittima su due era qualcuno che non avrebbe dovuto avere nulla a che fare con la guerra. Il ius in bello — quello che anche nella dottrina più arcaica del bellum iustum proteggeva i non combattenti — è stato ridotto a carta straccia. Se stai cercando la parola giusta per questo, i giuristi internazionali la stanno cercando da mesi.
Iran 2026: quando “ti avevo già distrutto” non basta
Questo è il più grottesco di tutti, e vale la pena raccontarlo bene.
Giugno 2025. Israele e Stati Uniti bombardano i siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan nella cosiddetta Guerra dei Dodici Giorni. Trump annuncia al mondo un “spettacolare successo militare”: le capacità nucleari iraniane sono state annientate. Cessate il fuoco. Vittoria. Si torna a casa.
28 febbraio 2026 — ventiquattro giorni fa. Stessi attori, stesso copione: USA e Israele lanciano un secondo attacco a sorpresa sull’Iran. La motivazione? L’Iran stava ricostruendo il programma nucleare che avevamo appena “annientato”. L’attacco colpisce almeno 26 delle 31 province iraniane, elimina il leader supremo Khamenei e decine di alti ufficiali. L’Iran risponde con missili su Israele, Emirati Arabi e Kuwait. Il 18 marzo, Israele colpisce il giacimento di gas South Pars nel Golfo Persico; l’Iran attacca il principale impianto GNL del Qatar in rappresaglia.
In pratica: Trump aveva dichiarato vittoria su un problema che non aveva risolto, per poi usare la ricomparsa dello stesso problema come giustificazione per un’altra guerra. È come abbattere un palazzo e poi, quando qualcuno comincia a ricostruirlo, bombardarlo di nuovo — proclamando ogni volta di averlo “distrutto definitivamente”. Il bellum iustum richiederebbe almeno una causa reale e non circolare. Ancora nessuna dichiarazione formale. Ancora nessun mandato internazionale. Ancora gli stessi morti.
La verità che nessuno vuole dire: le guerre non sono necessarie
Qui arriviamo al punto più scomodo. Quello che nessun telegiornale dice con questa chiarezza.
Nel 2026, la fame nel mondo non è un problema di risorse. È un problema di scelte politiche. Le Nazioni Unite stimano che per eliminare la fame acuta entro il 2030 servirebbero circa 93 miliardi di dollari l’anno. Nel 2024 la spesa militare globale ha toccato i 2.718 miliardi di dollari — il livello più alto mai registrato nella storia. Tradotto: l’eliminazione della morte per fame costerebbe meno dell’1% di quello che il mondo spende in armi.
La scienza, la medicina, la tecnologia agricola ci hanno già dato gli strumenti per nutrire ogni essere umano sul pianeta. Esistono cure per malattie che uccidono milioni di persone ogni anno. Esistono tecnologie di desalinizzazione, di agricoltura verticale, di distribuzione alimentare che potrebbero trasformare il rapporto tra umanità e risorse. Non vengono usate perché non conviene. Non a chi decide.
L’umanità non è pronta. E forse non lo sarà mai.
Abbiamo i dati. Abbiamo i numeri. Abbiamo le prove documentate, le confessioni tardive, i rapporti ONU, gli studi sulle riviste scientifiche più autorevoli al mondo.
Eppure siamo qui. A Gaza si contano i morti a decine di migliaia, di cui più della metà erano donne e bambini. In Ucraina si contano le vittime a mezzo milione, senza ancora avere il coraggio di chiamarlo con un nome preciso. In Iran si bombarda per la seconda volta nello stesso anno qualcosa che avevamo già dichiarato distrutto, come Sisifo che invece della pietra usa i bunker nucleari.
La domanda è semplice: se dopo tutto questo l’umanità continua a tollerare le guerre, cosa aspetta?
Non è un problema di ignoranza. I dati ci sono, sono pubblici, sono verificabili. Non è un problema di risorse. Quelle ci sono pure. Il problema è che siamo diventati esperti in una cosa sola: permettere che altri decidano per noi. Governi, lobbisti, generali, banchieri — tutti con un interesse preciso nel tenere acceso il fuoco. E noi, lì, a guardare il telegiornale della sera come se fosse uno sport.
La “guerra più giusta” — quella dei popoli che si rifiutano di essere il combustibile di conflitti decisi altrove — non è mai stata combattuta. Non fa notizia. Non vende armi. Non consolida il potere.
Il bellum iustum era medievale, imperfetto, strumentale. Ma era almeno l’idea che la violenza dovesse rispondere a qualcosa di più grande di un interesse privato. Oggi quei paletti non ci sono più — e non è che siano stati abbattuti dai tiranni. Sono stati lasciati marcire dall’indifferenza di chi aveva il potere di difenderli.
L’umanità non è ancora abbastanza stanca. O forse è già troppo stanca per fare la cosa giusta.
Una delle due. E in entrambi i casi, non è una buona notizia.

Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
