Quelli che non hanno voglia di fare un cazzo (mentre noi smontiamo il loro futuro)
Scorri il feed. Tre secondi su un video di gattini, due su un balletto sgraziato generato dall’ennesimo algoritmo affamato di dopamina spicciola. Poi, puntuale come una cartella esattoriale a Ferragosto, eccolo lì: il commento dell’archeologo del “si stava meglio quando”, rigorosamente dal divano, con profilo blindato e grammatica zoppicante.
«I giovani d’oggi non hanno più voglia di fare un cazzo. Stanno tutto il giorno con il naso incollato al telefono».
Classico. Rassicurante. Un vero e proprio comfort food cognitivo.
Perché pensarla così ci toglie d’impaccio, ci lava la coscienza a quaranta gradi con centrifuga rapida. Se loro sono un esercito di zombie apatici, lobotomizzati da clip verticali di otto secondi, allora noi siamo automaticamente assolti. Noi, la gloriosa generazione del «ci si faceva il mazzo», noi che abbiamo inventato il mondo moderno a colpi di sacrifici e ginocchia sbucciate.
Balle. Gigantesche, comodissime, colossali balle.
Facciamoci una domanda seria, prima di svenire sul sofà con l’ennesima birra media in mano: che razza di pianeta abbiamo preparato per questi ragazzi? Quanta immondizia sociale, quanto precariato esistenziale, quanta ipocrisia a buon mercato gli abbiamo rovesciato sulla testa prima di pretendere che saltassero in piedi cantando l’inno alla gioia?
È troppo facile puntare l’indice sul loro touchscreen. Il paradosso è che su quello schermo nero e riflettente c’è la nostra faccia: siamo stati noi a metterglielo tra le dita a tre anni pur di non sentirli fiatare in pizzeria. Li abbiamo cresciuti a pane e notifiche, gli abbiamo spiegato che l’apparenza batte la sostanza e che un cuoricino virtuale pesa più di una stretta di mano. E oggi, con un cinismo da quattro soldi, ci lamentiamo se tengono il collo piegato a novanta gradi?
Illusi.
La verità è molto più cruda: non sono loro a essere svogliati, siamo noi a essere diventati del tutto inadeguati a trasmettere la voglia di fare.
Per accendere un fuoco serve una scintilla vera, viva, viscerale. E tu non puoi incendiare l’anima di nessuno se dentro hai solo la polvere grigia del risentimento e la postura comoda di chi giudica dall’alto del proprio nulla. Se fin da piccoli ti hanno visto con lo sguardo perso nel vuoto di uno schermo a rincorrere fuffa, da dove diavolo dovrebbero tirarla fuori, la passione?
Poi, per fortuna, la realtà decide di tirarti uno schiaffo educativo. Succede quando chiudi le app, esci dalla bolla del fast food digitale e metti i piedi nel fango del mondo vero.

Ieri ero a Noventa, sotto un sole che picchiava dritto in testa, nel cortile del patronato. C’era da tirare su la struttura in ferro della Bettola per la sagra. Niente tavole rotonde sui massimi sistemi, niente slide motivazionali: lamiere ondulate pesanti e taglienti, tubolari d’acciaio zincato che scottano, pedane di legno da incastrare al millimetro, polvere, grasso, chiavi inglesi e tanta fatica bastarda. Roba da farsi venire i calli alle mani in venti minuti netti.
E chi c’era a spaccarsi la schiena? C’erano proprio loro.
I presunti fannulloni. I ragazzi senza futuro. Quelli che secondo i soloni del bar non saprebbero distinguere una vite da un bullone.
Li ho visti infilarsi i guanti da lavoro senza fare una piega e sporcarsi le magliette accanto ad adulti e pensionati che potrebbero essere i loro nonni. Li ho visti salire sulle scale di legno per fermare un travetto a cinque metri d’altezza, tenersi in equilibrio e reggere lamiere in due o tre, coordinandosi con un semplice cenno degli occhi invece che con un messaggio vocale. Hanno caricato, spinto, serrato dadi e respirato polvere per ore. Ma soprattutto, cazzo: sorridevano.
C’era una gioia limpida, fisica, contagiosa in quel casino di ferro e sudore. Una complicità artigianale che nessun social media manager potrà mai replicare, perché appartiene alla carne, alle ossa, alla fatica condivisa per uno scopo comune.
A Noventa non parliamo di eccezioni statistiche o di eroi per caso. C’è una comunità viva e pulsante di ragazzi impegnati nei gruppi, nell’animazione, nel volontariato, nell’aggregazione vera. Fanno rumore con i fatti, non con le lamentele digitate a colpi di pollice. Esistono, sanno faticare e sanno costruire.
E allora, a tutti i predicatori della domenica che passano il tempo a stilare l’elogio funebre delle nuove generazioni, do un consiglio non richiesto: smettetela di tenerli sotto una campana di vetro a vivisezionarne i difetti.
Prendete i vostri ragazzi e mandateli in Bettola a montare quattro ferri.
Dategli fiducia vera, dategli in mano una chiave del tredici, lasciategli la libertà di sbagliare un incastro, di sbucciarsi un ginocchio e di capire il valore del tempo speso a fare qualcosa per gli altri.
Vedrete che la scintilla scatta all’istante.
Sapete chi mancava? Quello che si lamenta guardando gli altri lavorare, limitandosi ad indicare la polvere. Perché eravamo tutti lì a sporcarci le mani con loro.
Cerco la bellezza, ovunque. E se la trovo stampata sul sorriso stanco di un ragazzo coperto di polvere che ha appena finito di costruire qualcosa di vero, me la tengo stretta.

Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
