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Da Ramses II ai Nuovi Faraoni: 3000 anni per non cambiare nulla

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Ho un dubbio atroce.
Siamo davvero la specie più evoluta del pianeta o siamo solo primati con un abbonamento in fibra e una disperata voglia di farci prendere in giro?
Prendetevi tre minuti. Fate un bel respiro e venite con me a fare un salto nel passato.

Correva l’anno 1274 avanti Cristo. Valle dell’Oronte, Siria. Battaglia di Kadesh. Da una parte c’è Ramses II, faraone d’Egitto, l’uomo dal profilo fiero e dall’ego ipertrofico. Dall’altra Muwatalli II, re degli Ittiti, uno che non aveva Instagram ma sapeva tendere le imboscate.

Ramses ci casca con tutte le scarpe da corsa. Cade nel tranello, l’esercito egizio viene travolto, i suoi generali scappano terrorizzati e il Faraone si ritrova circondato, isolato, a un passo dall’essere trasformato in polpette per sciacalli. Strategicamente un disastro. Kadesh resta agli Ittiti e Ramses deve battere una ritirata disperata, salvato per il rotto della cuffia da contingenti di riserva arrivati all’ultimo secondo.

Fine della storia?

Illusi.

Rientrato a Tebe, Ramses fa quello che ogni sovrano con manie di grandezza sa fare meglio: licenzia la realtà e assume i propri creativi. Fa incidere sui muri titanici di Abu Simbel, Karnak e Luxor il famoso Poema di Pentaur. La sua versione dei fatti? Roba da far impallidire i Marvel Studios: il Faraone sostiene di essere stato abbandonato da tutti, di aver invocato il dio Amon e di aver massacrato da solo, con una mano legata dietro alla biga dorata, l’intero esercito ittita. Ramses è il vero pioniere delle fake news, primate della propaganda politica senza vergogna.

Una figuraccia epocale trasformata per decreto in apoteosi celeste. E per quasi tremila anni tutti gli hanno creduto, finché gli archeologi moderni non hanno dissotterrato le tavolette cuneiformi a Hattusa scoprendo che gli Ittiti, ridendo a crepapelle, avevano scritto: “Veramente abbiamo vinto noi e gli egizi sono scappati”.

Ora, io posso capire i contadini del Nilo. Non avevano internet. Non avevano satelliti. Sapevano leggere i geroglifici quanto io so interpretare l’aramaico antico bendato. Se il dio-in-terra ti scolpisce dieci metri di granito con lui che stermina mostri, tu chini la testa e applaudi.

Ma noi?

Oggi abbiamo in tasca un supercomputer collegato a satelliti in orbita, reti OSINT, database globali e fact-checking in tempo reale. Eppure, il copione non è cambiato di una virgola.

Guardatevi intorno senza fare il tifo da stadio. Prendete quel signore d’oltreoceano con il ciuffo arancione ossigenato e la cravatta extra-long. Uno che ha fatto della riscrittura della realtà una disciplina olimpica. Se l’economia scricchiola per colpa dei dazi, dichiara che “i soldi piovono dal cielo e la Cina paga per noi”. Perde le elezioni? Sostiene che gliele hanno rubate gli alieni. Se una tregua dura quarantotto ore, proclama di aver pacificato il globo terracqueo in un pomeriggio tra una buca e l’altra a golf. La cosa sublime è che usa il social network proprietario come Ramses usava i blocchi di arenaria: con la forza bruta dell’annuncio performativo.

Dall’altra parte della scacchiera, al Cremlino, c’è il clone gelido e impettito. Quello che doveva fare “un’operazione chirurgica di tre giorni” e si ritrova da anni impantanato nel fango, con la flotta decimata e l’economia di guerra che scricchiola, mentre dai megafoni della Piazza Rossa continua a spiegare che “tutto sta procedendo esattamente secondo i piani prestabiliti”.

La tecnica è identica a quella di Kadesh: l’eroe solitario contro il tradimento del mondo, la vittoria proclamata a reti unificate per compattare il fronte interno.

Illustrazione satirica in stile papiro egizio divisa a metà: a sinistra Ramses II sul carro da guerra, a destra due leader moderni riconoscibili sul proprio carro dorato armati di smartphone e cravatta rossa.

La vera differenza non sta nei leader. I megalomani sono una costante antropologica da quando l’uomo ha scoperto che una clava più grossa attirava l’attenzione. La vera, tragica differenza siamo noi. Il problema non è chi spara la palla colossale. Il problema è il Fan Club. Siamo passati dai sudditi dell’antico Egitto ai tifosi da tastiera. Quelli che non cercano la verità: cercano la digestione facile. Cercano il loro dolce e pigro comfort food cognitivo. Il fan politico non legge le analisi; difende l’idolo. Di fronte a una smentita scientifica o a un’evidenza satellitare che distrugge la narrazione del suo Re di Bastoni, il fan medio non dice “Forse mi sono sbagliato”.

No.

Dice: “Eh, ma i media mentono!”“I poteri forti complottano!”“Il nostro Faraone sa cose che voi pecore non potete capire!”. Siamo diventati complici volontari della menzogna. Perché ammettere che il nostro leader ha preso una cantonata colossale significherebbe ammettere di essere stati dei fessi a credergli. E l’ego dell’Homo Digitalis non tollera la frustrazione dell’errore. Preferisce vivere in un Abu Simbel virtuale fatto di post manipolati, algoritmi rassicuranti e balle monumentali.

Che tenerezza che mi fanno. Hanno in mano l’intera biblioteca dell’umanità e la usano per farsi raccontare le favole della buonanotte da miliardari con manie di divinità. La propaganda antica si basava sull’ignoranza imposta. Quella moderna si regge sull’ignoranza scelta.

Ramses, se non altro, per raccontare le sue frottole dovette spaccare quintali di pietra e pagare fior di scalpellini. Oggi basta uno squallido post da 280 caratteri dato in pasto a una tribù di analfabeti funzionali che hanno scambiato la fede cieca per pensiero critico. E allora facciamoci questo regalo, ogni tanto: usciamo dalla tifoseria. Recuperiamo quel briciolo di decenza intellettuale che ci fa guardare un disastro e chiamarlo disastro, senza cercare scuse mistiche. La realtà ha una consistenza ruvida, spigolosa, spesso fa male alla nostra vanità. Ma è l’unica cosa vera che abbiamo sotto i piedi.

Cerco la bellezza, ovunque. Anche nella verità nuda che demolisce i falsi idoli. E se non la trovo, la creo.

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