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Come stai, John?

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Ok, hai appena presentato il nuovo iPhone Duo. Che, manco a dirlo, da perfetto copione di Cupertino, promette di stravolgere ancora una volta il concetto di smartphone pieghevole. Un formato a libro elegante con display esterno compatto da 5,4 pollici, uno schermo interno da 7,6 pollici, il muscolo del silicio A20 Pro e un’interfaccia software studiata per far sembrare fluido e naturale ciò che fino a ieri, per il resto della concorrenza, era solo una cerniera scricchiolante e una sfilza di compromessi. Tutto splendido, tutto impeccabile, tutto rigorosamente “phenomenal”.

Ma adesso spegni i riflettori dello Steve Jobs Theater, siediti un attimo qui con noi, prendi fiato e dicci la verità: tu come stai, John?

Otto giorni per cambiare vita (e digerire il mondo)

Perché diciamocelo con quella franchezza un po’ sfacciata che ci piace coltivare qui: l’evento “Surprise and Shine” del 9 settembre è stato una parata impeccabile, ma dietro le quinte c’era un uomo di cinquantun anni che fino a otto giorni fa era “solo” l’ingegnere a capo dell’hardware, quello abituato a far quadrare scocche, sensori e l’architettura dei chip Apple Silicon lontano dal clamore mediatico.

Otto giorni. Pensateci un secondo. Il 1° settembre John Ternus ha varcato la soglia del suo ufficio da amministratore delegato della più grande azienda del pianeta, e appena una settimana dopo si è dovuto presentare davanti a milioni di persone col fiato sospeso, con un titolo che flirta con i 4.750 miliardi di dollari di capitalizzazione e gli occhi della finanza mondiale puntati addosso come cecchini. Roba da farsi venire un reflusso gastrico al solo pensiero del primo caffè della mattina.

Lo “Zio Tim” in platea e il fantasma del lupetto

Eppure, la liturgia di Apple ha messo in scena uno dei passaggi di consegne più garbati ed emotivamente intelligenti della storia recente. All’apertura dello show è comparso Tim Cook sullo schermo: nessun discorso solenne da vecchio saggio al tramonto, nessuna autocelebrazione, ma solo un sorriso rilassato, un gesto bonario delle mani — “No, no, not me” — e l’indicazione diretta: “That’s your guy”.

È stato un momento prezioso. Ad aprile, quando ragionavamo sul passaggio di consegne e sulla sua nomina a nuovo CEO, commentavamo che Tim non sarebbe andato ai giardinetti a dare le briciole ai piccioni: sarebbe rimasto lì, come Executive Chairman, proprio come quel maestro saggio seduto in ultima fila a godersi la recita senza rubare la scena. Cook ha traghettato Apple per quindici anni da una valutazione di 350 miliardi a oltre 3.700 miliardi, tenendo la barra dritta sui diritti civili, sull’inclusione e difendendo la privacy come principio non negoziabile. Cedere il testimone con quella leggerezza è stata l’ennesima prova di classe manageriale.

Immagine di Tim Cook che passa il testimone a John Ternus, tratta dal Keynote Apple.
Screenshot

Poi, però, le luci si sono accese su John.

Chi si aspettava le fiammate istrioniche degli storici Stevenote, o il magnetismo ruvido e polarizzante di Steve Jobs, forse sarà rimasto spiazzato. Ternus non ha indossato nessun lupetto teatrale e non ha improvvisato la parte del guru. Ha fatto l’ingegnere meccanico. Calmo, composto, essenziale. Ha aperto le danze, ha lasciato che i suoi colleghi raccontassero i singoli pezzi dell’orchestra e poi è tornato a chiudere lo show.

Ed è proprio qui che l’aspetto umano vince sui grafici. Ternus non è atterrato col paracadute d’oro da qualche fondo d’investimento: è in Apple dal 2001, ha iniziato progettando un monitor in plastica trasparente e ha fatto tutta la trafila, scalino dopo scalino. Tempo fa aveva confessato una fragilità insolita per un top manager: da giovane ingegnere, nei corridoi di Cupertino, sentiva spesso di non appartenere a quel luogo. Sapere che quel ragazzo tormentato dalla sindrome dell’impostore oggi si trova al timone dimostra che, ogni tanto, la competenza silenziosa e la lealtà al lavoro battono la presunzione da palcoscenico.

Metallo piegato e silicio (con i piedi per terra)

I giocattoli, ovviamente, non sono mancati. Oltre all’iPhone Duo da 1.999 dollari — che arriva con il tipico tempismo che caratterizza i cinquant’anni di storia della Mela morsicata: aspettare che gli altri facciano da cavie per poi mostrare al mondo come andava fatto —, sul piatto ci sono finiti gli iPhone 18 Pro, le AirPods 5 e l’Apple Watch Ultra 4, corazzato con Ceramic Shield 2 e un’autonomia da quarantotto ore per non lasciarti a piedi nemmeno se ti perdi sui monti.

Ma il vero banco di prova per John era l’Intelligenza Artificiale. In un panorama in cui i giganti della Silicon Valley bruciano miliardi al giorno per inseguire promesse miracolose, la risposta di Ternus è stata squisitamente fedele al suo DNA: “Non esiste al mondo un prodotto meglio progettato per essere il tuo hub personale intelligente dell’iPhone”.

Nessuna fuga cieca tra le nuvole del cloud: l’IA deve risiedere prima di tutto nel silicio locale, nella memoria unificata dei chip proprietari. E per il calcolo pesante? Una partnership pragmatica con il modello Gemini da 1,2 trilioni di parametri per regalare finalmente a Siri la sostanza che meritava da anni. Pragmatismo puro da officina applicato al software.

il nuovo iPhone Duo, primo smartphone pieghevole di Apple
Screenshot

Piegare la materia e ricordarsi chi siamo

Quando abbiamo parlato di te la prima volta, John, scherzavamo sul fatto che il tuo cognome sembrasse quello di un mutante dei fumetti Marvel, uno di quegli eroi capaci di piegare il metallo o trasformare la materia con il pensiero. Ieri, aprendo e chiudendo quell’iPhone Duo, quel metallo lo hai piegato davvero sul palco più osservato della tecnologia.

Ma la domanda con cui abbiamo aperto resta l’unica che conta davvero: tu, dentro, come stai?

Perché calibrare cerniere, ottimizzare chip e far quadrare i conti di Wall Street per la prima earnings call di ottobre sono compiti che sai svolgere a memoria. La sfida vera è un’altra: ricordarsi sempre che Apple non è soltanto un colosso industriale, ma quell’ecosistema unico in cui una multinazionale decide di prendere una posizione etica e mettere al centro le persone. Perché, come abbiamo imparato fin dai tempi del nostro amato MacBook bianco “Biondino”, la tecnologia ha senso solo quando toglie peso allo zaino della creatività, mai quando ne aggiunge.

Il primo tuffo dal trampolino olimpico è andato alla grande, John. Adesso prenditi un caffè, respira a fondo e non perdere mai quell’aria da ingegnere gentile che si ricorda ancora da dove è partito.

L’agenda resta aperta, il caffè è sul tavolo. E noi continuiamo a cercare la bellezza, ovunque. E se non la troviamo, beh… tocca a noi crearla.

John Ternus presenta iPhone Duo, il primo pieghevole di Apple.
Screenshot

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