Siamo nel 2026. Abbiamo tutto. E non ci basta ancora.
Riflessione sui paradossi di un’umanità capace di raggiungere le stelle e incapace di fare la fila in pace
Siamo nel 2026.
Produciamo cibo sufficiente per sfamare 12 miliardi di persone e siamo in 8. Ci stiamo preparando per tornare sulla Luna e progettare una colonia su Marte. Abbiamo energie pulite, medicine che allungano la vita, vaccini che hanno spazzato via malattie che per secoli hanno fatto strage. Ogni persona su questo pianeta ha in tasca un dispositivo che dà accesso a tutta la conoscenza umana mai prodotta.
Abbiamo tutto il necessario per vivere bene. Tutti.
E invece no.
Nel 2026, mentre scrivo questo pezzo, nel mondo sono attivi decine di conflitti armati. Ucraina e Russia al quinto anno di guerra. Gaza, il Sudan, il Myanmar, lo Yemen. Ora l’Iran e potenzialmente tutto il Medio Oriente. Secondo ACLED, nel 2025 sono stati registrati oltre 204.000 eventi di violenza politica, con più di 2.240.000 vittime. Una persona su sei nel mondo è stata direttamente esposta a episodi di violenza.
Numeri che dovrebbero scandalizzare. Ma a cui, onestamente, ci siamo quasi abituati.
Le eminenze grigie? Guardati allo specchio
C’è una domanda che aleggia su tutto questo: chi c’è dietro? Chi sono le eminenze grigie che tengono il mondo in scacco? I poteri forti, i banchieri, i politici corrotti, le lobby delle armi?
Esistono, certo. E hanno le loro colpe enormi.
Ma ho smesso di cercare il Grande Burattinaio nascosto il giorno che mi sono ritrovato a imprecare contro uno sconosciuto che mi aveva “rubato” un parcheggio.
Perché in quel momento — in quella frazione di secondo di rabbia viscerale, di senso di sopraffazione, di voglia di rivalsa — ho riconosciuto qualcosa di familiare. Qualcosa di antico. L’identico meccanismo che muove i conflitti armati, solo in scala ridotta. La stessa logica: quello che è mio è mio, quello che è tuo può diventare mio, e chi si oppone è un nemico.
Il male banale delle cose quotidiane
Hannah Arendt parlava di “banalità del male” per descrivere come l’orrore storico non nasca da mostri, ma da persone ordinarie che smettono di pensare.
Io ci aggiungo una variante contemporanea: il male è anche nella sua quotidianità rumorosa e maleducata.
È nell’automobilista che ti taglia la strada e ti guarda con sfida, convinto che il mondo gli debba qualcosa. È nel collega di lavoro che scarica le colpe dei suoi errori sugli altri. È in chi al supermercato pianta il carrello in mezzo al corridoio e poi ti guarda come se fossi tu il problema. È nel turista che butta la spazzatura in spiaggia, nell’arroganza di chi parla al telefono urlando in treno, nella indifferenza di chi sorpassa la fila come se le regole valessero per gli altri.
Piccole cose? Certo.
Ma sono la stessa fibra di cui sono fatti i conflitti. Solo che lì, con abbastanza territorio, abbastanza risorse da contendersi e qualcuno di abbastanza carismatico che soffia sul fuoco, quelle piccole fibre diventano eserciti.
Il progresso tecnologico non aggiorna il software umano
Il punto è questo: la tecnologia avanza a velocità esponenziale. La nostra psicologia no.
Tra il 2020 e il 2026 abbiamo costruito intelligenze artificiali capaci di scrivere romanzi, comporre musica, diagnosticare tumori. Ma il nostro cervello limbico — quello che gestisce paura, territorialità, gerarchia e aggressività — è rimasto sostanzialmente identico a quello di un Homo sapiens di 50.000 anni fa.
L’intelligenza artificiale ci ha dato strumenti inimmaginabili. Ma non ci ha dato saggezza collettiva. Non ancora. Forse mai, se non facciamo noi la nostra parte.
Abbiamo democratizzato l’accesso all’informazione. Ma non abbiamo sconfitto l’ignoranza scelta — quella di chi può sapere, potrebbe capire, ma preferisce non farlo perché mette a disagio, perché cambia le coordinate del mondo conosciuto, perché costringe a fare i conti con l’altro da sé.
E allora?
Non esistono soluzioni facili. Diffido di chi le ha.
Ma credo che la domanda giusta non sia “chi ci tiene in guerra?”, ma “cosa ci tiene in guerra?”
E la risposta più scomoda — quella che fa più male proprio perché è vera — è che siamo anche noi. Nelle nostre piccole guerre quotidiane. Nei nostri confini invisibili tracciati attorno all’ego. Nella nostra incapacità di lasciare spazio, di cedere il passo, di accettare che qualcuno possa avere una visione del mondo diversa dalla nostra senza che questo sia una minaccia esistenziale.
Le guerre grandi si combattono con le armi. Le nostre guerre quotidiane si combattono con lo sguardo, con il clacson, con un commento online scritto senza pensarci.
E sono fatte della stessa materia.
Finché scateniamo le nostre piccole guerre ogni giorno, possiamo smettere di chiederci perché il mondo non trova la pace.
Il mondo siamo noi. Nel bene e, purtroppo, anche in questo.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
