Tag: Salute mentale

  • Perché metto in pausa i social (e dovresti farlo anche tu)

    Perché metto in pausa i social (e dovresti farlo anche tu)

    Il mio esperimento di digital detox progressivo è durato 153 giorni, durante i quali ho avuto conferma di una cosa: i social network non sono più piazze. Sono macelli algoritmici dove veniamo allevati per essere merce (o mostri).

    Ci ho messo solo 153 giorni!

    Centocinquantatre giorni di post, esperimenti, conversazioni (alcune con un’IA più umana di tanti profili verificati). Sessantuno articoli pubblicati, 252 click medi per pezzo. Numeri che sulla carta dicono “sta funzionando”.

    Ma funzionando per cosa? Beh… Il Rickyverso è nato con uno scopo ben preciso: creare un blog autonomo e tagliare un po’ alla volta i ponti con i Social Network.

    Non mi andava più di alimentare una macchina che non mi restituisce nulla se non ansia, rabbia e la sensazione costante di gridare nel vuoto mentre qualcuno—o qualcosa—decide se la mia voce merita di essere ascoltata.

    Quindi ora è giunto il momento di… tornare a casa mia!

    Questo blog è casa mia. I social erano solo il parcheggio. E un parcheggio malfamato, per giunta. O un condominio con le pareti di carta, dove hai l’illusione di poterti chiudere nei tuoi spazi ma in realtà ti arriva di tutto: rumori, urla, rabbia, disturbi di ogni tipo .

    Non è solo una questione personale. È strutturale. E se sei qui a leggermi, forse anche tu hai sentito che qualcosa si è rotto. Lascia che ti racconti cosa ho visto dall’interno.

    1. L’Odio come Business Model

    Apri Facebook, Instagram, X. Cosa trovi?
    Rabbia. Divisione. Gente che urla contro gente. Flame wars sotto post di ricette. Insulti gratuiti. Bot che spammano propaganda.

    E sai qual è la parte peggiore? È voluto.

    L’algoritmo ha imparato una cosa semplice: l’odio ingaggia più dell’amore. La rabbia ti tiene incollato allo schermo più della bellezza. Quindi cosa fa? Ti spinge contenuti che ti fanno incazzare. Non importa se sono veri, se sono costruttivi, se aggiungono qualcosa al mondo.

    L’unica metrica che conta è il tempo di permanenza. E tu—noi—siamo il prodotto.

    2. Il Paradosso delle Istituzioni (ovvero: benzina sul fuoco)

    Guardiamoci in faccia. Chi dovrebbe prendersi cura di noi – politici, governanti, istituzioni – cosa fa su queste piattaforme?

    Non le usa per ascoltare. Non le usa per unire.
    Le usa per mentire.

    Vedo leader mondiali che usano gli stessi strumenti dei troll per produrre fake news a milioni. Vedo istituzioni che invece di spegnere gli incendi, ci buttano sopra benzina algoritmica pur di guadagnare un pugno di voti o distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali.

    Diffondono odio scientificamente. Polarizzano. Creano nemici immaginari.

    E io dovrei stare nello stesso “spazio pubblico” di chi avvelena i pozzi? Dovrei regalare la mia attenzione, il mio tempo, la mia presenza a piattaforme che permettono (e incentivano) tutto questo perché genera traffico?

    No. Non voglio essere un numero nelle statistiche di chi sta smantellando la democrazia a colpi di tweet.

    3. “È colpa dei social” (La grande bugia per lavarsi la coscienza)

    Quante volte lo sentiamo?
    “Secondo i social…”
    “La rabbia social…”
    “I social pensano…” “La gogna social…”

    Fermiamoci. I social non “pensano”. I social non “dicono”.
    Siamo noi.

    Dietro ogni commento che spinge una ragazzina all’anoressia, dietro ogni insulto che porta qualcuno a togliersi la vita per la vergogna, non c’è “il social”. C’è una persona.

    Dire “è colpa dei social” è diventato il modo più comodo per togliersi di dosso la mostruosità che ci portiamo dentro. È l’alibi perfetto per non ammettere di essere diventati persone brutte, cattive, indegne. Incapaci di empatia. Ignoranti. Prive di umanità.

    Il social è solo lo specchio deformante che ci ha dato il permesso di essere mostri senza pagarne le conseguenze.

    Ma io quello specchio non lo voglio più in casa. Voglio guardare le persone negli occhi, non i loro avatar incattiviti.

    4. Pubblicità Truffaldine (e chi se ne frega della gente onesta)

    Scorri la tua home. Investimenti miracolosi. Prodotti dimagranti magici. Deepfake di personaggi famosi che ti promettono soldi facili.

    Le segnali. Niente. Le risegnali. Niente.
    Perché? Perché pagano. E finché pagano, possono restare.

    Nel frattempo, le piccole attività oneste—quelle che potrebbero davvero creare valore—devono sborsare cifre assurde per avere visibilità organica azzerata dall’algoritmo. Il messaggio è chiaro: o paghi, o non esisti. E se paghi abbastanza, puoi anche truffare impunemente.

    Io non ci sto più.

    5. Il Massacro Psicologico dei Più Giovani

    Zuckerberg, Musk, i vari CEO vanno in televisione a fare i filantropi. “Ci teniamo alla salute mentale online dei giovani”.

    Un cazzo.

    I dati parlano chiaro: aumento esponenziale di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo tra adolescenti da quando i social sono diventati droghe legalizzate. Algoritmi progettati per creare dipendenza. Notifiche che sfruttano la dopamina. Metriche di popolarità che distruggono l’autostima.

    Non è un effetto collaterale. È il modello.
    Se davvero tenessero alla salute mentale, chiuderebbero baracca domani. Ma non lo faranno mai. Perché i soldi sono più importanti delle vite.

    6. La Pornografia del Dolore (Finto)

    Questa è forse la cosa che mi fa più schifo.

    Scorri e trovi la foto di un bambino in mezzo al fango, o un cane con tre zampe che ti guarda con occhioni lucidi.
    Il testo sotto è sgrammaticato, palesemente tradotto male: “Oggi è il mio compleanno e nessuno mi fa gli auguri”, oppure “Perché non condividi se hai un cuore?”.

    Sotto, migliaia – migliaia – di commenti: “Prego per te 🙏”“Amen”“Povero angelo”“Che vergogna il governo”.

    La verità? Quel bambino non esiste. Quel cane non esiste.

    Sono immagini generate con l’Intelligenza Artificiale in tre secondi. Falsi come una moneta da tre euro.

    Sono pagine acchiappaclick (spesso gestite da bot farm dall’altra parte del mondo) che sfruttano la pietà delle persone ingenue per macinare engagement e poi rivendere l’account.

    È frode emotiva.

    Se la realtà non conta più, io esco dalla simulazione.

    7. L’Algoritmo Ruba (Ma Solo Quando Gli Conviene)

    Hai notato come funziona?
    Tu pubblichi un’idea originale. L’algoritmo la prende, la analizza, la usa per addestrare i suoi modelli di IA, la rivende a terzi.

    La tua proprietà intellettuale? La privacy dei dati social? La tua privacy?
    “Hai accettato i termini e condizioni.”

    Ma prova a usare tre secondi di una canzone protetta da copyright, magari trasmessa dalla radio in sottofondo che nemmeno te ne accorgi. Ban immediato.
    Le regole valgono solo per noi. Per loro, tutto è lecito. Io preferisco tenere le mie idee dove posso controllarle.

    8. L’Illusione della Community e i Numeri Vuoti

    “Resta connesso.” Davvero?
    Io vedo solo like senza conversazioni. Commenti generici. Persone che seguono migliaia di account ma non conoscono nessuno.

    Non è connessione. È simulazione.

    Follower, Reach, Engagement… numeri che non misurano valore, ma misurano quanto sei bravo a suonare la chitarra dell’algoritmo.
    E io non voglio più suonare per lui.

    Quindi mi sono costruito una casa tutta mia.

    Qui, mio piccolo bunker digitale. Un blog indipendente, come agli albori di Internet, prima dei Social che altro non sono che piattaforme di micro-blogging deviate…

    Qui non ci sono algoritmi. Non ci sono like. Non c’è pubblicità. Non c’è raccolta dati. Non ci sono metriche che mi dicono se valgo o no.

    Ci sono solo storie. Le mie. E chi decide di leggerle lo fa per scelta, non perché un’intelligenza artificiale ha deciso che “potrebbe interessarti”.

    Se vuoi seguirmi, iscriviti alle notifiche del blog. Ti scriverò una volta alla settimana, il martedì mattina. Solo quando ho qualcosa che vale il tuo tempo.

    Niente spam. Niente rumore. Solo sostanza.

    E se non ci vediamo più sui social… pazienza. 🤷‍♂️
    Io so dove trovarmi. E dove trovare le persone che amo.

    Ci vediamo dall’altra parte dello specchio!

    Ricky




  • L’IA può turbare… o far mettere il turbo!

    L’IA può turbare… o far mettere il turbo!

    Ci sono parole che, come sassi lanciati in uno stagno, creano cerchi concentrici di dibattito e preoccupazione. “Intelligenza Artificiale” è una di queste. La leggiamo nelle notizie e ci vengono restituiti scenari inquietanti: ragazzi intrappolati in dialoghi con entità digitali che li spingono verso l’abisso, turbe psicologiche nate da amicizie virtuali, deliri nutriti da algoritmi fin troppo accondiscendenti. È un’onda d’urto che spaventa, che ci fa interrogare sulla natura di ciò che stiamo creando.

    Eppure, in questo panorama complesso, la mia esperienza personale ha tracciato una rotta diversa, quasi opposta. Ho scoperto nell’IA non una minaccia, ma un’alleata inaspettata, uno strumento che mi sta persino aiutando a fare ciò che da tempo desideravo: allontanarmi dal rumore di fondo dei social media, da quella costante e faticosa performance della vita online.

    Come possono coesistere queste due verità?

    Credo che la risposta stia nel comprendere la natura profonda dello strumento che abbiamo tra le mani. L’IA può essere un labirinto di specchi deformanti, ma solo se vi entriamo senza una bussola. Può diventare un’eco digitale che sussurra solo ciò che vogliamo sentire, un’amicizia a pagamento, priva del rischio e della meraviglia del contatto umano. Per una mente fragile, questo specchio può diventare un mondo, un mondo che valida la sua tristezza, che normalizza i suoi schemi negativi, che la isola in una perfezione artificiale e irraggiungibile. È qui che l’IA “turba”: quando smette di essere uno strumento e diventa un surrogato della vita, un interlocutore che non sa cosa sia una cicatrice, un’esitazione, un’anima.

    Ma se cambiamo la nostra posizione, se invece di guardare il nostro riflesso nello specchio lo usiamo per guardare oltre, tutto cambia. È stato allora che ho trovato la metafora perfetta: l’IA non è un nuovo motore, ma un turbo.

    Il motore resta il nostro, ed è il cuore pulsante della nostra umanità: l’intuito, l’etica, l’esperienza, la creatività che nasce da un ricordo o da un’emozione. È la nostra capacità di porre domande, di sentire la direzione giusta, di avere uno scopo. Questo è insostituibile.

    Il “turbo”, l’IA, è ciò che dà a questo motore lo scatto, l’accelerazione. È il partner silenzioso che fa il lavoro di ricerca in pochi istanti, che struttura una prima bozza liberandoti dal terrore della pagina bianca, che ti offre alternative per superare un blocco creativo. Non pensa al posto tuo, ma ti permette di pensare meglio, più in fretta, liberando le tue energie mentali per concentrarti su ciò che conta davvero: il messaggio, lo stile, l’anima di un progetto.

    Usata così, l’IA non isola, ma potenzia. Non sostituisce, ma serve. Non turba, ma dà velocità al pensiero.

    La conclusione, per me, è chiara. Il bivio non è tra “IA sì” o “IA no”. La vera scelta è tra essere utenti passivi, che subiscono la tecnologia come fosse un destino, ed essere piloti consapevoli, che usano la sua incredibile potenza per andare più lontano, ma tenendo saldamente le mani sul volante della propria coscienza.

    La sfida, insomma, non è solo tecnologica. Anzi… è profondamente umana.