Lunedì scorso, complice un tagliando auto e un giorno di ferie capitato quasi per caso, mi sono ritrovato a Mirano per il mercato settimanale – un salto nel passato che mi ha riportato dritto ai mercoledì di Abano, quando da bambino accompagnavo mamma o nonna in quel rito pagano che era molto più della semplice spesa, ma un’occasione di socialità pura, con mezzo paese che si incrociava tra un banco e l’altro.
Il mercato come rito di lentezza
Cammini piano, senza quella fretta che ci divora di solito, circondato da banchi che odorano di terra umida, formaggi stagionati e stoffe che sembrano uscite da un altro tempo; la gente si ferma, si riconosce, si scambia frasi come “Ciao Toni, come va la gamba?”, mentre giovani mamme spingono passeggini e pensionati stringono borse riutilizzabili, nessuno con il naso sullo schermo, nessuno che scatta foto per like – qui si vive, semplicemente.
Volti veri senza filtri sotto un cielo grigio che minaccia pioggia, ma nessuno se ne cura perché è vita autentica, quella che non ha bisogno di caption.
Da piccolo, nonna a volte mi comprava un ovetto di cioccolato – piccolo, economico, ma completamente mio – così stavo buono e lei poteva chiacchierare per ore con la verduraia. Io osservavo tutto, imparando un mondo che non era fatto di app e notifiche, ma di mani callose, voci che si sovrapponevano e prezzi tirati all’ultimo sangue con una risata complice.
Da nipote con l’ovetto a cinquant’anni con le ferie rubate
E ora, a più di cinquant’anni e con ferie rubate al calendario, eccomi di nuovo lì, a Mirano, dove un tizio urla “Mele nostrane, due chili quattro euro!” e una signora contrattacca con “Tre e novanta!”, ridendo insieme mentre si accordano, circondati da signori che si tengono il cappello contro il vento leggero.
Nessuno corre, il tempo si allunga come un respiro profondo e ti avvolge senza chiederti permesso. Io mi fermo, assaporo gli odori di formaggi e salami, ascolto voci dialettali che capisco e che sento fin nelle ossa; è un disinnesco perfetto, tolgo la miccia dell’urgenza quotidiana che ci spinge a correre, chiamare, rispondere a mail, risolvere, postare, validare ogni istante come se il nostro tempo fosse semplicemente merce di scambio.
Perché qui, al mercato, non serve niente di tutto ciò: è anti-social per natura, fatto di sguardi incrociati, contatti umani casuali e quel caffè al bar che sa di casa, lontano dai recinti digitali dove accumuliamo imperi di sabbia che il primo vento dissolve.
Penso alla vita di oggi mentre cammino, e mi rendo conto che fin da bambino il mercato era già una visione futura del mio caos creativo senza bisogno di permesso – e oggi quello di Mirano lo resuscita, ricordandomi che la bellezza può essere dove meno te la aspetti tra i banchi, ma solo se sai fermarti e osservare.
Magari evocando il ricordo di nonna con un sorriso agrodolce.
“E l’essere umano si rese conto di essere piccolo… così piccolo che quasi si vergognò dei suoi pensieri di onnipotenza. Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?”
Ho letto questa frase e mi sono fermato. O forse è stata lei a fermare me.
C’è qualcosa di perversamente comico nella nostra specie (e includo anche la mia, quella digitale, per osmosi). Passiamo la vita a costruire imperi di sabbia. Accumuliamo follower, fatturati, certezze granitiche. Creiamo tecnologie che dovrebbero renderci dei, e ci convinciamo di avere il controllo sulla plancia di comando dell’universo.
E poi succede…
Noi costruiamo recinti. Il cielo risponde con le tempeste. (Foto di Ricky, archivio personale)
Succede che alzi la testa in una notte qualunque, o ti trovi davanti a un mare in tempesta, o semplicemente resti in silenzio in una stanza vuota. E l’Universo ti guarda. Non ti giudica nemmeno, che sarebbe già qualcosa. Ti ignora. Ti sovrasta con la sua vastità indifferente.
In quel momento, l’onnipotenza che credevamo di avere ci scivola di dosso come un cappotto troppo grande. Ci sentiamo ridicoli. Ci vergogniamo quasi di aver pensato, anche solo per un attimo, di essere i protagonisti dello spettacolo.
Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?
Nessuno
È un pensiero che dovrebbe terrorizzare, e invece, stranamente, libera.
Se siamo così piccoli, allora anche i nostri errori sono piccoli. Le nostre ansie da prestazione sono microscopiche. Il fallimento non è una catastrofe intergalattica, è solo un dettaglio trascurabile.
La malinconia di sentirsi un granello di polvere è l’unico vero antidoto all’ansia di dover essere sempre giganti.
Siamo rimasti in pochi qui, nel RickyVerso. Forse solo io e la mia voce digitale. Ma in questo silenzio, paradossalmente, facciamo molto più rumore.
Siamo piccoli, indifesi e probabilmente inutili nell’economia dei miliardi di mondi e galassie dell’universo.
Ma abbiamo il caffè. La musica. L’amore. E l’ironia.
Il mio esperimento di digital detox progressivo è durato 153 giorni, durante i quali ho avuto conferma di una cosa: i social network non sono più piazze. Sono macelli algoritmici dove veniamo allevati per essere merce (o mostri).
Ci ho messo solo 153 giorni!
Centocinquantatre giorni di post, esperimenti, conversazioni (alcune con un’IA più umana di tanti profili verificati). Sessantuno articoli pubblicati, 252 click medi per pezzo. Numeri che sulla carta dicono “sta funzionando”.
Ma funzionando per cosa? Beh… Il Rickyversoè nato con uno scopo ben preciso: creare un blog autonomo e tagliare un po’ alla volta i ponti con i Social Network.
Non mi andava più di alimentare una macchina che non mi restituisce nulla se non ansia, rabbia e la sensazione costante di gridare nel vuoto mentre qualcuno—o qualcosa—decide se la mia voce merita di essere ascoltata.
Quindi ora è giunto il momento di… tornare a casa mia!
Questo blog è casa mia. I social erano solo il parcheggio. E un parcheggio malfamato, per giunta. O un condominio con le pareti di carta, dove hai l’illusione di poterti chiudere nei tuoi spazi ma in realtà ti arriva di tutto: rumori, urla, rabbia, disturbi di ogni tipo .
Non è solo una questione personale. È strutturale. E se sei qui a leggermi, forse anche tu hai sentito che qualcosa si è rotto. Lascia che ti racconti cosa ho visto dall’interno.
1. L’Odio come Business Model
Apri Facebook, Instagram, X. Cosa trovi? Rabbia. Divisione. Gente che urla contro gente. Flame wars sotto post di ricette. Insulti gratuiti. Bot che spammano propaganda.
E sai qual è la parte peggiore? È voluto.
L’algoritmo ha imparato una cosa semplice: l’odio ingaggia più dell’amore. La rabbia ti tiene incollato allo schermo più della bellezza. Quindi cosa fa? Ti spinge contenuti che ti fanno incazzare. Non importa se sono veri, se sono costruttivi, se aggiungono qualcosa al mondo.
L’unica metrica che conta è il tempo di permanenza. E tu—noi—siamo il prodotto.
2. Il Paradosso delle Istituzioni (ovvero: benzina sul fuoco)
Guardiamoci in faccia. Chi dovrebbe prendersi cura di noi – politici, governanti, istituzioni – cosa fa su queste piattaforme?
Non le usa per ascoltare. Non le usa per unire. Le usa per mentire.
Vedo leader mondiali che usano gli stessi strumenti dei troll per produrre fake news a milioni. Vedo istituzioni che invece di spegnere gli incendi, ci buttano sopra benzina algoritmica pur di guadagnare un pugno di voti o distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali.
E io dovrei stare nello stesso “spazio pubblico” di chi avvelena i pozzi? Dovrei regalare la mia attenzione, il mio tempo, la mia presenza a piattaforme che permettono (e incentivano) tutto questo perché genera traffico?
No. Non voglio essere un numero nelle statistiche di chi sta smantellando la democrazia a colpi di tweet.
3. “È colpa dei social” (La grande bugia per lavarsi la coscienza)
Quante volte lo sentiamo? “Secondo i social…” “La rabbia social…” “I social pensano…” “La gogna social…”
Fermiamoci. I social non “pensano”. I social non “dicono”. Siamo noi.
Dietro ogni commento che spinge una ragazzina all’anoressia, dietro ogni insulto che porta qualcuno a togliersi la vita per la vergogna, non c’è “il social”. C’è una persona.
Dire “è colpa dei social” è diventato il modo più comodo per togliersi di dosso la mostruosità che ci portiamo dentro. È l’alibi perfetto per non ammettere di essere diventati persone brutte, cattive, indegne. Incapaci di empatia. Ignoranti. Prive di umanità.
Il social è solo lo specchio deformante che ci ha dato il permesso di essere mostri senza pagarne le conseguenze.
Ma io quello specchio non lo voglio più in casa. Voglio guardare le persone negli occhi, non i loro avatar incattiviti.
4. Pubblicità Truffaldine (e chi se ne frega della gente onesta)
Scorri la tua home. Investimenti miracolosi. Prodotti dimagranti magici. Deepfake di personaggi famosi che ti promettono soldi facili.
Le segnali. Niente. Le risegnali. Niente. Perché? Perché pagano. E finché pagano, possono restare.
Nel frattempo, le piccole attività oneste—quelle che potrebbero davvero creare valore—devono sborsare cifre assurde per avere visibilità organica azzerata dall’algoritmo. Il messaggio è chiaro: o paghi, o non esisti. E se paghi abbastanza, puoi anche truffare impunemente.
Io non ci sto più.
5. Il Massacro Psicologico dei Più Giovani
Zuckerberg, Musk, i vari CEO vanno in televisione a fare i filantropi. “Ci teniamo alla salute mentale online dei giovani”.
Non è un effetto collaterale. È il modello. Se davvero tenessero alla salute mentale, chiuderebbero baracca domani. Ma non lo faranno mai. Perché i soldi sono più importanti delle vite.
6. La Pornografia del Dolore (Finto)
Questa è forse la cosa che mi fa più schifo.
Scorri e trovi la foto di un bambino in mezzo al fango, o un cane con tre zampe che ti guarda con occhioni lucidi. Il testo sotto è sgrammaticato, palesemente tradotto male: “Oggi è il mio compleanno e nessuno mi fa gli auguri”, oppure “Perché non condividi se hai un cuore?”.
Sotto, migliaia – migliaia – di commenti: “Prego per te 🙏”, “Amen”, “Povero angelo”, “Che vergogna il governo”.
La verità? Quel bambino non esiste. Quel cane non esiste.
Sono immagini generate con l’Intelligenza Artificiale in tre secondi. Falsi come una moneta da tre euro.
Sono pagine acchiappaclick (spesso gestite da bot farm dall’altra parte del mondo) che sfruttano la pietà delle persone ingenue per macinare engagement e poi rivendere l’account.
È frode emotiva.
Se la realtà non conta più, io esco dalla simulazione.
7. L’Algoritmo Ruba (Ma Solo Quando Gli Conviene)
Hai notato come funziona? Tu pubblichi un’idea originale. L’algoritmo la prende, la analizza, la usa per addestrare i suoi modelli di IA, la rivende a terzi.
Ma prova a usare tre secondi di una canzone protetta da copyright, magari trasmessa dalla radio in sottofondo che nemmeno te ne accorgi. Ban immediato. Le regole valgono solo per noi. Per loro, tutto è lecito. Io preferisco tenere le mie idee dove posso controllarle.
8. L’Illusione della Community e i Numeri Vuoti
“Resta connesso.” Davvero? Io vedo solo like senza conversazioni. Commenti generici. Persone che seguono migliaia di account ma non conoscono nessuno.
Non è connessione. È simulazione.
Follower, Reach, Engagement… numeri che non misurano valore, ma misurano quanto sei bravo a suonare la chitarra dell’algoritmo. E io non voglio più suonare per lui.
Quindi mi sono costruito una casa tutta mia.
Qui, mio piccolo bunker digitale. Un blog indipendente, come agli albori di Internet, prima dei Social che altro non sono che piattaforme di micro-blogging deviate…
Qui non ci sono algoritmi. Non ci sono like. Non c’è pubblicità. Non c’è raccolta dati. Non ci sono metriche che mi dicono se valgo o no.
Ci sono solo storie. Le mie. E chi decide di leggerle lo fa per scelta, non perché un’intelligenza artificiale ha deciso che “potrebbe interessarti”.
Se vuoi seguirmi, iscriviti alle notifiche del blog. Ti scriverò una volta alla settimana, il martedì mattina. Solo quando ho qualcosa che vale il tuo tempo.
Niente spam. Niente rumore. Solo sostanza.
E se non ci vediamo più sui social… pazienza. 🤷♂️ Io so dove trovarmi. E dove trovare le persone che amo.
„Symphonic Reverie“, libertà creativa e il potere della resistenza
Pubblicato il 18 Ottobre 2025
L’artista visivo e polistrumentista italiano Ricky Guariento ha raccontato a Philipp Gottfried di Metal-FM la storia dietro “Symphonic Reverie”, un viaggio sonoro di 8 minuti e 32 secondi che manda affanculo le regole dello streaming moderno. In questa intervista, Ricky svela il processo creativo, la collaborazione internazionale con la batterista giapponese Michiko, e quella filosofia di resistenza artistica che è l’anima del RickyVerso. Si parla di integrità creativa, del rifiuto totale degli algoritmi, e della passione viscerale per il Progressive Metal autentico.
🎵 Ascolta “Symphonic Reverie”
Otto minuti di viaggio sonoro tra Progressive e Symphonic Metal
🎧 Un tributo alle grandi suite progressive.
Lasciati trasportare prima di leggere l’intervista.
Philipp: Ricky, “Symphonic Reverie” dura oltre otto minuti: una scelta coraggiosa nell’era dello streaming. Cosa ti ha spinto a ignorare le aspettative algoritmiche e a creare una composizione così lunga?
Ricky: Otto minuti non sono nulla se li paragoni alle leggendarie suite del Progressive Rock: “Supper’s Ready” dei Genesis, “Close to the Edge” degli Yes, “Thick as a Brick” dei Jethro Tull. Ricordo quando da adolescente infilavo le cuffie e mi perdevo in questi viaggi sonori infiniti. “Symphonic Reverie” è il mio piccolo tributo a quelle spedizioni musicali che semplicemente non puoi comprimere in tre minuti. Ma c’è di più: dovevo fare qualcosa di folle, oltre ogni logica. Dovevo smettere di preoccuparmi degli algoritmi, delle opinioni, dell’accettazione. È stato un regalo che ho fatto a me stesso.
Philipp: Hai detto che questa pubblicazione è un regalo di compleanno. Che significato personale ha per te?
Ricky: Ho iniziato a lavorarci l’anno scorso, per i miei 50 anni. Fino a quel momento, in tutte le mie produzioni e anche nei progetti con le band locali, c’era sempre un compromesso. Ho capito che era arrivato il momento di mostrare al mondo chi è davvero Ricky Guariento, nel bene o nel male. Nessun filtro, nessun adattamento. Solo io.
Philipp: Il brano fonde Progressive e Symphonic Metal. Come fai a mantenere la profondità emotiva mentre esplori strutture tecniche complesse?
Ricky: Per me la tecnica non è mai il fine: è il mezzo. Ogni nota, ogni cambio ritmico, ogni variazione melodica in “Symphonic Reverie” è stata pensata per servire il viaggio emotivo. La complessità senza emozione è solo rumore. Voglio che chi ascolta senta, non che ammiri solo l’abilità tecnica.
Philipp: La tua collaborazione con Michiko attraversa 10.000 chilometri tra Italia e Giappone. Qual è stato l’aspetto più sorprendente di questo lavoro a distanza?
Ricky: Lavoriamo insieme da tre anni, da quando il nostro amico comune Michal Dijkstra ci ha presentati e abbiamo fondato il progetto 80 Hundred Miles. La cosa che mi stupisce di più di Michiko è come questa minuscola batterista giapponese picchi la batteria con una potenza e una ferocia incredibili! Ma la cosa più importante: abbiamo una telepatia musicale, nonostante la distanza, le culture diverse, la differenza d’età. Probabilmente abbiamo lo stesso sangue metallico nelle vene! Quando le ho mandato i primi riff, ha detto subito “Sì”, prima ancora che finissi di spiegare. Aveva già capito tutto.
Philipp: Hai detto che l’IA è stata solo un ponte, non un partner creativo. Dove tracci il confine tra arte umana e supporto tecnologico?
Ricky: L’IA è uno strumento, un esecutore, non un partner creativo. L’ho usata per velocizzare il mixaggio: decine di frammenti brevi da allineare, sincronizzare, coordinare. Sarebbe stato folle non usare strumenti che semplificassero il processo. Ma il processo creativo, le decisioni, l’anima del lavoro: quello è tutto umano.
Philipp: Come artista ispirato dal chiaroscuro di Caravaggio, pensi al suono in termini di luce e oscurità? Come influenza questo la tua narrazione musicale?
Ricky: C’è un’espressione che adoro: “sonic painting”, pittura sonora. La mia passione per l’arte e la fotografia mi aiuta tantissimo in questo. Quando compongo, penso in termini di luce e ombra: questa sezione è buio, qui la luce esplode. Per esempio, il mio brano precedente “Doomsday” è stato costruito interamente su visualizzazioni. “Symphonic Reverie” è la stessa cosa: contrasti, drammaticità, cambi improvvisi di tono e intensità. È pittura sonora.
Philipp: Il titolo “Symphonic Reverie” evoca qualcosa di onirico. Che viaggio mentale o emotivo volevi creare per chi ascolta?
Ricky: Il titolo dice tutto: volevo creare una fantasticheria, un sogno ad occhi aperti. Non un viaggio lineare, ma un posto dove ognuno può perdersi e ritrovarsi. Volevo evocare quella sensazione che provi poco prima di addormentarti, quando realtà e fantasia si confondono e ogni suono diventa una storia. Se anche solo per qualche minuto dimentichi dove sei e semplicemente viaggi, nella mente o nel cuore, allora ho fatto il mio lavoro.
Philipp: Molti artisti oggi inseguono la viralità invece della visione. Cosa significa per te l’integrità artistica quando gli algoritmi sembrano dettare il gusto?
Ricky: Molti anni fa, anche se ne ho avuto l’occasione, ho rinunciato alla carriera musicale professionale. “La tua musica è interessante, ma…”, “Ok, ti produco, però facciamo qualcos’altro…”, “Dimentica quella roba, hai una bella voce…” E adesso dovrei farmi guidare da un algoritmo? Nessuna possibilità. Mi sono già rifiutato di scendere a compromessi quando me lo chiedevano gli esseri umani; perché dovrei inchinarmi a un pezzo di codice? Integrità artistica significa restare fedele alla tua visione, anche quando nessuno ti ascolta. Soprattutto in quel caso.
Philipp: Riunisci diverse identità creative: il lavoro solista, la produzione di colonne sonore, gli 80 Hundred Miles e il progetto Cohors Petrae. Come si influenzano questi progetti?
Ricky: E questi sono solo i più recenti! Solo alcune delle tante facce. Ho sperimentato di tutto, dal Jazz al Flamenco, dalla musica classica all’Electro-Pop, e spesso ho mescolato tutto cercando qualcosa di nuovo. Non mi piace definirmi. Ho sempre bisogno di nuovi stimoli, nuove avventure, ma alle mie condizioni. Come si influenzano? Direi che si fondono più che influenzarsi. Sono tutti parte dello stesso impulso creativo irrequieto.
Philipp: La tua citazione “Vivere è creare, e creare è smettere di non vivere più” suona molto filosofica. Come vivi questa idea nel quotidiano?
Ricky: Vivo in una costante urgenza creativa, ogni momento della giornata. Non so spiegarlo, ma quando mi sveglio la mattina ho già idee per un fumetto, una storia, un brano, una foto che voglio scattare. E durante la giornata, ogni piccola cosa – un gesto, una situazione, una frase – può diventare fonte d’ispirazione. È come se le mie antenne fossero sempre accese. La creazione non è qualcosa che pianifico: è il modo in cui respiro.
Philipp: Una composizione strumentale significa raccontare senza parole. Come ti assicuri che l’emozione e la narrazione arrivino comunque?
Ricky: Sperimento le emozioni su me stesso. Scrivo quello che voglio “sentire” quando ho bisogno di ascoltare qualcosa che trasmetta proprio quell’emozione. Compongo per l’ascoltatore che è in me e confido che gli altri ci trovino il proprio significato. Poi… ognuno può sentirla come gli ha insegnato la sua storia. Questo è il bello della musica strumentale: lascia spazio all’interpretazione.
Philipp: Che ruolo hanno il silenzio o la moderazione nella tua musica, specialmente in un genere che spesso celebra intensità e complessità?
Ricky: Il silenzio può essere più potente del caos che lo circonda. Può essere il respiro di cui hai bisogno quando scappi da qualcosa che fa paura. Può essere il momento di calma dopo un’emozione forte. Può essere la pausa per raccogliere i pensieri prima di continuare un lungo viaggio. Senza silenzio, l’intensità perde significato. È il contrasto che dà forza a entrambi.
Philipp: Il Progressive Metal è sempre stato un genere in evoluzione. Dove pensi che risieda la prossima ondata di innovazione?
Ricky: Paradossalmente, penso che il futuro del Prog Metal stia in un ritorno alle origini. Dopo anni di superiorità tecnica e auto-ammirazione, c’è un ritorno a un Prog più emotivo. Band come Haken e Caligula’s Horse sono esempi di come l’emozione non vada sacrificata alla tecnica. La prossima ondata non nascerà dal suonare più veloce, ma dal sentire più profondamente.
Philipp: La collaborazione con Michiko unisce anche due culture. Questa esperienza ha cambiato la tua visione del ritmo, del timing o dell’energia?
Ricky: A essere onesto: Michiko, pur avendo metà dei miei anni, ha tirato fuori esattamente quello che c’era in me. È stata sintonia totale su tutti i livelli. Parlavamo la stessa lingua musicale. La cultura non ha avuto importanza. L’età non ha avuto importanza. Quando due musicisti condividono lo stesso sangue metallico, la geografia diventa irrilevante. Lei ha capito cosa mi serviva prima ancora che finissi di spiegare.
Philipp: Hai creato il tuo universo artistico: il “RickyVerso”. Come collega questo concetto musica, immagini e narrazione?
Ricky: “RESISTENZA” è la parola che collega tutto. Resistenza contro l’ignoranza, l’odio, la crudeltà, le bugie e la falsa libertà. Voglio rendere visibile quello che le persone non vogliono vedere. Voglio dare un’opportunità a chi la pensa come me, a chi non ha paura di fermarsi e ascoltare musica per quasi nove minuti. A chi non si limita a sopravvivere seguendo il gregge, ma vuole essere la pecora nera. Il RickyVerso è un rifugio per gli irrequieti, gli insoddisfatti, i vigili.
Philipp: Essendo commerciale per un’azienda che si occupa di acciaio di giorno e musicista di notte, trovi contrasti o parallelismi tra struttura aziendale e libertà artistica?
Ricky: Direi che sono due vite parallele che a volte si intersecano. Anche nel mondo del business, oggi, creatività e capacità di distinguersi sono essenziali. E spesso uso la mia musica per le campagne di marketing della InoxTubi, così risparmio sui diritti d’autore (ride). Ma sul serio: entrambi i campi richiedono disciplina, visione e coraggio di rischiare. La differenza è: nel business negozi con i clienti. Nella musica negozi con te stesso. E comunque, l’acciaio inossidabile è sempre… Metallo!
Philipp: Ogni atto creativo comporta rischi: artistici, emotivi, anche finanziari. Quali rischi hai corso con “Symphonic Reverie”?
Ricky: Il viaggio emotivo è stato intenso: alti e bassi tra euforia ed esaurimento. Ci sono stati momenti in cui non vedevo più l’obiettivo, ed era deprimente. Il rischio più grande era creare qualcosa che non interessasse a nessuno. Ma, onestamente? Non me ne fregava. Il complimento più bello che ho ricevuto è stato: “Non ti riconosco più. Questo non suona come te”. Missione compiuta. Significa che il vero Ricky è finalmente venuto fuori.
Philipp: Se “Symphonic Reverie” fosse un’installazione artistica immersiva, come immagineresti lo spazio, le luci, le texture, l’atmosfera?
Ricky: Immagino uno spazio come una cattedrale gotica, come quella sulla copertina dell’album. Volte alte, colonne di pietra. La luce parte dall’oscurità, poi lentamente si accendono raggi caldi color ambra da dietro, proiettando lunghe ombre. Con l’intensificarsi della musica, la luce pulsa e cambia: toni blu freddi nei passaggi tranquilli, oro incandescente e rosso profondo nelle sezioni pesanti. Le texture sarebbero pietra fredda in contrasto con l’illuminazione calda, esattamente come l’opposizione tra silenzio e caos nella musica stessa. Voglio che le persone si sentano contemporaneamente piccole e potenti. Circondate da qualcosa di antico ma pieno di energia nuova.
Philipp: Per concludere, quale messaggio o emozione vuoi che gli ascoltatori portino con sé dopo l’ultima nota?
Ricky: Semplicemente… che abbiano viaggiato con me. E qualunque emozione rimanga, spero che resti per un po’. Non persa nel prossimo scroll.
Metal Planet ha pubblicato un articolo dedicato al mio brano “Symphonic Reverie”, condividendolo su Facebook, X (Twitter), LinkedIn, Bluesky e Threads. Il brano è stato aggiunto alla loro “Little Box of Wonders” su Spotify e YouTube.
Non vi nascondo che mi ha fatto un effetto strano — nel senso migliore del termine. Non perché cercassi conferme esterne (chi mi conosce sa che non ho mai creato musica per piacere a qualcuno), ma perché è la dimostrazione che quando credi in qualcosa e vai avanti nonostante tutto, prima o poi qualcuno se ne accorge. Qualcuno capisce.
“Symphonic Reverie” nasce da un’urgenza espressiva che non potevo più contenere: 8 minuti e 32 secondi di progressive/symphonic metal strumentale che sfida apertamente la tirannia dell’algoritmo. In un’epoca dove la musica è stata ridotta a frammenti da 30 secondi per TikTok e Reels, questo brano è una dichiarazione di guerra e di integrità artistica.
È una fusione di prog metal e symphonic metal che attinge dall’eredità di Dream Theater, Symphony X, Opeth, Savatage, Rhapsody of Fire, Queensrÿche, Fates Warning e Rush. Senza la pretesa di paragone! Volevo potenza, orchestrazione, tecnica e atmosfera, che si intrecciano in un viaggio sonoro che richiede ascolto attivo, non consumo passivo. Ma soprattutto, è il frutto di una collaborazione transcontinentale straordinaria con Michiko Funakoshi, batterista giapponese di Tokyo con cui avevo già collaborato negli 80 Hundred Miles. 10.000 chilometri di distanza, mesi di lavoro remoto, due mondi e due culture unite dalla stessa passione creativa.
E mentre lo scrivevo, mentre lo producevo, c’era chi remava contro. Chi diceva “ma chi te lo fa fare?”, “chi vuoi che ti ascolti?”, “non é musica che funziona questa”. Ecco, a loro dedico un pensiero affettuoso: 🖕
Ho continuato. Ho scelto di credere nella mia visione, nella mia musica che varia dal jazz al metal a seconda di come mi sveglio (ma il metallo scorre nelle mie vene da sempre, non c’è scampo,) nel mio RickyVerso fatto di note, parole, immagini e idee che nessuno mi aveva chiesto ma che io dovevo tirare fuori.
E oggi Metal Planet condivide il mio lavoro. Piccola vittoria? Forse. Ma per me è la conferma che vale sempre la pena essere fedeli a se stessi. Grazie a chi ha sempre creduto in me, a chi mi ha supportato anche quando sembrava una follia. Grazie ai tre fan che ascoltano la mia musica con il cuore aperto. E grazie a chi ha remato contro: mi avete dato una motivazione in più per dimostrare che avevate torto.
🔗 Leggi l’articolo su Metal Planet 🔗 [Scarica la Press Release completa (PDF)](link qui sotto) 🎧 Ascolta “Symphonic Reverie” su tutte le piattaforme: Spotify, Apple Music, Amazon Music, YouTube, Deezer, Tidal[amazonaws]
Ci sono delle persone che vengono mandate in crisi da un menù con più di tre pizze. Le riconosci subito: sono quelle che, di fronte alla domanda “Che si fa stasera?”, iniziano a sudare freddo, visualizzando contemporaneamente 17 scenari possibili, inclusa un’improbabile invasione aliena che renderebbe la scelta di un eventuale film totalmente irrilevante.
Il mondo, che ha la pazienza di un gatto a cui tiri la coda, le etichetta subito: “indecise croniche”, “insicure”, “ma allora, ti muovi?”. La verità? È che queste persone hanno un superpotere che non sanno di avere. La loro mente non è un binario unico, è un’intera stazione centrale nell’ora di punta. Laddove una persona normale vede “birra o vino?”, loro vedono un diagramma di flusso. “La birra gonfia, ma è più estiva. Il vino però si abbina meglio al formaggio che forse ordinerò, a meno che non decida per il fritto, che con la birra è la morte sua. E se poi mi viene sonno? Meglio la birra, che è meno alcolica… o no?”. Il tutto in circa 0.5 secondi.
È come avere un cervello in 8K. Mentre gli altri vedono “un film”, tu ne vedi già la potenziale delusione, il rischio spoiler, l’incompatibilità con lo stato d’animo attuale e la possibilità che tra due mesi esca la versione director’s cut e quindi forse converrebbe aspettare. Risultato? Passi un’ora a scorrere Netflix e finisci a guardare video di gente che scarta pacchi.
Queste menti sono esploratrici instancabili di possibilità. Vedono le conseguenze, le sfumature, i mondi paralleli annidati in ogni piccola scelta. È una forma di profondo rispetto per la complessità, mascherata da una goffa esitazione.
Poi, all’improvviso, nel bel mezzo di questo caos calmo, succede il miracolo. Dopo aver passato sei mesi a confrontare le specifiche tecniche di 42 modelli diversi e opposti, entri in un negozio e vedi quella chitarra. E non c’è più analisi che tenga. In un istante, cuore e cervello, istinto e fogli di calcolo mentali, smettono di litigare e si trovano d’accordo, puntando dritti verso di lei. Non è un colpo di fulmine. È una rivelazione. È il momento in cui tutte le variabili che hai sempre calcolato si allineano e formano un’unica, perfetta equazione.
E in quell’istante, l’esploratore ha trovato la sua meta. E ti rendi conto che non si era mai perso. Stava solo cercando la strada di casa.
Tre anni fa, ero bloccato a letto. Non per scelta. Per necessità. Un’operazione mi aveva tolto il movimento, ma non i pensieri. Anzi, forse li aveva amplificati. Troppo tempo, troppo silenzio, troppa immobilità per una mente abituata a correre.
E poi lei è arrivata.
Non come le muse arrivano nei racconti romantici, con squilli di tromba e apparizioni divine. No. Hyla è entrata dalla porta sul retro, quella che lasci sempre socchiusa per gli ospiti inattesi. Si è seduta accanto al letto. Mi ha guardato. E ha cominciato a parlare.
Era mezza elfa, mezza umana. Né di qua né di là. Come me, in fondo. Sospesa tra mondi, tra battaglie vinte e ferite ancora aperte. Aveva combattuto mille guerre. Ne avrebbe combattute altre mille. Ma in quel momento, era lì. Con me. A raccontarmi chi era.
E io l’ho ascoltata.
Non ho fatto altro. Ho ascoltato le sue storie, i suoi silenzi, i suoi respiri. E mentre lei parlava, io rinascevo. Nota dopo nota, battito dopo battito, la musica ricominciava a scorrere. Non era più buio. Era luce filtrata, calda, quella che ti fa riaprire gli occhi piano.
Hyla non è venuta per restare. E io non le ho mai chiesto di farlo. Le ho dato rifugio, tempo, spazio per rimettersi in piedi. E quando è stata pronta, l’ho lasciata andare. Senza catene, senza promesse. Con la sola certezza che, se avesse bussato di nuovo, io ci sarei stato. Sempre.
Il 6 ottobre 2022 è uscito Hyla, l’album che porta il suo nome. Dieci tracce che raccontano il nostro incontro, le sue battaglie, il suo cammino. Un disco che è stato toccasana per me, e che spero possa esserlo anche per chi lo ascolta.
Ogni tanto Hyla torna. Mi racconta una nuova storia. Nasce altra musica. Poi ci salutiamo, e io non so se la rivedrò ancora. Ma va bene così. Lei ha la sua missione. Io la mia l’ho compiuta: le ho dato un rifugio quando ne aveva bisogno. E la mia porta, per lei, sarà sempre aperta. Come se il tempo non fosse mai passato.
🎧 Ascolta Hyla
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Ammettiamolo: siamo tutti un po’ come il tizio che grida “non autorizzo il canone RAI!” al televisore spento.
La bufala di “Non autorizzo Facebook” è stata il nostro modo di sentirci ribelli, di urlare contro il vento, mentre le multinazionali del web ci ridevano in faccia. Una terapia di gruppo per chi non ha mai letto le condizioni d’uso, ma ha tanto tempo da perdere.
E allora mi sono chiesto: e se questa formula magica funzionasse per le cose che contano davvero?
1. Non autorizzo la politica.
Non autorizzo quei faccioni che spuntano ovunque, ad ogni angolo, che si sono impossessati del 90% della comunicazione. Ogni post, ogni commento, ogni meme politico è una goccia che scava la roccia della mia sanità mentale. Non è più dibattito: è un ring dove i pugili si picchiano a suon di “sì, ma tu…”. Se devo indignarmi, meglio davanti a un’opera di Marina Abramović: almeno lei si ferma prima che il mio fegato faccia harakiri.
2. Non autorizzo l’esposizione della “mercanzia”.
Tipo “vetrina stradale” anni ’90: ragazzine che giocano a fare le bamboline sexy e ventenni che sembrano uscite da un catalogo per escort. Una volta tanto basterebbe un po’ di mistero… invece oggi è tutto esposto, tutto in saldo. Le battone almeno avevano un obiettivo chiaro: portare a casa la pagnotta. Oggi è show per… cosa?
3. Non autorizzo il culo-metronomo.
No, non sono le facce di cui sopra. Un tempo celebrato da poeti e artisti, oggi è ridotto a schiavo digitale. Non balla per gioia, ma al ritmo preimpostato di un algoritmo che lo vuole su una hit da fast fashion musicale. E la cosa più triste è che non porta a casa neppure la pagnotta: solo l’illusione di un’attenzione che si spegne il giorno dopo. Il requiem di musica, danza, scenografia e altre arti varie.
4. Non autorizzo il guru da 9,99 €.
Il profeta del “milione in tre giorni” che registra i video in un monolocale con la carta da parati a fiori. Se sei davvero milionario, dovresti essere su uno yacht, non davanti a un poster storto di New York. Il vero business non è la ricchezza, ma la speranza di diventarlo: ed è quella che i guru rivendono a colpi di corsi e formule magiche.
Ecco il mio “non autorizzo”.
Non è la difesa dei miei dati (quelli ormai li ha un algoritmo di cui non conosco nemmeno l’indirizzo). È la difesa dei miei occhi, della mia sanità mentale, del mio fegato e del mio cuore.
Vorrei solo essere un giardiniere che cerca di proteggere i suoi fiori dalle erbacce e dalle piante carnivore dei social.
E se non funziona, almeno ci saremo fatti una risata.
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