Tante cose, ma dando il meglio: perché essere poliedrico è una scelta e non una scusa

Ieri sera, sul palco dell’Ariston, un uomo in elegante completo scuro scende le scale più famose d’Italia facendo il moonwalk. Non inciampa. Quasi perfetto. E prima ancora che qualcuno possa decidere cosa pensarne, apre la bocca e dice:
“Meglio fare tante cose male che una bene.”
Pausa.
Risate.
E io, dal divano, ho fatto quella cosa che faccio quando qualcuno dice qualcosa di sbagliato nel modo più giusto possibile: ho annuito ridendo, poi ho smesso di ridere, poi ho ripreso ad annuire. Ma stavolta sul serio.
L’uomo che non si specializza
Lillo — al secolo Pasquale Petrolo, romano, classe 1962 — è uno di quegli esseri umani che resistono alla classificazione. Fumettista prima di tutto: negli anni Ottanta disegnava strisce per case editrici romane, scriveva testi per Lupo Alberto, inventava personaggi assurdi come Stinco & Laido e NormalMan. Poi la casa editrice chiude, lui e il suo amico Greg si trovano sul lastrico e qualcuno gli dice: “Perché non salite su un palco?”
Saliti. E non sono più scesi.
Da lì in poi: duo comico con Lillo & Greg, band rock demenziale (i Latte & i Suoi Derivati), Le Iene tra i fondatori, radio su Rai Radio 2 con 610 dal 2003, cinema, serie tv, musical — School of Rock, per cui vince il premio Flaiano, sul palcoscenico per oltre un anno. E poi Posaman, la serie Sono Lillo, una rockband nuova (Lillo e i Vagabondi) fondata nel 2017 quando gli altri si sedevano. E ieri sera, sul palco del Festival di Sanremo, il moonwalk.
Che poi è ballo, sì. Ma anche metafora. Vai avanti guardando indietro.
Perché quella frase mi ha fermato
Lillo la dice con ironia — e l’ironia è la sua lingua madre. Ma dietro c’è una verità scomoda che molti usano come scudo: “Io faccio tante cose, quindi aspettatevi che possa farle male.”
È una protezione elegante. Dichiari in anticipo la tua imperfezione così nessuno può accusarti di averla nascosta. È autoironia usata come parafulmine.
Capisco quella frase. La riconosco. L’ho pensata anch’io, in certi momenti in cui mi trovavo a fare il musicista davanti a chi fa solo quello, o a scrivere di AI davanti a chi studia solo quello, o a disegnare fumetti senza aver mai frequentato una scuola di fumetti. C’è una parte di noi che si prepara alla sconfitta per non sentirne il peso.
Ma poi — e qui sta il punto — quella parte mente.
La mia versione
Io la frase la riscriverei così:
“Meglio fare tante cose dando il meglio di sé stessi che accontentarsi solo di quella che viene bene da sola.”
Non è una correzione a Lillo, sia ben chiaro! Lui ironizzava, perchè SA DI ESSERE BRAVO! (io lo considero fantastico!). E l’ironia di un grande comico va rispettata senza smontarla con il cacciavite. È una dichiarazione mia. Un manifesto, se vogliamo esagerare. E qui sul RickyVerso si esagera spesso, quindi andiamo avanti.
Fare tante cose non è un alibi della mediocrità. Non è disperazione creativa travestita da versatilità. È un modo di stare al mondo, un approccio all’esistenza che parte dall’assunto che la curiosità valga quanto la competenza — e che, nella maggior parte dei casi, la curiosità diventi competenza, se trattata con rispetto.
Il problema non è il numero delle cose che fai. Il problema è se le fai distrattamente, senza passione, aspettando già la prossima. Perché allora sì, le fai male. Ma non per mancanza di talento: per mancanza di presenza.
Poliedrico non è un complimento a metà
Nella vita ci sono due tipi di reazione alla parola “poliedrico”.
Il primo: “Che bello, sai fare tante cose!” — detto con quel tono leggermente stupito che in realtà significa: “Non me l’aspettavo da te.”
Il secondo: “Sì ma alla fine cosa fai davvero?” — che è la versione onesta della prima, e che nasconde la domanda vera: “Dove ti classifico?”
La risposta giusta a entrambe è la stessa: non classificarmi.
Lillo non si fa classificare. Io non mi faccio classificare. Il RickyVerso esiste esattamente perché non esiste un genere che lo contenga: musica metal e Sanremo, AI generativa, fumetti, riflessioni sul lavoro, racconti assurdi, fotografia, tecnologia. Non è un blog che cerca un’identità. È un blog che ha deciso che l’identità è proprio questa — la vastità, trattata con cura.
E “con cura” è la parte che cambia tutto. Non “tante cose male”. Tante cose, sul serio.
L’assurdo come bussola
C’è un’ultima cosa che mi lega a Lillo, e forse è quella più difficile da spiegare senza sembrare un fanatico.
La sua propensione per l’assurdo.
Quando ieri sera Carlo Conti lo ha interrotto — “Sul palco? Magari al Teatro Olimpico?” — e la gag stava per esplodere su più livelli contemporaneamente (la battuta, la meta-battuta, la citazione politica della gaffe di Petrecca alle Olimpiadi di Milano-Cortina), Lillo non ha inseguito la risata più facile. Ha aspettato. Ha lasciato che l’assurdo respirasse.
Questo è il vero talento dei poliedrici: non il numero di cose che sanno fare, ma la capacità di collegare mondi che sembrano distanti e trovare il punto in cui ridono insieme.
Un fumettista che diventa comico che diventa rockstar che diventa attore che fa il moonwalk all’Ariston. Un blogger che si trasforma in musicista e scrive di AI e fumetti e metal e tubi in acciaio e ci trova un filo rosso che non tutti vedono subito, ma che c’è.
Il filo siamo noi. La vastità è il metodo. Il meglio di noi stessi è l’unico standard che vale la pena rispettare.
Il resto — classificazioni, nicchie, specializzazioni — è noia travestita da serietà.
Fate tante cose. E non vergognatevene. Trasformatele in identità!
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
