Un anno di viaggi senza voce (e senza direzione)! Buon compleanno, 26 Rails!
Ci sono date che tornano, silenziose e cariche di significato. Per me, il 10 Aprile è diventata una di quelle date.
Un anno fa usciva 26 Rails, il mio doppio album strumentale. Ventisei brani, due parti da tredici ciascuna, zero voci. E probabilmente la cosa più onestamente mia che abbia mai pubblicato.
Come nasce un’opera dal “ciarpame”
Devo essere sincero: non è nata da un’ispirazione folgorante. Non c’è stata la notte in cui mi sono svegliato con l’idea chiara in testa, il piano perfetto, la visione. No. È nata da uno di quei pomeriggi in cui guardi il tuo hard disk e ti senti un po’ come chi ha un garage pieno di scatole che non ha mai aperto.
C’era dentro di tutto. Riff abbozzati, idee a metà, brani quasi finiti, tracce che non sapevo neanche più da dove venissero. Il classico ciarpame di chi suona da anni e non butta mai niente perché “magari un giorno lo uso”.
Quel giorno è arrivato.
Ho iniziato a scavare, a riascoltare, a tagliare e cucire, ad aggiungere strati e poi toglierli, a mescolare epoche diverse della mia vita musicale. È stato un lavoro lungo, a tratti frustrante, a tratti entusiasmante come non mi capitava da tempo. E quando ho finito, mi sono accorto di avere tra le mani qualcosa che non avrei mai potuto scrivere di getto: un’opera che attraversa anni, umori, influenze e ossessioni. Un ritratto in musica, senza che me ne accorgessi mentre lo facevo.
Quella frase che mi ha sempre fatto incazzare
“Non si capisce che musica fai. Devi prendere una direzione.”
Quante volte me lo sono sentito dire. E ogni volta, con la pazienza di chi cerca di non rispondere male, annuivo. Ma dentro di me pensavo esattamente il contrario.
Perché mai dovrei scegliere una sola direzione? Il Metal deve escludere il Blues? Perché il Prog non può stare vicino alla Psichedelia? E l’Elettronica non può abbracciare la Classica?
Il titolo me l’ha suggerito, senza saperlo, una mia amica. Un giorno mi parlò di come immaginava i suoi pensieri: come 21 binari, uno per ogni lettera dell’alfabeto italiano. Ognuno una direzione possibile, un pensiero che parte e non si sa dove arriva.
Quella metafora mi ha colpito dritto. Ho pensato subito a chi mi chiedeva di scegliere una corsia e ci restare. Allora ho preso l’alfabeto inglese — 26 lettere, 26 binari — e ho deciso che ogni brano fosse uno di quei treni. Rock, Metal, Prog, Pop, Elettronica, Blues, Funky, Classica, Art Rock, Psichedelia. E anche Ambient della Mongolia! Ognuno parte da una stazione diversa, ognuno arriva dove vuole. E così è nato il nome di questo album strumentale, 26 Rails.
E forse, ancora, non bastavano.
Quelli che mi hanno insegnato che il silenzio delle parole può urlare
26 Binaries è anche un omaggio. Non dichiarato, non didascalico, ma profondamente sentito verso quegli album strumentali che mi hanno convinto, una volta per tutte, che la voce umana non è necessaria per raccontare qualcosa. Anzi, a volte toglierla è l’atto più coraggioso che si possa compiere.
Ho pensato a Joe Satriani e a Surfing with the Alien (1987): melodie che entrano in testa senza chiedere permesso, una tecnica chitarristica che non esibisce mai se stessa per il gusto di farlo, ma sempre al servizio dell’emozione. Ho pensato al Liquid Tension Experiment (1998 e 1999), quella follia prog-metal partorita dai Dream Theater che suona ancora come un’astronave che decolla. A Steve Vai e Passion and Warfare (1990), che per me è ancora uno dei punti di riferimento assoluti per chiunque voglia capire cos’è la chitarra rock. Ma ho pensato anche ad album meno scontati. Ai Mogwai Of The Hawk Is Howling (2008), con quel post-rock che ti entra dentro lentamente e poi ti schiaccia. Agli Explosions In The Sky Of All Of A Sudden, I Miss Everyone (2007), che sono paesaggi sonori prima ancora che musica: li ascolti e vedi cose. Ai 65daysofstatic Of The Fall of Math (2004), dove l’elettronica e le chitarre si scontrano come due treni sullo stesso binario.
E poi i giganti: Mike Oldfield with Tubular Bells (1973), un’opera che ha ridisegnato i confini del possibile nel rock progressivo. Dick Dale with Surfers’ Choice (1962), che alle origini di tutto ci stava lui con la sua Stratocaster rovesciata e quella energia primordiale. E Jeff Beck, with Blow by Blow (1975), jazz-rock-fusion ai massimi livelli, la dimostrazione che la chitarra può essere tutto ciò che vuoi che sia.
Questi album dimostrano come l’assenza di una voce possa amplificare l’emozione invece di ridurla. Io, nel mio piccolo, ho provato a dimostrare la stessa cosa. Con il mio hard disk, il mio ciarpame e i miei 26 binari.
Un anno dopo
Non so quante persone abbiano ascoltato 26 Rails tra le varie piattaforme. Non è il tipo di progetto che scala le classifiche, né quello che ti porta i follower in massa. Ma non è mai stato quello il punto.
Il punto era mettere ordine. Fare la pace con anni di idee accumulate. Dimostrare, almeno a me stesso, che quella musica meritava di esistere e non di marcire in una cartella dimenticata.
Un anno dopo, riascolto certi brani e mi sorprendo ancora. Mi dico: ma sì, questo non è male. Per un musicista, è già una vittoria.
Buon compleanno, 26 Rails: il mio album strumentale contenitore di libertà assoluta.
Digital creative, musician, and storyteller. I explore the intersection of humanity and technology, telling stories of AI, music, and real life. Welcome to my organized mess.”
