Il Dio degli Eserciti è il mio Dio?
È tempo che la Chiesa cattolica faccia i conti con l’Antico Testamento?
Domenica. Al Telegiornale viene trasmesso l’appello di Papa Leone XIV per la pace. L’ennesimo appello. Forte. Duro.
…inascoltato…
Devo essere onesto: quella domanda iniziale me la porto dietro da anni. Da quando, bambino, sentivo leggere in chiesa certi passi dell’Antico Testamento e aspettavo che il prete spiegasse cosa cavolo c’entrassero con Gesù. Spiegazione che non arrivava mai, purtroppo. Si passava oltre, come si fa con un argomento scomodo a tavola.
Poi sono cresciuto, ho letto, ho riflettuto. E la domanda è rimasta lì, sempre più ingombrante: ha ancora senso, nel 2026, che una Chiesa che predica pace e amore porti nel proprio canone sacro un Dio che ordina genocidi? Sono Credente. Sono Cattolico. Praticante. Mi è sempre stato insegnato che io stesso sono Chiesa. Quindi Chiesa sono anche le mie domande e i miei dubbi.
È tutto nero su bianco.
Partiamo dai fatti, cioè dai testi. Perché il problema non è l’interpretazione — è proprio quello che c’è scritto.
1 Samuele 15:3 — il Signore ordina al re Saul attraverso il profeta Samuele: “Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini.”
Non è un’eccezione. È un pattern che si ripete.
Deuteronomio 2:33-34 — sotto la guida di Dio, gli israeliti sterminano completamente uomini, donne e bambini di Sicon. Il testo recita senza imbarazzo: “Non vi lasciammo nessuno in vita.”
Deuteronomio 7:2 — Dio parla chiaro riguardo ai nemici: “Tu li voterai allo sterminio; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia.”
Giosuè 10:38-39 — Giosuè prende Debir, passa tutto a fil di spada. “Non lasciarono nessun superstite.”
Esodo 32:27 — alla vista del vitello d’oro, Dio ordina ai figli di Levi: “Ognuno di voi si metta la spada al fianco; percorrete l’accampamento da una porta all’altra e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l’amico, ciascuno il vicino.” Caddero tremila persone. Dio ne fu compiaciuto.
Lo studioso Raymund Schwager ha contato nell’Antico Testamento 600 passi di violenza esplicita, 1.000 versi che descrivono le violente azioni punitive di Dio e 100 passi in cui Dio ordina espressamente di uccidere. Cento. Non è un refuso, è un’attitudine.
Questo è il Dio degli eserciti. Yahweh Sabaoth. Ed è lo stesso Dio che la messa domenicale mi chiede di chiamare “Padre”.
Quando i testi sacri diventano armi vere
Fin qui, potrebbe sembrare un esercizio accademico. Poi però arriva il momento in cui capisci che non lo è.
Nell’ottobre 2023, Benjamin Netanyahu — premier di uno Stato democratico moderno — giustifica l’operazione militare su Gaza citando esattamente quei versetti. Cita 1 Samuele 15 davanti alla nazione, paragona i palestinesi agli Amaleciti, e aggiunge citando il Deuteronomio 25:17: “Ricordatevi di ciò che vi hanno fatto gli Amaleciti. Ricordiamo e combattiamo.”
Un capo di governo che usa un testo sacro di tremila anni fa per legittimare un’operazione militare contemporanea. E il testo funziona — culturalmente, emotivamente, politicamente — perché è lì, nel canone, considerato parola di Dio.
Non sto dicendo che Netanyahu abbia ragione. Sto dicendo che il testo glielo permette. Anzi, in un certo senso lo invita a farlo.
E non è solo una questione israeliana o ebraica. I fondamentalismi islamici citano il Corano per la jihad. Certi suprematisti cristiani americani citano l’AT per giustificare la violenza razziale. Tutti attingono dallo stesso arsenale: testi sacri che descrivono un Dio che combatte, stermina, punisce collettivamente.
L’eretico che aveva (quasi) capito tutto
La cosa che mi colpisce di più è che questa domanda non è nuova. Qualcuno ci ha già provato, duemila anni fa.
Si chiamava Marcione di Sinope, e nel II secolo d.C. propose esattamente questa separazione. La sua tesi: il Dio dell’Antico Testamento — violento, tribale, vendicativo — e il Dio Padre rivelato da Gesù sono due entità diverse. Per coerenza, costruì un canone che escludeva interamente l’AT, tenendo solo una versione del Vangelo di Luca e alcune lettere di Paolo.
La Chiesa lo condannò come eretico. Lo chiamarono “il lupo che viene dal Ponto”. I suoi seguaci sopravvissero per secoli, soprattutto in Siria e Armenia — segno che l’idea toccava qualcosa di vero nell’esperienza vissuta dei fedeli.
Marcione sbagliava nell’impostazione: il suo dualismo puzzava troppo di gnosticismo, e tagliava via anche cose preziose. Ma la domanda che poneva era legittima. E, permettetemi di dirlo, resta senza una risposta davvero soddisfacente ancora oggi.
Il Discorso della Montagna contro il Dio degli eserciti
Perché la tensione non è nella mia testa. È nel testo.
Gesù nel Discorso della Montagna ribalta sistematicamente la tradizione che lo ha preceduto. La formula che usa — “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico” — ripetuta sei volte di fila è una presa di distanza consapevole e strutturata:
“Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: non opporti al malvagio…”
“Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…”
Questa non è integrazione. È ribaltamento. Gesù sta correggendo qualcosa. Sta dicendo: quello che avete capito finora non basta, o peggio, non va bene. Il Dio che vi ha insegnato a fare a pezzi i Cananei non è l’immagine completa.
E qui sta il paradosso che la Chiesa ha scelto di non risolvere: il libro che contiene queste parole straordinarie porta in dote anche i manuali del massacro.
La risposta ufficiale (che non convince del tutto)
La teologia cattolica ha una risposta pronta: Antico e Nuovo Testamento sono inseparabili, l’uno è promessa e l’altro compimento, la rivelazione è progressiva. Gesù stesso cita i Salmi, cita Isaia, fonda il suo insegnamento sulla tradizione ebraica.
È una risposta che regge per i Profeti, per i Salmi, per la storia dell’Alleanza. Ma quando arrivi ai passi dello sterminio, la risposta diventa: “bisogna contestualizzare, erano altri tempi”. Giusto. Solo che a quel punto stai ammettendo implicitamente che certi testi sono storicamente superati. E se alcune parti della Bibbia sono superate, la domanda ovvia è: chi decide quali? In base a quale criterio? La tradizione? Il magistero? Il buon senso?
È una porta che la Chiesa non ha mai davvero voluto aprire, perché dietro c’è un abisso di autorità da ridiscutere.
I politici cristiani e il Vangelo che dimenticano
C’è un’altra cosa che mi viene difficile ignorare. Mentre scrivo questo post, penso a certi politici — in Europa, in America, ovunque — che si dichiarano cristiani, citano i “valori cristiani”, agitano il crocifisso in campagna elettorale, si fanno fotografare mentre pregano con il volto contrito e poi costruiscono muri, chiudono porti, bombardano e invocano “la civiltà occidentale cristiana” come scudo contro il diverso. Non fanno proprio bene al Vangelo, diciamocelo. Gesù era piuttosto chiaro sul tema degli stranieri, dei poveri, dei “ultimi”. Ma evidentemente certe pagine del libro le saltano.
Una via d’uscita: leggere l’AT attraverso Gesù, non viceversa
Non sto dicendo di bruciare l’Antico Testamento. Sto dicendo che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di fare ufficialmente ciò che molti teologi già fanno tacitamente: adottare una lettura gerarchica, in cui il Vangelo è il filtro principale e non uno dei tanti pezzi del puzzle.
Significa riconoscere che:
• I Salmi, i Profeti, la storia dell’Alleanza rimangono fondamentali — sono il contesto senza cui l’Incarnazione non ha senso
• I testi che glorificano la violenza divina vanno letti come testimonianze storiche di una comprensione imperfetta e tribale di Dio, non come parola normativa per il presente
• Alcune pagine della Bibbia ci dicono più su come gli esseri umani proiettavano i propri desideri di vendetta attraverso Dio, che su Dio stesso.
Questo non è marcionismo. È quello che già fa chiunque legga la Bibbia con onestà intellettuale. Il problema è che la gerarchia non lo ammetterà mai pubblicamente, perché aprirebbe una domanda scomoda: se quella parte è sbagliata, quale autorità garantisce il resto?
Il nodo che rimane
Alla fine di tutto, il problema non è solo teologico. Aprire la porta alla critica testuale sistematica significa cedere autorità interpretativa. Non è solo un fatto di teologia: l’autorità non si discute volentieri, in nessuna istituzione.
Nel frattempo, l’Osservatore Romano nel 2025 si è trovato a domandarsi come si legge la Bibbia dopo la distruzione di Gaza. Buona domanda. Tardiva, forse. Ma almeno qualcuno se la sta ponendo.
Gesù probabilmente avrebbe capito la domanda che ho fatto all’inizio di questo post.
Molti, sospetto, continueranno ad archiviarla come “posizione già confutata nel II secolo d.C.”.
E nel frattempo, il mondo continua a bruciare. Con qualche versetto dell’Antico Testamento in mano.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
