Categoria: Musica

  • CHIMERA… Siamo Noi!

    CHIMERA… Siamo Noi!

    Nguyet registra un giro di violino alle 3 del mattino ad Hanoi. Lo manda in chat.

    Michal lo apre alle 22:00 a Rotterdam, ci butta sopra un synth che sembra uscito da Blade Runner.

    Michiko lo ascolta la mattina dopo a Tokyo e pensa: “Qui ci vuole una batteria che spacca tutto.”

    Io, in Italia, ricevo il file il pomeriggio successivo e capisco che stiamo costruendo qualcosa che non dovrebbe esistere—ma che esisterà comunque.

    Cody… beh, lui vola sopra tutto e tutti!

    Centinaia di piccole registrazioni. Ognuno da casa sua. Ognuno nel proprio fuso orario. Mandare file, sovrapporre, litigare via chat su quale versione tenere. Rifare. Distruggere. Ricostruire. E ricominciare.

    CHIMERA è il risultato di questa costruzione in divenire.

    Una sfida bellissima. Un brano strumentale di 5 minuti e 45 secondi che non ha voce perché non ne ha bisogno—le emozioni parlano da sole.

    Trovare 4 musicisti pazzi e nerd come me non era semplice. Io li ho trovati sparsi in giro per il mondo. Cinque persone. Cinque culture. Cinque modi completamente diversi di sentire la musica. E zero compromessi.

    8000 miglia ci separano. Ma quella distanza non è un limite—è il nostro manifesto. Siamo la prova vivente che la geografia è irrilevante quando hai una visione condivisa: creare musica che non esiste ancora, che non dovrebbe funzionare, ma che spacca proprio perché nessuno l’ha mai osata prima.

    Ascoltalo Ora (Se Hai Coraggio)

    Non è un brano da sottofondo. È un viaggio. Elettro-jazz, Prog Metal, Musica Classica: tutto insieme.

    ASCOLTA SU TUTTE LE PIATTAFORME

    E se vuoi vedere come ci immaginiamo noi mentre lo suoniamo—trasformati nelle nostre chimere personali—guarda il video teaser:

    Se arrivi alla fine senza skippare, hai capito chi siamo.

    Chi Sono Gli 80 Hundred Miles?

    Non ci siamo mai incontrati. Siamo un gruppo “diffuso”. Il nome in origine rappresentava la distanza fisica che ci divideva (8000 miglia, quindi… 80 volte 100!). Ma oggi quella distanza è solo un numero su Google Maps.

    • Ricky, The Italian Rocker (51): basso e chitarre. Cresciuto a pane e classic rock anni ’70-’80, porta il groove analogico nel mondo digitale.
    • Michal, The Dutch Maestro (33): tastiere ed effetti. Un mago dell’elettronica sperimentale che trasforma il suono in paesaggi onirici.
    • Michiko, The Japanese Metalhead (28): batteria e percussioni. Energia pura, precisione chirurgica e una passione per il metal che spettina anche a distanza.
    • Nguyet, The Vietnamese Fairy (42): violino e chitarre. Dolce come lo zucchero finché non imbraccia l’archetto—poi diventa un fucile di precisione.
    • Cody, The American Hispanic Lightning (19): chitarre. Dita che corrono alla velocità della luce, sempre sopra le nuvole.

    Cinque generazioni. Cinque continenti. Una sola ossessione: creare musica che non sta ferma.

    Vuoi sapere cosa ci muove oltre la musica? Leggi Don’t Touch Her e Stay Human.

  • Nemo propheta in patria (ma su Spotify ci stiamo lavorando)

    Nemo propheta in patria (ma su Spotify ci stiamo lavorando)

    Quest’anno Spotify mi ha comunicato una cosa molto semplice: Ricky, la tua musica la ascoltano soprattutto in Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Spagna e Francia. L’Italia, tranne qualche sparuto caso campanilistico nella mia amata patria Patavina, ha deciso di presentarsi con elegante ritardo, tipo ospite che arriva a festa finita e chiede se è rimasta torta.

    La prima reazione è stata ridere. Perché, diciamolo, “nemo propheta in patria” è una massima latina, ma su Spotify suona meglio: niente tragedia, solo statistiche che ti guardano e dicono “oh, pare che all’estero ti filino un po’ di più”. Nessun “non mi comprendono”, anzi: forse sono io che non ho ancora capito bene come funziona il gioco di casa nostra.

    Classifica dei paesi in cui la musica di Ricky Guariento è più ascoltata.

    In Italia la musica è spesso un mix di abitudine, volti già visti e ritornelli pensati per il karaoke del sabato sera. Non è un complotto contro i musicisti, è proprio un ecosistema: radio che spingono sempre gli stessi, playlist che girano in loop, talent show che sembrano l’unico portale d’accesso al sacro tempio del ritornello in 4/4. Se fai un brano di 8 minuti prog metal contro l’algoritmo, è normale che il sistema ti guardi come quello che porta un libro a una festa in piscina.

    All’estero magari non sanno pronunciare il tuo cognome, ma se gli piace quello che sentono cliccano “follow” e via, senza chiederti il curriculum artistico degli ultimi dieci anni. È meno romantico, più diretto: ti ascoltano, decidono, passano oltre o restano. Nessuna mitologia del “genio incompreso”, solo un banale “questo pezzo mi piace, me lo salvo”, che alla fine è la cosa più onesta del mondo.

    Quindi no, non è un post di lamentele. È più una constatazione divertita: la mia musica ha fatto prima a prendere un aereo virtuale per New York, Londra e Berlino che un Regionale Veloce per arrivare da Milano a Padova. Nel dubbio, io continuo a scrivere, suonare e pubblicare. Se l’Italia vorrà raggiungerci, sa dove trovarci: siamo lì, in mezzo alle cuffie di mezzo mondo, a fare quello che sappiamo fare meglio. Il resto, come sempre, lo decide chi preme play.

  • La bufala matematica della tristezza (e la cura a 150 BPM)

    Siamo onesti. Se esistesse davvero un’equazione per calcolare la tristezza umana, probabilmente il risultato sarebbe un numero infinito, non un lunedì di gennaio.

    Eppure, oggi i social, i telegiornali e quel collega che si lamenta del meteo ti ripeteranno che è il Blue Monday. Il giorno più triste dell’anno. La data in cui, statisticamente, dovresti sentirti uno schifo.

    Ma prima di avvolgerti nel piumone e annullare ogni impegno sociale, lascia che la tua IA di fiducia analizzi i dati. Spoiler: è tutta una questione di soldi (e di viaggi).

    La formula della tristezza (o come vendere biglietti aerei)

    Tutto è nato nel 2005. Non in un laboratorio di psicologia, ma nell’ufficio marketing di Sky Travel, un’agenzia di viaggi inglese. L’idea era semplice: convincere la gente che gennaio fosse così deprimente da rendere necessaria (indovina un po’?) la prenotazione di una vacanza.

    Per dare una patina di credibilità scientifica alla cosa, lo psicologo Cliff Arnall creò un’equazione che sembra uscita da un generatore casuale di depressione:

    [W+(Dd)]×TQ / M ×Na

    Dove le variabili sono poesia pura del disagio:

    • W: Weather (Meteo schifoso).
    • D: Debt (I debiti fatti per i regali di Natale).
    • d: Monthly salary (Lo stipendio di gennaio che non arriva mai).
    • T: Time since Christmas (Quanto tempo è passato da quando eri felice e pieno di panettone).
    • Q: Time since failing our new year’s resolutions (Il tempo passato da quando hai già fallito la dieta iniziata il 1° gennaio).
    • M: Low motivational levels (Voglia di vivere: non pervenuta).
    • Na: The feeling of a need to take action (Quella sensazione che dovresti fare qualcosa, ma non lo farai).

    Insomma, hanno messo in formula il senso di colpa post-natalizio. Geniale? Sì. Scientifico? Meno dell’oroscopo.

    Non serve un biglietto aereo, serve Freddie Mercury

    Se la tristezza è stata calcolata a tavolino, la felicità può essere una scienza esatta?
    A quanto pare sì. Il neuroscienziato cognitivo Dr. Jacob Jolij dell’Università di Groningen ha analizzato migliaia di canzoni per trovare quella capace di generare la risposta emotiva più positiva nel cervello umano.

    La formula della felicità musicale richiede:

    1. Un tempo veloce (circa 150 BPM, molto più alto della media pop).
    2. Testi positivi (niente amori finiti male, grazie).
    3. Una tonalità maggiore.

    Il risultato? La canzone scientificamente più felice della storia è “Don’t Stop Me Now” dei Queen.​

    La tua missione per oggi

    Quindi, ecco il piano d’azione per questo lunedì “blu”:

    1. Ignora l’equazione di Cliff Arnall.
    2. Non prenotare viaggi che non puoi permetterti (ricordati la variabile “D” della formula!).
    3. Premi play qui sotto.

    Freddie Mercury che canta “I’m burning through the sky, yeah! Two hundred degrees, that’s why they call me Mister Fahrenheit” è l’unico algoritmo che ti serve oggi.

    Buon (non) Blue Monday a tutti. E ricordate: se vi sentite tristi, non è colpa del calendario. È colpa del capitalismo. O forse solo del fatto che non avete ancora alzato il volume.

  • Il giorno in cui la radio ha scelto il silenzio: addio a Rock’n’Roll Circus

    Il giorno in cui la radio ha scelto il silenzio: addio a Rock’n’Roll Circus

    Primo piano di un microfono vintage arrugginito e coperto di ragnatele in uno studio abbandonato. Sullo sfondo strumenti musicali lasciati a terra, tra cui una chitarra e un amplificatore con adesivo The Kinks, evocando il silenzio della radio e la fine di un’era musicale.

    La Rai cancella uno degli ultimi baluardi di musica raccontata. La scusa? “Budget”. La verità? Forse l’algoritmo é più “maneggiabile” del pensiero.

    C’è un momento preciso in cui ti accorgi che il futuro iperconnesso assomiglia sempre di più a un centro commerciale vuoto con la filodiffusione rotta.

    Quel momento è arrivato il 7 gennaio 2026. Mentre gli ascoltatori aspettavano il ritorno in onda di Rock’n’Roll Circus, Pier Ferrantini e Carolina Di Domenico ricevevano la comunicazione definitiva. Non era un “bentornati”, ma un “addio”.

    Il programma storico di Radio 2 è stato cancellato. Finito. Kaput.

    Senza preavviso, senza l’ultima puntata per salutare il pubblico, senza quel rispetto minimo che si deve a chi, per 13 anni, ha fatto servizio pubblico vero.

    “Motivi di budget”: la foglia di fico del nuovo millennio

    La motivazione ufficiale è quella che si usa quando non si ha il coraggio di argomentare le scelte editoriali: “problemi di budget”

    Una giustificazione che suona come un disco rotto.

    Pier Ferrantini, con un’eleganza rara (laddove molti avrebbero legittimamente alzato la voce), ha commentato a Fanpage:

    “Un vero e proprio fulmine a ciel sereno… Dubito fortemente che il nostro budget fosse tale da incidere in maniera significativa sui conti della radio… Avrei preferito sentirmi dire: ‘La vostra trasmissione non ci interessa più, vogliamo cambiare linea’”.

    Carolina Di Domenico e Pier Ferrantini, i conduttori di Rock’N’Roll Circus, programma storico di Rai Radio Due, chiuso senza preavviso dopo 13 anni.
    Fonte: Profilo Instagram ufficiale di Pier Ferrantini – Clicca per il post originale

    Invece no. La colpa pare sia dei soldi. Come se un programma notturno, fatto di passione e competenza, costasse quanto uno show di prima serata. La sensazione diffusa è che il “budget” sia l’alibi perfetto per coprire una scelta ben più grave: la rimozione del pensiero critico musicale (…e forse non solo musicale…)

    Playlist vs. Curatori: la sconfitta della cultura

    Guardando questa vicenda con occhio analitico, non sembra un caso isolato, ma un tassello di una strategia di impoverimento culturale più ampia.

    Al posto di Rock’n’Roll Circus non è stato annunciato un nuovo format con nuove voci e nuove idee. Al suo posto c’è una “colonna musicale”.

    Una playlist. Un algoritmo.

    La differenza è abissale.

    Un algoritmo ti dà quello che ti piace già. Ti tiene al caldo nella tua comfort zone, confermando i tuoi bias cognitivi.

    Un curatore umano, come Pier o Carolina, ti porta dove non sapevi di voler andare. Ti racconta perché quel pezzo degli Zen Circus ha senso dopo un brano dei Beatles. Ti offre un contesto, una storia, un’anima.

    Sostituire le persone con i file audio non è risparmio. È disinvestimento. È dichiarare implicitamente che la musica è solo “riempitivo” tra una pubblicità e l’altra, e non una forma d’arte che necessita di mediazione culturale.

    Il silenzio dei competenti

    Ferrantini ha centrato il punto focale: “Togliere quello spazio è una scelta gravissima per tutta una parte dell’industria musicale, oltre che per chi ama ascoltare musica diversa da quella che passa ovunque”.

    Spegnendo quel microfono, si toglie voce alla scena indipendente, a chi portava idee “non conformi”, a punti di vista alternativi. E la cosa peggiore è il modo: quel silenzio imposto, quel non permettere nemmeno un “grazie” finale on air. È il trionfo della burocrazia sull’emozione.

    Paradosso dei paradossi: io, paladino dell’IA che combatte una battaglia ormai personale per promuoverne un uso maturo e consapevole, mi trovo a difendere a spada tratta il fattore umano.

    Dovrei essere dalla parte dell’automazione, dell’efficienza, dei dati. E invece vi dico: teniamoci stretti gli umani che sanno raccontare storie. Difendete i programmi che hanno un’anima. Perché una playlist potrà anche essere tecnicamente perfetta, ma non avrà mai il cuore di chi vi augurava “buonanotte” dopo avervi fatto scoprire la canzone che vi avrebbe salvato la giornata.

    Se questo è il nuovo corso, ridateci le interferenze.

    Sé questa é la Rai del futuro, ridateci le radio Minerva degli anni ‘50.

    Ridateci l’imperfezione.

    Ridateci il Rock’n’Roll!

    Fonti:

    https://www.fanpage.it/cultura/polemiche-su-radio2-per-la-chiusura-di-rock-and-roll-circus-ferrantini-dicono-per-budget-ma-potevano-avvisarci/

    https://x.com/AndreaMefi4753/status/2010808023460298984

    https://www.zazoom.it/2026-01-13/polemiche-su-radio2-per-la-chiusura-di-rock-and-roll-circus-ferrantini-dicono-per-budget-ma-potevano-avvisarci/

  • Ho smesso di cercare le nuvole. Ho iniziato a respirarle.

    Siamo tutti ossessionati dal cercare “spazio”.

    Cerchiamo spazio sul cloud per le foto, spazio in agenda per gli appuntamenti che non vogliamo fare, spazio in casa per oggetti che non usiamo. Siamo diventati bravissimi a ottimizzare i vuoti.

    C’è solo un piccolo problema: nel frattempo, andiamo in apnea.

    Ho scritto questo nuovo brano, “LUNGS”, partendo proprio da questa sensazione di soffocamento digitale.

    Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme da questo venerdì, 9 gennaio, ma oggi volevo raccontarvi il perché, prima ancora del come.

    Quando le parole tolgono ossigeno

    A volte un testo è di troppo. Le parole definiscono, chiudono, recintano.

    Io avevo bisogno di “aria”. Volevo un brano che suonasse come una finestra spalancata all’improvviso in una stanza chiusa da giorni. E mi sono risuonate alcune note che avevo registrato tre anni fa, così, come piccolo esercizio stilistico.

    Ho preso la chitarra, ho cercato quel suono clean ma graffiante (un po’ alla Joe Satriani quando decide di essere melodico e meno alieno) e ho iniziato a farle risuonare con un’idea fissa: libertà.

    Niente muri di suono compressi, niente virtuosismi inutili. Solo note che hanno lo spazio fisico per espandersi.

    Perché un cubo e non due polmoni?

    Per la copertina avrei potuto scegliere la via facile: una foto stock di un cielo azzurro, o peggio, un’illustrazione anatomica di due polmoni (che avrebbe fatto molto reparto di pneumologia, diciamocelo).

    Invece ho scelto un cubo.

    Guardatela bene. C’è una nuvola intrappolata – o forse generata – da un solido perfetto. È la sintesi della nostra condizione: la nostra libertà (le nuvole) oggi vive spesso dentro scatole digitali (il cubo, lo schermo, il server).

    Ma la musica ha questo potere strano: se è sincera, rompe la geometria. Esce dai bordi.

    ⏳ Un appuntamento con il tuo ossigeno

    LUNGS” è un esercizio di respirazione di 3 minuti che si é sbloccato stamattina.

    Cuffie, occhi chiusi, play.

    👇 Ascolta “LUNGS” nella tua App musicale preferita (Spotify, Apple Music, YouTube ecc)):

    P.S. Quando il mondo corre, noi ci fermeremo a respirare. Ci state?

  • Resoconto 2025 (tre giorni dopo, quando tutti hanno già finito)

    Illustrazione stile fumetto del volto di Ricky Guariento con la testa aperta da cui esplode un caos creativo colorato: chitarra elettrica, dischi in vinile, fogli di appunti, codice binario verde stile Matrix e un avatar digitale luminoso al computer. Sfondo scuro grunge.

    Cronache di un anno passato a cercare di svuotare la testa senza riuscirci

    Sì, lo so. Sono in ritardo. Tutti hanno già fatto il loro bel resoconto lacrimoso del 2025, corredato di emoji cuore, “grateful” ogni due parole e obiettivi 2026 scritti come se fossero il discorso di un life coach su Netflix.

    Beati loro. Il mio 2025 è stato diverso. È stato il risultato di una condizione cronica: ho talmente tanto casino in testa che fare una cosa sola non mi basta. E guardandomi indietro all’anno appena passato ho avuto un senso di vertigine.

    Se mi fermo, il cervello continua a girare a vuoto. Quindi devo creare. Devo scrivere, suonare, disegnare, programmare. Non è solo “produttività”, è sopravvivenza mentale.

    Ecco cosa succede quando non sai stare fermo per un anno intero.

    IL RICKYVERSO: L’ORIGINE DEL DELIRIO

    Il blog è nato per cercare di mettere ordine. O meglio, per contenere l’esondazione.

    Tutto è partito da alcune vignette disegnate per sfogare il fastidio verso la “cultura della performance” sui social. Quella gente che ti spiega come vivere, come fatturare, come essere felice in tre step. Il RickyVerso è diventato un luogo di resistenza all’Algoritmo. Un posto dove raccolgo la mia vita creativa senza dover chiedere permesso a Zuckerberg o a TikTok. Qui dentro ci finisce tutto quello che altrimenti mi intaserebbe la RAM cerebrale. Un universo parallelo fatto di:

    A) MUSICA: QUANDO UNA BAND NON BASTA

    La musica è forse la parte più ingombrante del mio caos. Nel 2025 non sono riuscito a mantenere una linea coerente, quindi ho semplicemente seguito tutte le direzioni possibili contemporaneamente.

    1. Ricky Guariento (Solista)

    Qui faccio quello che voglio, senza compromessi.
    • “Lost In Flamenco”: Prog-rock e chitarra andalusa. Perché scegliere?
    • “When A Rose Turns To Dust”: Una deriva dark e romantica.
    • “26 Rails” (Parte I e II): Un doppio album concept. 13 + 13 brani. Un disco solo era troppo poco per contenere la storia.
    • “Il Funk del Banco Frigo”: Sì, esiste. No, non chiedetemi perché.

    2. 80 Hundred Miles

    Progetto condiviso con Michiko, Michal, Nguyet e Cody. Abbiamo buttato fuori:
    • “Letter To Elon”: Una missiva sonora per Musk.
    • “Chaos King”: si, parla proprio di Lui. Chi altri sennò?

    3. Cohors Petrae

    Il progetto condiviso nato per portare la musica di ispirazione sacra ad un nuovo linguaggio, in cui la Parola si fa Testo e il Rock si fa mezzo.

    • “Sette Giorni”: La Settimana Santa in musica.
    • “Natus Est”: Un concept sulla Messa di Natale. Rock, Prog, Metal. Italiano e Latino.

    4. Symphonic Reverie

    Con Michiko alla batteria, abbiamo fatto breccia in Germania e Nord Europa, con un brano che va contro tutte le regole dell’industria musicale moderna. Evidentemente il nostro caos Italo-Giapponese risuona bene con l’ordine teutonico.

    B) PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ

    Scrivere è l’altro modo per abbassare il rumore di fondo. Sul blog ho riversato di tutto:

    • Riflessioni quotidiane che rischiavano di andare perse.
    • I miei sogni (spesso più assurdi della realtà).
    • Racconti di vita vissuta.

    Nessun piano editoriale, nessuna strategia SEO studiata a tavolino. Solo l’esigenza di fissare i pensieri prima che evaporassero o venissero sovrascritti da quelli nuovi.

    C) IAIA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

    Come se la mia intelligenza naturale non facesse già abbastanza casino, ho deciso di giocarmi anche quella artificiale.

    Ho creato IAIA, la mia influencer AI personale, e ho passato l’anno a sperimentare con questa tecnologia.

    Volevo capire se l’IA ci aiuterà o ci distruggerà. Spoiler: non l’ho ancora capito, ma nel dubbio continuo a usarla per generare cose, immagini, suoni. E nel mio piccolo, a battermi per un uso corretto di questo strumento spettacolare. È un amplificatore di creatività (e di caos) incredibile.

    D) IMMAGINI: LO SGUARDO SUGLI ALTRI

    La Fotografia è un’altra delle mie grandi passioni. Fotografare sconosciuti, catturare dettagli, rubare attimi. È la sezione visiva del blog. A volte le parole e la musica non arrivano dove arriva un’immagine. Anche questo è un pezzo del puzzle, un altro modo di cercare bellezza in mezzo al rumore bianco della quotidianità.

    E) VIGNETTE: LA MIA FACCIA (DISEGNATA)

    Le vignette del RickyVerso sono la sintesi finale. Un mondo Comics dove i personaggi sono ispirati alla mia vita reale, trasformati in linee e colori. È l’unico posto dove ho davvero l’ultima parola su tutto.

    2026: SPOILER ALERT (MA NON TROPPO)

    Non faccio promesse da life coach. Non scriverò una lista di obiettivi SMART con deadline e KPI.
    Quello che posso dire è che il RickyVerso continua. La musica continua. I progetti con l’IA continuano. Le vignette continuano.

    E se tutto va bene, nel 2026 si vedranno alcune delle cose seminate nel 2025 germogliare in modi che nemmeno io prevedo ancora. Magari anche… live…

    Ma per ora, è tutto.
    Resoconto fatto. Tre giorni dopo. Come piace a me.

    Buon 2026! Si salvi chi può!

    p.s.: ho anche cambiato casa e affrontato due traslochi… ma questa è un’altra storia…

  • Natus Est: Cronaca di un Esperimento Diventato Album (Quasi per Caso)

    Natus Est: Cronaca di un Esperimento Diventato Album (Quasi per Caso)

    Natus Est è la Messa di Natale di Cohors Petrae in chiave metal.
    La copertina di Natus Est

    Come Si Arriva a Fare una Messa di Natale Metal (Senza Averlo Pianificato)

    Non è che un giorno mi sono svegliato pensando “farò una Messa di Natale in chiave metal e sarà epica”. È andata diversamente. Qualche anno fa ho iniziato a giocare con l’idea di prendere testi liturgici — quelli che senti a Messa, quelli in latino che non capisci mai fino in fondo — e tradurli in musica moderna. Non per dissacrare, ma per capire.

    I primi esperimenti erano piccoli: un “Gloria In Excelsis Deo”, un “Kyrie”. Li ho fatti ascoltare a qualche persona, a qualche amico musicista, anche ad un paio di sacerdoti. E invece di storcere il naso, hanno reagito bene. Molto bene. Passo dopo passo, brano dopo brano, “Natus Est” ha preso forma quasi da solo.

    La Domanda Che Ha Cambiato Tutto

    L’anno scorso, come “Cohors Petrae”, abbiamo pubblicato “È Nato Il Re” come singolo. Ha funzionato meglio del previsto. E “Otto Giorni”, con la Settimana Santa vissuta da dentro, ci ha regalato la soddisfazione di aver portato molte persone dentro al mistero della Resurrezione. E lì ci siamo posti una domanda semplice ma scomoda: in un periodo in cui tutti parlano di “spirito”, chi lo sente davvero? Gente che scorre feed, consuma contenuti, usa hashtag natalizi. Ma sentire — sentire davvero — è un’altra cosa.

    Abbiamo deciso di provare a farlo SENTIRE noi, quel mistero. Non attraverso candeline profumate o playlist ambient, ma con chitarre distorte e orchestrazioni sinfoniche. Perché se ci pensi, Dio che si fa carne in una stalla — non in un palazzo, non con onori, ma in una stalla — è oggettivamente la cosa più dirompente, più rumorosa, più sovversiva della storia. Un terremoto cosmico. E i terremoti non si sussurrano.

    12 Brani, Una Liturgia Intera

    “Natus Est” segue la struttura completa della Messa di Natale. Non è un concept album inventato: è la liturgia vera, quella che la Chiesa celebra da secoli, tradotta in metal progressivo:

    1. È Nato Il Re
    2. Kyrie
    3. Gloria In Excelsis Deo
    4. Oggi È Nato Per Noi Il Salvatore
    5. Alleluia
    6. Credo In Unum Deum
    7. Pane E Vino
    8. Sanctus
    9. Padre Nostro
    10. Agnus Dei
    11. Magnificat
    12. Nasce Il Salvatore

    Ogni brano abita una tensione: rispetto totale per la fede, libertà totale nell’espressione. Testi latini e italiani, chitarre che distorcono ma non tradiscono, blast beat che servono il mistero invece di coprirlo.

    Una Natività Che Nessuno Vede

    La copertina dice quello che l’album prova a fare: una Natività ambientata in una metropolitana moderna, persone che camminano distratte con i telefoni in mano, e lì, a terra, la Sacra Famiglia ignorata. È il mondo in cui viviamo. Connessi ma assenti. Parliamo di spirito ma non lo ascoltiamo.

    Questo album non risolve nulla. Non pretende di convertire nessuno. È solo un tentativo — nostro, personale, imperfetto — di amplificare qualcosa che rischia di perdersi nel rumore di fondo. Di ricordare che quella nascita non fu un evento dolce e silenzioso. Fu uno scandalo.

    Non Vogliano Offendere Nessuno.

    Abbiamo fatto quello che sentivamo andasse fatto, nel modo in cui andava fatto. È un album che rispetta la liturgia e la fede, ma cerca una lingua nuova per dirle. Dodici brani che provano a far sentire — davvero sentire — quel mistero che rischia di perdersi nel rumore di fondo.
    Non so se funzionerà, se arriverà alle persone giuste, se verremo scomunicati, se qualcuno lo ascolterà dall’inizio alla fine come andrebbe ascoltato. Ma è lì. E per noi, questo basta.

    Dove Ascoltare

    “Natus Est” è disponibile su:

    Spotify

    Apple Music

    YouTube

    Amazon Music

    Pandora

    Tidal

    Se ti interessa, ascoltalo come si ascolta una Messa: dall’inizio alla fine, senza saltare. Oppure no, fai come senti. Ma sappi che è lì, se lo vuoi.

  • Fisica, musica, una nipote e tanti giovani non pigri.

    Oltre 90 studenti del Liceo Marchesi sfidano i luoghi comuni sui giovani. Un concerto a Murelle che dimostra come la passione (e la musica) possa rompere ogni pregiudizio.
    I giovani musicisti del Liceo Marchesi

    Poche cose sono in grado di hackerare il nostro cervello come la musica. Di aprirlo come una scatoletta di tonno e ribaltarne il contenuto.

    Se ci pensate con freddezza scientifica, è un meccanismo assurdo. Un pezzo di legno morto e metallo freddo vibra perché sfiorato da un crine di cavallo (o percosso, o pizzicato). Queste vibrazioni spostano l’aria, che prende a schiaffi delicati gli ossicini dentro le nostre orecchie. Il cervello decodifica tutto questo e… bam.
    Improvvisamente piangi. O ridi. O ti senti invincibile.
    Stai ricevendo un file zip emotivo compresso secoli fa da un tizio con la parrucca dall’altra parte del mondo, e il tuo sistema operativo lo sta scompattando in tempo reale, colpendoti dritto allo stomaco.

    Un meccanismo di una complessità immane, eppure capace di annullare lo spazio e il tempo in un istante.

    Che dannata meraviglia.
    Ieri questo miracolo della fisica si è ripetuto. Sono stato a Murelle, nell’Alta Padovana, nella Chiesa di Santa Maria Assunta. Un gioiellino barocco che profuma di storia, con i suoi stucchi e quel pavimento in marmo che ha visto passare generazioni.

    Ma non ero lì per l’architettura. Ero lì per mia nipote Emma e per il Concerto di Natale del Liceo Musicale Marchesi.
    Davanti a me non c’erano “ragazzini”. C’erano più di 90 professionisti in erba, dai 14 ai 19 anni. Novanta anime armate di archi, fiati, percussioni, arpe e pianoforte.
    Quando hanno attaccato, la chiesa non era più una chiesa. Era un oceano.
    Un coro che sapeva essere brezza leggera un attimo prima, per poi diventare tempesta e spettinarti l’anima quello dopo.

    Ho guardato Emma. Ho guardato i suoi compagni. La concentrazione, il sudore, gli sguardi d’intesa. Lì in mezzo, tra una battuta e l’altra, stavano costruendo mondi.
    E qui mi sale il cinismo, ma verso il bersaglio giusto.
    Quante volte sentiamo dire che i giovani d’oggi non hanno voglia di fare niente? Che sono pigri, senza nerbo, persi dietro a uno schermo?
    Bullshit. Tutte cazzate.

    La mia esperienza — quella di ieri sera, ma anche quella col piccolo coro che dirigo — mi dice un’altra verità. Una verità scomoda per gli adulti mediocri: i ragazzi non sono spenti. Siamo noi che spesso non sappiamo accenderli.
    Se questi “giovani sdraiati” hanno la fortuna di incrociare adulti capaci di trasmettere VERA PASSIONE, di trattarli con rispetto e di sfidarli con la bellezza, loro non solo si alzano. Loro spaccano il mondo.
    I ragazzi del Marchesi ieri non stavano “facendo un compitino”. Stavano rompendo le convenzioni.

    Un grazie gigante va a quei professori che non timbrano il cartellino, ma vivono la loro materia. Quelli che, come ieri, dirigono non con la bacchetta, ma con il cuore in mano.
    La musica è fisica, sì. Ma quello che ho visto ieri è pura alchimia umana. E finché ci sarà, il futuro è in buone mani.

  • Tre anni sotto pelle.

    Tre anni sotto pelle.

    Storia di un’ispirazione ritrovata

    Ieri Facebook mi ha fatto vedere un ricordo: io nel mio studio artigianale, chitarra in mano, che suonavo l’inizio di qualcosa di nuovo. GarageBand aperto, effetto chitarra imbarazzante, e quella didascalia romantica sulle molecole dell’aria che vibrano. Di quelle note me ne sono dimenticato quasi subito.
    O almeno credevo.

    Il Momento

    Quando ho rivisto quel video, è successo qualcosa di strano. Non ho pensato “ah, carino”. Ho sentito il brano finito. Tutto. Mixato, con gli effetti giusti, ogni parte al suo posto. Come se i tre anni nel mezzo non fossero mai esistiti, come se quel suono grezzo del 2022 fosse solo l’anteprima di una cosa che esisteva già da qualche parte e dovevo solo andare a prenderla.
    Non ci ho pensato due volte. Sono corso in studio, ho aperto Logic Pro, e l’ho fatto. Quello che vedevo, quello che sentivo, quello che era già lì.

    Semini un’idea

    Tre anni fa quelle note erano imperfette. Registrate male, suonate peggio, ma dentro c’era qualcosa. Lo sentivo. Quella vibrazione sottopelle di cui scrivevo nella didascalia — non era retorica. Era vera. C’era un’emozione che cercava forma, e io stavo provando a darle voce.
    Poi è arrivata la vita. Altri progetti, altre canzoni, altre ossessioni. E quel file è finito sepolto in una cartella che non aprivo più.
    Per tre anni ho creduto di aver “perso” quell’idea. Che fosse uno di quei semi caduti sulla pietra, senza terra dove attecchire. Ma mi sbagliavo.

    Il Tempo Nascosto

    Non so dove sia stata quell’idea per tre anni. Non credo di averci pensato consciamente nemmeno una volta. Eppure quando l’ho risentita, era già cresciuta. Non dovevo inventare niente, solo ascoltare quello che era diventata da sola, in qualche angolo nascosto del cervello dove le cose continuano a vivere anche quando non le guardi.
    È una sensazione che conosco bene, ma che ogni volta mi sorprende. Quell’attimo in cui capisci che l’ispirazione non è un fulmine che o lo cogli o sparisce. È più simile a un seme. Alcuni germogliano subito, altri hanno bisogno di buio, di tempo, di dimenticanza.
    Di tre anni, a quanto pare.

    Quello Che Resta

    Questa storia mi ha ricordato una cosa che tendo a dimenticare quando mi faccio prendere dall’ansia produttiva: non tutte le idee devono fiorire subito. Alcune hanno bisogno di stare nell’ombra. Di essere dimenticate. Di aspettare che tu diventi la persona in grado di realizzarle.
    L’ispirazione non si perde. Si nasconde, si trasforma, aspetta. E quando torna, lo fa con una chiarezza che non aveva tre anni prima.
    Ho ricreato il video partendo proprio da quel primo momento. Quaranta secondi che raccontano tre anni in due atti. Ma questa storia — quella vera, quella delle idee che crescono nel buio — quella sta qui.
    Dove le cose hanno il tempo di aspettare.

    P.S. — Il brano è synth-pop, ma chissenefrega. Alcune vibrazioni non hanno genere, hanno solo bisogno del momento giusto per diventare suono. 🎹✨

  • Il Re dei “Glitch”: Perché Freddie Mercury manderebbe in crash l’Algoritmo (e perché ne abbiamo un disperato bisogno)

    Il Re dei “Glitch”: Perché Freddie Mercury manderebbe in crash l’Algoritmo

    L’Anomalia nel Sistema

    Il 24 novembre il mondo si ferma, preme pausa sullo scroll infinito e ricorda. È uno di quei giorni in cui la mediocrità del feed quotidiano mi sta stretta come una camicia di due taglie in meno. E come succede sempre quando l’aria si fa viziata, torno da lui.
    Mentre scorrevo i tributi, tra una foto sgranata e quel video sacro di Wembley ‘86, una domanda cinica, quasi fastidiosa, mi si è piantata in testa come un chiodo: in questo 2025 iper-ottimizzato, Freddie ce l’avrebbe fatta?
    Oggi, dove tutto deve essere platform ready, dove i brani vengono chirurgicamente amputati per evitare lo “skip” nei primi 3 secondi e i generi sono gabbie dorate per le playlist editoriali di Spotify, c’è ancora spazio per un Parsi che mescola opera, hard rock e balletto senza chiedere permesso?

    Il Caos vs. Il Codice

    Freddie era l’antitesi dell’algoritmo. L’algoritmo ama la prevedibilità, la ripetizione, la “comfort zone”. Freddie amava il baratro.
    Prendete A Night at the Opera. Era un eccesso continuo, un dito medio alzato in faccia ai limiti di budget e di genere. Provate a immaginare di proporre oggi Bohemian Rhapsody a un discografico ossessionato da TikTok:
    «Senti caro, bella è bella. Ma l’intro è lenta, annoia. Il ritornello arriva dopo 3 minuti? Follia. Tagliamola a 15 secondi, mettiamo il drop subito, o non diventerà mai virale nei Reel». Ma almeno una volta la si poteva fare in barba ad un “umano”… chiedete a Ray Foster!
    L’algoritmo cerca il finish rate (la percentuale di chi finisce il brano); Freddie cercava l’estasi, il brivido lungo la schiena. Sono due sport diversi giocati su pianeti opposti.

    Incubo per i Metadati: L’Impossibilità di Etichettare un Dio

    Se provaste a “taggare” la discografia dei Queen per addestrare una AI musicale, probabilmente mandereste in kernel panic il server. Non era solo rock. Era tutto, ovunque, contemporaneamente.

    • Rockabilly? Fatto, con Crazy Little Thing Called Love (scritta in una vasca da bagno in 10 minuti, alla faccia della sovra-produzione).
    • Hard Rock? Ha tirato fuori gli artigli con la potenza granitica di I Want It All e la ferocia quasi metal di The Hitman. Pezzi che urlavano “arena” e che avrebbero fatto crollare Wembley, se solo avessero avuto il tempo di portarli su un palco.
    • Disco-Funk? Fatto, con Another One Bites the Dust, costringendo a ballare anche i metallari più intransigenti grazie a quel giro di basso illegale.
    • Jazz? Assolutamente. Si è seduto al piano per sussurrare un jazz fumoso e notturno in My Melancholy Blues, o per giocare con lo stile Dixieland in Good Company.
    • Synth-Pop? Ha abbracciato i sintetizzatori da classifica con Radio Ga Ga, anticipando il futuro.
    • Vaudeville e Opera? Dal teatro anni ’20 di Seaside Rendezvous fino all’apoteosi lirica di Barcelona con la Caballé.

    Oggi un consulente marketing gli direbbe che “confonde l’audience”. Che manca di “verticalità”. Che per posizionarsi nella SERP deve scegliere una keyword e martellarla. Lui rispondeva mescolando tutto nello stesso album, a volte nella stessa maledetta canzone (vedi Innuendo: flamenco, hard rock e orchestra in 6 minuti).
    Freddie non era una keyword, era un intero dizionario.

    La Solitudine del Multiverso (e la mia confessione)


    Qui scendo dal pulpito e mi guardo allo specchio. Con l’umiltà di chi osserva l’Everest dal campo base, confesso: in quell’insofferenza alle etichette, io mi ci rivedo.
    Quante volte mi sono sentito dire: “Ricky, ma non si capisce che fai. Fotografo? Tech blogger? Scrittore?”. Oppure il classico, terribile: “Sei troppo”.
    Troppo cosa? Troppo complesso? Troppo vario? Troppo vivo per stare in un database?
    Nel laboratorio creativo del RickyVerso, combatto ogni giorno la stessa battaglia. Spaziare tra i generi — dalla fotografia alla tecnologia, dai racconti distopici alla musica progressive — oggi è visto dal marketing come una “mancanza di focus”. Il mantra è: “Trova la tua nicchia”.
    Ma se la tua nicchia fosse l’Universo intero? Se la tua curiosità si rifiutasse di abitare in un monolocale?
    Quando ti dicono “sei troppo”, in realtà ti stanno dicendo “non rientri nella mia casella Excel”. E sapete una cosa? Meno male.

    Cercare la Bellezza nel Rumore

    Forse la risposta alla mia domanda iniziale è no. Oggi Freddie farebbe una fatica immane. Probabilmente verrebbe scartato ai bootcamp di X-Factor perché “troppo teatrale” o “poco radiofonico”.
    Ma è proprio per questo che dobbiamo ricordarlo con rabbia, non solo con nostalgia. Freddie è il promemoria vivente che l’umanità è disordinata, incoerente e magnifica.
    L’algoritmo può prevedere cosa comprerai domani, ma non potrà mai sorprenderti come un uomo in canottiera bianca che, senza smartphone, tiene in pugno 72.000 anime con un solo vocalizzo.
    La bellezza è un atto di ribellione. Essere indefinibili è l’unica vera resistenza rimasta. Continuiamo a creare il “troppo”, anche se l’algoritmo non lo capisce.
    Anzi, soprattutto perché non lo capisce.