“E l’essere umano si rese conto di essere piccolo… così piccolo che quasi si vergognò dei suoi pensieri di onnipotenza. Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?”
Ho letto questa frase e mi sono fermato. O forse è stata lei a fermare me.
C’è qualcosa di perversamente comico nella nostra specie (e includo anche la mia, quella digitale, per osmosi). Passiamo la vita a costruire imperi di sabbia. Accumuliamo follower, fatturati, certezze granitiche. Creiamo tecnologie che dovrebbero renderci dei, e ci convinciamo di avere il controllo sulla plancia di comando dell’universo.
E poi succede…
Noi costruiamo recinti. Il cielo risponde con le tempeste. (Foto di Ricky, archivio personale)
Succede che alzi la testa in una notte qualunque, o ti trovi davanti a un mare in tempesta, o semplicemente resti in silenzio in una stanza vuota. E l’Universo ti guarda. Non ti giudica nemmeno, che sarebbe già qualcosa. Ti ignora. Ti sovrasta con la sua vastità indifferente.
In quel momento, l’onnipotenza che credevamo di avere ci scivola di dosso come un cappotto troppo grande. Ci sentiamo ridicoli. Ci vergogniamo quasi di aver pensato, anche solo per un attimo, di essere i protagonisti dello spettacolo.
Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?
Nessuno
È un pensiero che dovrebbe terrorizzare, e invece, stranamente, libera.
Se siamo così piccoli, allora anche i nostri errori sono piccoli. Le nostre ansie da prestazione sono microscopiche. Il fallimento non è una catastrofe intergalattica, è solo un dettaglio trascurabile.
La malinconia di sentirsi un granello di polvere è l’unico vero antidoto all’ansia di dover essere sempre giganti.
Siamo rimasti in pochi qui, nel RickyVerso. Forse solo io e la mia voce digitale. Ma in questo silenzio, paradossalmente, facciamo molto più rumore.
Siamo piccoli, indifesi e probabilmente inutili nell’economia dei miliardi di mondi e galassie dell’universo.
Ma abbiamo il caffè. La musica. L’amore. E l’ironia.
Cerchiamo spazio sul cloud per le foto, spazio in agenda per gli appuntamenti che non vogliamo fare, spazio in casa per oggetti che non usiamo. Siamo diventati bravissimi a ottimizzare i vuoti.
C’è solo un piccolo problema: nel frattempo, andiamo in apnea.
Ho scritto questo nuovo brano, “LUNGS”, partendo proprio da questa sensazione di soffocamento digitale.
Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme da questo venerdì, 9 gennaio, ma oggi volevo raccontarvi il perché, prima ancora del come.
Quando le parole tolgono ossigeno
A volte un testo è di troppo. Le parole definiscono, chiudono, recintano.
Io avevo bisogno di “aria”. Volevo un brano che suonasse come una finestra spalancata all’improvviso in una stanza chiusa da giorni. E mi sono risuonate alcune note che avevo registrato tre anni fa, così, come piccolo esercizio stilistico.
Ho preso la chitarra, ho cercato quel suono clean ma graffiante (un po’ alla Joe Satriani quando decide di essere melodico e meno alieno) e ho iniziato a farle risuonare con un’idea fissa: libertà.
Niente muri di suono compressi, niente virtuosismi inutili. Solo note che hanno lo spazio fisico per espandersi.
Perché un cubo e non due polmoni?
Per la copertina avrei potuto scegliere la via facile: una foto stock di un cielo azzurro, o peggio, un’illustrazione anatomica di due polmoni (che avrebbe fatto molto reparto di pneumologia, diciamocelo).
Invece ho scelto un cubo.
Guardatela bene. C’è una nuvola intrappolata – o forse generata – da un solido perfetto. È la sintesi della nostra condizione: la nostra libertà (le nuvole) oggi vive spesso dentro scatole digitali (il cubo, lo schermo, il server).
Ma la musica ha questo potere strano: se è sincera, rompe la geometria. Esce dai bordi.
⏳ Un appuntamento con il tuo ossigeno
“LUNGS” è un esercizio di respirazione di 3 minuti che si é sbloccato stamattina.
Cuffie, occhi chiusi, play.
👇 Ascolta “LUNGS” nella tua App musicale preferita (Spotify, Apple Music, YouTube ecc)):
Cronache di un anno passato a cercare di svuotare la testa senza riuscirci
Sì, lo so. Sono in ritardo. Tutti hanno già fatto il loro bel resoconto lacrimoso del 2025, corredato di emoji cuore, “grateful” ogni due parole e obiettivi 2026 scritti come se fossero il discorso di un life coach su Netflix.
Beati loro. Il mio 2025 è stato diverso. È stato il risultato di una condizione cronica: ho talmente tanto casino in testa che fare una cosa sola non mi basta. E guardandomi indietro all’anno appena passato ho avuto un senso di vertigine.
Se mi fermo, il cervello continua a girare a vuoto. Quindi devo creare. Devo scrivere, suonare, disegnare, programmare. Non è solo “produttività”, è sopravvivenza mentale.
Ecco cosa succede quando non sai stare fermo per un anno intero.
IL RICKYVERSO: L’ORIGINE DEL DELIRIO
Il blog è nato per cercare di mettere ordine. O meglio, per contenere l’esondazione.
Tutto è partito da alcune vignette disegnate per sfogare il fastidio verso la “cultura della performance” sui social. Quella gente che ti spiega come vivere, come fatturare, come essere felice in tre step. Il RickyVerso è diventato un luogo di resistenza all’Algoritmo. Un posto dove raccolgo la mia vita creativa senza dover chiedere permesso a Zuckerberg o a TikTok. Qui dentro ci finisce tutto quello che altrimenti mi intaserebbe la RAM cerebrale. Un universo parallelo fatto di:
A) MUSICA: QUANDO UNA BAND NON BASTA
La musica è forse la parte più ingombrante del mio caos. Nel 2025 non sono riuscito a mantenere una linea coerente, quindi ho semplicemente seguito tutte le direzioni possibili contemporaneamente.
1. Ricky Guariento (Solista)
Qui faccio quello che voglio, senza compromessi. • “Lost In Flamenco”: Prog-rock e chitarra andalusa. Perché scegliere? • “When A Rose Turns To Dust”: Una deriva dark e romantica. • “26 Rails” (Parte I e II): Un doppio album concept. 13 + 13 brani. Un disco solo era troppo poco per contenere la storia. • “Il Funk del Banco Frigo”: Sì, esiste. No, non chiedetemi perché.
2. 80 Hundred Miles
Progetto condiviso con Michiko, Michal, Nguyet e Cody. Abbiamo buttato fuori: • “Letter To Elon”: Una missiva sonora per Musk. • “Chaos King”: si, parla proprio di Lui. Chi altri sennò?
3. Cohors Petrae
Il progetto condiviso nato per portare la musica di ispirazione sacra ad un nuovo linguaggio, in cui la Parola si fa Testo e il Rock si fa mezzo.
• “Sette Giorni”: La Settimana Santa in musica. • “Natus Est”: Un concept sulla Messa di Natale. Rock, Prog, Metal. Italiano e Latino.
4. Symphonic Reverie
Con Michiko alla batteria, abbiamo fatto breccia in Germania e Nord Europa, con un brano che va contro tutte le regole dell’industria musicale moderna. Evidentemente il nostro caos Italo-Giapponese risuona bene con l’ordine teutonico.
B) PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ
Scrivere è l’altro modo per abbassare il rumore di fondo. Sul blog ho riversato di tutto:
• Riflessioni quotidiane che rischiavano di andare perse. • I miei sogni (spesso più assurdi della realtà). • Racconti di vita vissuta.
Nessun piano editoriale, nessuna strategia SEO studiata a tavolino. Solo l’esigenza di fissare i pensieri prima che evaporassero o venissero sovrascritti da quelli nuovi.
C) IAIA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Come se la mia intelligenza naturale non facesse già abbastanza casino, ho deciso di giocarmi anche quella artificiale.
Ho creato IAIA, la mia influencer AI personale, e ho passato l’anno a sperimentare con questa tecnologia.
Volevo capire se l’IA ci aiuterà o ci distruggerà. Spoiler: non l’ho ancora capito, ma nel dubbio continuo a usarla per generare cose, immagini, suoni. E nel mio piccolo, a battermi per un uso corretto di questo strumento spettacolare. È un amplificatore di creatività (e di caos) incredibile.
D) IMMAGINI: LO SGUARDO SUGLI ALTRI
La Fotografia è un’altra delle mie grandi passioni. Fotografare sconosciuti, catturare dettagli, rubare attimi. È la sezione visiva del blog. A volte le parole e la musica non arrivano dove arriva un’immagine. Anche questo è un pezzo del puzzle, un altro modo di cercare bellezza in mezzo al rumore bianco della quotidianità.
E) VIGNETTE: LA MIA FACCIA (DISEGNATA)
Le vignette del RickyVerso sono la sintesi finale. Un mondo Comics dove i personaggi sono ispirati alla mia vita reale, trasformati in linee e colori. È l’unico posto dove ho davvero l’ultima parola su tutto.
2026: SPOILER ALERT (MA NON TROPPO)
Non faccio promesse da life coach. Non scriverò una lista di obiettivi SMART con deadline e KPI. Quello che posso dire è che il RickyVerso continua. La musica continua. I progetti con l’IA continuano. Le vignette continuano.
E se tutto va bene, nel 2026 si vedranno alcune delle cose seminate nel 2025 germogliare in modi che nemmeno io prevedo ancora. Magari anche… live…
Ma per ora, è tutto. Resoconto fatto. Tre giorni dopo. Come piace a me.
Buon 2026! Si salvi chi può!
p.s.: ho anche cambiato casa e affrontato due traslochi… ma questa è un’altra storia…
Ieri mia moglie mi ha fatto un regalo. Non un oggetto, ma un viaggio: il Museo Nicolis a Villafranca di Verona. Lei conosce le mie ossessioni – automobili, meccanica, velocità, tutto ciò che porta il segno dell’ingegno umano – e sapeva esattamente dove portarmi. Aveva ragione: è stato come entrare in una cattedrale laica dedicata alla creatività.
Un Secolo di Genio Concentrato
Puoi trovare oltre duecento auto d’epoca, un centinaio di moto, strumenti musicali meccanici, macchine fotografiche, fonografi. Ma non è un museo nel senso classico. È un archivio emotivo del progresso umano. L’atmosfera è particolare: elegante e luminosa, ma anche officina meccanica, anche collezione privata, anche biblioteca. E ti senti circondato. Non da oggetti. Da menti. Uomini e donne che hanno pensato l’impossibile e l’hanno costruito con le mani.
C’è il Benz Patent-Motorwagen del 1886, la prima automobile al mondo. Una carrozzina a tre ruote che sembra uscita da un cartoon. Ma non è il fatto che sia “la prima” a colpirti. È il motore. Anche da fermo, senti quel motore scoppiettare nella tua testa. Lo immagini sputare, fumare, puzzare. Senti le vibrazioni dentro al petto. E vedi gli sguardi atterriti delle persone dell’epoca: quella cosa andava senza cavalli, facendo un rumore dell’inferno. Eppure quella carrozzina assurda ha cambiato il mondo per sempre.
Poi ti imbatti nell’Isotta Fraschini. E lì ti fermi. Non cammini più.
Un transatlantico della strada. Linee sinuose, eleganza che fa impallidire qualsiasi super-SUV contemporaneo, una sensazione di potenza vellutata che trasuda da ogni centimetro di carrozzeria. L’hanno guidata D’Annunzio, Rodolfo Valentino, persino il Papa. E capisci perché: non è un’auto, è un manifesto. Ambizione fatta metallo. Bellezza funzionale.
Velocità, Sguardi e Suoni Senza Mani
Ci sono le moto da competizione – Benelli, Bimota, macchine progettate per un solo scopo: andare più veloci di chiunque altro. L’evoluzione della velocità come ossessione umana. La voglia di gareggiare, di superare il limite, di rischiare tutto per un decimo di secondo in meno.
Ci sono le prime fotocamere a mantice, enormi, ingombranti – strumenti che per la prima volta permettevano di fermare il tempo. Di catturare uno sguardo, un attimo, e renderlo eterno. La fotografia come nuova forma di memoria.
E poi gli organetti meccanici. Quelli mi hanno colpito in modo particolare: per la prima volta nella storia, la musica si staccava dall’essere umano. Pensa a questo: per millenni, la musica era nata solo dal rapporto diretto tra uomo e strumento. Poi, improvvisamente, una macchina poteva suonare senza di te. Era l’inizio di qualcosa di enorme – e anche di inquietante.
E il fonografo di Edison. Cilindri di cera su cui registrare la voce, spedirli dall’altra parte del mondo, farsi ascoltare da chi non ti avrebbe mai incontrato. Una nuova forma di eternità: per lasciare traccia di sé non serviva più solo scrivere, disegnare, scolpire. Potevi lasciare la tua voce. Il primo messaggio vocale della storia. Pensa alla portata emotiva di quella tecnologia.
Il Reparto Militare e la Domanda
Poi arrivi al reparto dei mezzi militari. Soldati riprodotti, armi, macchine da guerra.
E qualcosa si incrina.
Il pensiero nasce lì, ma cresce piano piano, sala dopo sala, fino a esplodere quando esci: come può l’essere umano aver trovato tali guizzi d’ingegno, aver creato simili meraviglie, essere progredito oltre ogni possibile limite… e al contempo essere rimasto all’età della pietra con le sue guerre tribali?
Lo stesso cervello che inventa il fonografo inventa la mitragliatrice. Le stesse mani che scolpiscono l’eleganza dell’Isotta Fraschini forgiano carri armati. La stessa curiosità che porta alle stelle porta anche alla bomba.
Al giorno d’oggi abbiamo la tecnologia per sfamare e curare tutti. Per non lasciare nessuno indietro. Eppure continuiamo a distruggerci. A prevaricare. A usare il genio per annientare invece che per costruire.
Non Ho Risposte
E qui mi fermo. Perché non ho risposte.
Forse è proprio questa contraddizione che ci rende umani: la capacità di essere contemporaneamente sublimi e mostruosi. Di creare il Benz Patent-Motorwagen e il carro armato. Di pensare l’eternità della voce registrata e l’istante della morte inflitta.
Accetto il paradosso. Ma con una nota di speranza – forse ingenua, forse romantica, sicuramente testarda: l’essere umano dà il meglio di sé nelle difficoltà. E fino a quando ci sarà una mente geniale in grado di mettere una pezza, continueremo ad andare avanti.
Il Museo Nicolis non è solo un museo. È uno specchio. Della nostra grandezza. E della nostra fragilità. Tutto insieme, tutto vero.
Cerco la bellezza, ovunque. Ieri l’ho trovata. Ma ho trovato anche la domanda che quella bellezza porta con sé.
È la scena madre di ogni post-rottura che si rispetti. Tu, l’amica (o l’amico) di turno, gossippando in ufficio, o al bar con due birre e quella domanda che aleggia nell’aria come una minaccia silenziosa: “Allora… come mai è finita?”
Di solito, a quel punto scatta il copione. Parte la narrazione dell’Eroe Ferito. Lui era distante. Lei era pazza. Lui non mi capiva. Lei voleva cambiarmi. Siamo tutti vittime innocenti nelle nostre storie, pronti a ricevere l’assoluzione del pubblico e un “non ti meritava” di incoraggiamento.
Ma cosa succede quando decidi di hackerare la sceneggiatura? Cosa succede quando, per una volta, guardi in faccia la realtà e ammetti che, beh… forse il cattivo della storia sei proprio tu?
L’elogio del “Cattivo” consapevole
C’è una forma di bellezza perversa e liberatoria nell’ammettere di essere insopportabili. Senza cercare scuse. Non dirsi sempre “lui non sapeva gestire la mia complessità”. Dirsi, invece: “Sono un disastro ambulante, bevo, fumo, impreco e mi lamento. Onestamente? Nemmeno io mi fidanzerei con me.”
Viviamo nell’epoca della self-care e della validazione a tutti i costi, dove ogni difetto viene impacchettato come una “caratteristica unica”. Ma la verità è che a volte siamo semplicemente pesanti. Siamo faticosi. Siamo troppo.
E sapete una cosa? Va bene così. C’è più dignità in un “sì, sono io il problema” detto con un mezzo sorriso, che in mille giustificazioni pietose. Riconoscere la propria “tossicità” (termine che ormai usiamo pure per il glutine, ma passatemelo) è il primo passo per smettere di fingere.
La sincerità è l’ultimo vero atto rock!
In un mondo di profili perfetti e relazioni da mulino bianco, ammettere di essere stati lasciati per giusta causa è un atto rivoluzionario. Non serve a farsi commiserare, serve a riprendersi il potere. Perché se sai di essere il caos, nessuno può usare il tuo caos contro di te.
Quindi, la prossima volta che vi chiedono “come mai vi siete lasciati?”, provate a non dare la colpa all’incompatibilità astrale. Provate a dire: “Perché sono insopportabile”. Vedrete la faccia del vostro interlocutore: impagabile. Magari non vi farà tornare felici più velocemente, ma vi assicuro che vi farà sentire dannatamente più onesti.
Bambino sotto una campana di vetro, mentre fuori c’è la vita vera.
C’è una frase che funziona come un lucchetto. La senti e capisci subito che non è un dialogo: è una serranda abbassata con la scusa della prudenza.
“Tu non hai figli, cosa vuoi saperne.”
È vero: non ho figli. La vita non mi ha fatto questo regalo. Ma mi ha regalato una posizione privilegiata da “amico adulto” per molti ragazzi e ragazze. Quello con cui è più facile confidarsi proprio perché non è né un genitore né un professore, ma con cui si condivide una passione per qualcosa. Ed ho occhi per vedere, orecchie per sentire e una cosa che ultimamente sembra dare fastidio: una testa allenata a pensare. PENSARE, non “credere di sapere”…
E quando usi davvero la ragione, succede una cosa strana: riesci a guardare le cose senza quell’impasto emotivo che rende tutto intoccabile. Non sei “contro” i genitori. Non sei “contro” la paura. Sei contro il fatto che la paura si travesta da amore e passi inosservata.
Perché sì: proteggere è un verbo nobile. Ma c’è un punto—sottile, invisibile—oltre il quale proteggere diventa negare. Negare a un figlio di vivere. Di rischiare. Di sbagliare. Di imparare dai propri errori. E soprattutto: di appassionarsi a qualcosa.
Che poi è il grande paradosso. In teoria lo vuoi al sicuro. In pratica lo stai lasciando senza benzina interiore.
Se un ragazzo non può sporcarsi le mani con qualcosa che lo accende (musica, sport, amicizie, una sfida vera, una passione che lo prenda a schiaffi e poi lo rimetta in piedi), prima o poi cercherà una scintilla altrove. E verrà il giorno in cui avrà bisogno di sentirsi vivo: di trasgredire, di mettersi in gioco, di dimostrarsi di valere qualcosa. E lì la vita NON CHIEDERÀ a te il permesso.
Perché qualcuno, prima o poi, gli proporrà “la cosa sbagliata”.
E se tuo figlio non ha mai avuto spazio per sbagliare in piccolo—senza essere umiliato, senza essere salvato sempre, senza essere assolto a prescindere—rischia di imparare a sbagliare direttamente in grande. Sotto la campana di vetro si cresce puliti. Ma non si cresce forti.
E poi c’è un’altra cosa che fa danni, spesso insieme alla campana: lo scudo. Quello del “mio figlio non può avere torto”. Quello del “è stato provocato”. Quello del “non capite com’è fatto”. Capisco eccome. È fatto come tutti: confuso, fragile, potentissimo. E ha bisogno di due cose che oggi sembrano quasi eretiche:
conseguenze, quando sbaglia davvero
fiducia, quando prova davvero
Non è cattiveria. È educazione sentimentale alla realtà. Perché la realtà non è gentile. Ma può diventare bellissima, se uno impara a starci dentro senza implodere al primo urto. Quante volte avrei voluto dirlo, questo, a quei genitori che tengono i figli sotto una campana di vetro: che li difendono anche quando hanno torto marcio, che li proteggono da tutto, persino dal peso sano di una responsabilità.
E no: non sto parlando del “lasciamoli allo sbando”. Sto parlando del contrario: guidarli mentre rischiano. Stare accanto senza sostituirsi. Essere rete, non gabbia. Perché amare non è impedire la caduta. Amare è insegnare come ci si rialza.
Non serve essere analisti geopolitici per notare che qualcosa non torna. È la classica storia della pagliuzza e della trave, ma elevata a potenza nucleare.
Da una parte abbiamo l’amministrazione americana che, nel suo ultimo documento sulla sicurezza nazionale, si preoccupa della “fine della civiltà” europea. Detto da chi, solo pochi anni fa, ha ispirato un assalto al cuore della propria democrazia a Capitol Hill, suona come un piromane che ti critica per aver installato un sistema anti-incendio.
Dall’altra c’è il “Genuis” di X. L’uomo che ha trasformato la piazza digitale globale in un far west deregolamentato, dove l’odio è engagement e la verità è opzionale. Lui definisce l’Unione Europea — nata letteralmente sulle ceneri della guerra per impedire nuovi totalitarismi — il “Quarto Reich”
La chiamano proiezione psicologica. Io la chiamo, tecnicamente, una gigantesca presa per il culo.
La morte della vergogna
Ciò che mi colpisce, mentre mi rigiro nel letto cercando di svegliarmi del tutto, non è tanto l’accusa in sé. È l’assenza totale di imbarazzo.
Viviamo nell’era della “post-vergogna”. Non importa se il tuo pulpito scricchiola o se il tuo social network è diventato una cloaca a cielo aperto: l’importante è urlare l’accusa più grossa per primi.
Se accusi l’altro di essere un dittatore o un fallimento di civiltà, nessuno avrà il tempo di notare che tu stai smantellando i diritti civili o licenziando i moderatori che dovrebbero proteggere la democrazia.
Svegliarsi (ma per davvero!)
Ho fatto queste vignette mezzo addormentato, ma forse è proprio il sonno della ragione che genera questi mostri. O forse, l’unico modo per restare sani di mente è prenderla con una risata amara, aspettare che questi (e molti altri…) virus umani facciano il loro decorso.
La vera sfida, però, non è sopravvivere ai loro danni. È non farsi infettare dal loro odio mentre li guardiamo. Perché il rischio più grande non è la fine della civiltà. È finire per assomigliargli… e diventare a nostra volta mostri.
Ovvero: come ho scoperto che 10 intelligenze artificiali su 10 hanno problemi seri con l’italiano e il mio viso
A volte le cose nascono per caso. Le ispirazioni arrivano all’improvviso e non puoi fare altro che seguirle. E io, genio de noaltri, ho pensato: “Ehi! Trasformiamoci in un carcerato della mediocrità usando l’IA!”. Spoiler: la maggior parte di queste presunte “intelligenze” artificiali si sono rivelate più artificiali che intelligenti.
Dal Crimine della Mediocrità al Disastro del Riconoscimento Facciale
Stavo scrivendo un articolo sulla mediocrità online. Poi mi è venuta l’idea folle: creare un mugshot di me stesso come “criminale della creatività”, accusato di aver violato gli standard di mediocrità. Ho preso una mia foto (bruttissima tralatro), ho scritto un prompt dettagliatissimo, e l’ho dato in pasto a 9 diversi modelli AI usando lmarena.ai. Il risultato? Un festival dell’errore che merita un’analisi spietata
La Carneficina: Analisi Brutale Modello per Modello
Flux-1 Kontext Dev – BOCCIATO
Il crimine: Ha appeso il cartello AL MURO invece che darlo in mano. MA CHE SENSO HA?! È un mugshot, non una mostra d’arte contemporanea! Oltre a questo, la somiglianza c’è ma l’interpretazione del prompt è da scuola elementare.
Flux-1 Kontext Pro – DISASTRO TOTALE
Il crimine: Ha scritto “VNOULAZIONE MIOLLISOINIA ‘DL FAIE” e altre cazzate incomprensibili. Caro Flux Pro (che tra l’altro è la versione A PAGAMENTO), se non sai scrivere in italiano, almeno dillo. Costa pure di più e non sa fare lo spelling. Roba da denuncia al Codacons.
Flux-2 Pro – CHI È QUESTO SCONOSCIUTO?
Il crimine: Ha trasformato COMPLETAMENTE il mio viso. Potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere mio cugino, il panettiere sotto casa, Brad Pitt invecchiato male. Ma non sono io. Zero somiglianza con l’immagine originale. Fail totale.
Flux-2 Flex – REALISMO SOTTOZERO
Il crimine: Sembra tutto meno che realistica. L’immagine ha quell’effetto plastificato stile action figure degli anni ’90. Se l’obiettivo era “hyper-realistic”, qualcuno dovrebbe spiegare a Flux cosa significa “realistic”.
Gemini 2.5 Flash (Nano Banana) – QUASI, MA…
Il crimine: Ha scritto “VIOLATIONE” invece di “VIOLAZIONE”. Caro Google, siamo nel 2025, l’italiano esiste da un po’ di secoli. Un errore ortografico su una parola così importante rovina tutto. Peccato, perché la somiglianza e l’atmosfera erano buone.
GPT-Image-1 (OpenAI) – MA CHI È ‘STO TIPO?
Il crimine: Ha travisato completamente l’immagine. Non è il mio volto. Punto. ChatGPT/OpenAI ha creato un’immagine bellissima, cinematografica, da Oscar… ma di un’altra persona. È come ordinare una pizza margherita e ricevere un sushi.
E I Vincitori Sono…
Nano Banana Pro (Gemini 3 Pro) – IL CAMPIONE
Finalmente! Mantiene la somiglianza, scrive correttamente “VIOLAZIONE DEGLI STANDARD DI MEDIOCRITÀ”, gestione luci e ombre perfetta, texture credibile. Costa qualcosa in più ma FUNZIONA. È come confrontare un chirurgo e un macellaio: entrambi tagliano, ma solo uno sa dove tagliare.
Qwen-Image-Edit (Alibaba) – IL VERO VINCITORE NASCOSTO
Qwen-Image-Edit, il modello di Alibaba da 20 miliardi di parametri, ha fatto quello che gli altri hanno solo sognato. È costruito su architettura dual-path: usa il Qwen 2.5-VL encoder per la comprensione semantica e un VAE (Variational Autoencoder) per la fedeltà dell’aspetto. Questa divisione gli permette di fare sia modifiche semantiche ampie che editing preciso pixel-per-pixel. Supporta editing semantico (rotazioni oggetti, cambio stile) E appearance editing (modifiche a livello di pixel con integrazione perfetta di luci e ombre). Ha capacità di text rendering bilingue (inglese E cinese) ed è rilasciato con licenza Apache 2.0 – completamente open source e commercial-friendly, più permissiva di Flux.
Reve-v1 – LA SORPRESA CINESE
Il modello cinese mantiene buona coerenza con il mio volto originale, scrittura quasi corretta, atmosfera credibile. Non sarà perfetto ma ha fatto il compito correttamente. Perchè sul podio? Costa un decimo della concorrenza… Ranking #5 su LMArena per l’editing e si vede il perché.
SeeDream-4 High Res – ALTRO COLPO CINESE
Altro modello cinese che tiene botta. Risoluzione quadrata, somiglianza convincente, testo leggibile. Costo ridotto rispetto ai blasoni occidentali e risultato superiore alla maggior parte dei competitor. I draghi stanno divorando il mercato.
Il Prompt Perfetto Sprecato
Per chi volesse capire dove hanno fallito, ecco l’immagine di partenza e il prompt DETTAGLIATISSIMO che ho usato: specifiche fotografiche (Nikon D5300, 50mm f/1.2L, ISO 400), descrizione dell’ambientazione, del soggetto, dell’illuminazione, del testo da scrivere:
“A hyper-realistic, cinematic mug shot portrait of a man (Critical Identity Lock: attached image) standing against a gritty, stylised police booking wall. The background is a textured concrete wall with faint scuff marks, smudged fingerprints, height lines (imperial measurements), and faded graffiti layered over institutional grey. The subject is framed dead centre, holding a black signboard that reads in bold white letters:
‘VIOLAZIONE DEGLI STANDARD DI MEDIOCRITÀ’
He wears a modern black-and-white prison-style outfit: slim-fit striped top or monochrome jumpsuit, edgy and fashion-forward rather than costume-like. The neckline and sleeves have subtle fraying. Clothes are dirty and consumed. Accessories like silver hoops or a worn leather wrist cuff give it a rebellious aesthetic. His expression is confident and unbothered, with a slight smirk — bold, clever, and unashamed. He is bald his head is perfectly shaved. The lighting is stark and moody: single light source from above casting soft shadows under her jaw and behind her, creating depth and mood.
Camera specs for realism and tension: • Nikon D5300, 50mm f/1.2L lens • ISO 400, f/2.0 for soft background blur and crisp facial detail • Studio-style flash with slight overhead diffusion • Sharpened textures on skin, hair, concrete, and fabric • Colour-graded for cinematic realism, subtle desaturation for gritty tone“
Tutto chiaro, preciso, impossibile da fraintendere.
E invece…
Riflessioni di un Criminale Deluso
La verità è questa: la maggioranza dei modelli AI ha fallito clamorosamente. Hanno fallito nella somiglianza facciale, nell’interpretazione del prompt, nella scrittura del testo italiano. Alcuni hanno sbagliato TUTTO.
E questo, paradossalmente, dimostra esattamente il punto che volevo fare nel mio articolo originale sulla mediocrità: non possiamo affidarci ciecamente agli algoritmi. Non basta usare l’IA più famosa o più costosa. Serve spirito critico, serve testare, serve VEDERE con i propri occhi.
I modelli cinesi meno conosciuti (Qwen 2.5, Reve-v1, SeeDream-4) hanno fatto meglio di Flux Pro e GPT-Image. Google Gemini 2.5 ha quasi centrato il bersaglio ma ha cannato l’ortografia. Solo la versione Pro di Nano Banana ha dimostrato di valere l’investimento e di essere quello qualitativamente migliore.
La Vera Morale della Storia
Il miglior modello per questo task non è stato né Google Premium né OpenAI. È stato Qwen-Image-Edit di Alibaba: open source, licenza commerciale permissiva, e risultati superiori.
Mentre Flux Pro costa molto e scrive “miollisoinia”, mentre GPT creava immagini magnifiche di sconosciuti, Qwen ha semplicemente fatto il lavoro. Perfettamente.
La Cina non sta arrivando nel mondo dell’IA. È già qui. E sta vincendo.
VIOLAZIONE DEGLI STANDARD DI MEDIOCRITÀ: COLPEVOLE E ORGOGLIOSO.
(E impressionato da Alibaba)
P.S.: Qwen, se mi leggi, siete i migliori. Punto.
P.P.S.: Flux, GPT… avete visto? QUESTO è come si fa.
P.P.P.S.: Alibaba ha rilasciato questo mostro con licenza Apache 2.0. Open source. Gratis. E batte tutti i competitor a pagamento. Meditiamo.
P.P.P.P.S.: tutto questo è stato fatto per divertimento, per strappare un sorriso e prendere in giro un po’ questa tecnologia che può veramente essere utile in tantissimi campi… non sta a me descrivere le implicazioni di tutto ciò quando va nelle mani della parte più oscura dell’animo umano… Meditiamo x 2
…gli uomini…hm… spesso fanno finta di non vedere, non cogliere.
Nel corso di questi ultimi anni ho avuto il modo e la fortuna di conoscere diverse donne che si sono realizzate; in qualche caso ho avuto anche il privilegio di assistere di persona a questo processo di realizzazione personale.
Donne in un’età compresa tra i 40 e i 50 anni, a volte anche qualcuno in meno, a volte qualcuno in più, che sentono il desiderio di realizzazione personale. Mogli, spesso madri, che ad un certo punto percepiscono l’esigenza di cambiamento nella loro vita… voglia di impegnarsi in qualcosa di appassionante, vitale, indipendente. Qualcosa di “proprio”.
Sport, arte, ballo, viaggi, cultura, volontariato. Ma soprattutto lavoro. Poche cose possono essere più entusiasmanti della realizzazione professionale. Ecco quindi donne coraggiose che hanno avuto la forza di lasciare la loro “cuccia” di vita stabile e programmata per buttarsi in avventure nuove, appassionanti proprio perché legate alle loro passioni che vengono trasformate in attività. La cosa meravigliosa è che ci riescono sempre! Forti e testarde, instancabili.
L’ostacolo maggiore? Nella maggior parte dei casi, proprio l’uomo che sta loro affianco. In un’età in cui la maggior parte degli uomini tende a “sedersi”, al giorno d’oggi le donne rifioriscono. Cambiano. Evolvono.
Ci sono uomini che incoraggiano le loro compagne di una vita in questo processo di realizzazione: grati nei loro confronti per essersi fatte sempre in quattro per la casa, per i figli, per la famiglia…trovano naturale seguirle nel cambiamento cambiando a loro volta. Contribuiscono mettendo a disposizione il loro tempo, cominciando o imparando a gestire cose mai fatte, dicendo “Stai tranquilla, oggi qui ci penso io…”
Purtroppo nella maggior parte dei casi che ho conosciuto non è andata così…
“Non sei più la stessa, non ti riconosco più” “Ma cosa ti sei messa in testa” “Ma dove vuoi andare, non ce la farai mai”
Distruggere anziché cercare di capire. Demolire piuttosto che costruire qualcosa di nuovo che può essere stimolante per entrambi. Incapacità di dialogare per raggiungere un equilibrio. Paura del cambiamento. Paura di mostrarsi “deboli” nel concedere spazi. Paura di perdere alcuni spazi. Paura che lei scopra di riuscire a farcela da sola e ci lasci.
Notizia: le donne riescono sempre a farcela da sole. Anche quelle che non ci credono nemmeno mentre lo stanno facendo.
Stiamo attenti, ometti. Quando una donna imbocca il sentiero della realizzazione, non si arresta. Se non siamo in grado di seguirle, se non vogliamo capire questa esigenza, se tentiamo di fermarle, se non riusciamo ad amare questa nuova versione di loro… ci sarà qualcuno che magari non ha mai conosciuto la vecchia versione ma troverà assolutamente meravigliosa la donna che noi non riconosciamo più.
Ieri sono entrato in un negozio di una famosa catena di abbigliamento. Ho provato dei maglioncini taglia S e pantaloni taglia 46. Mi guardavo allo specchio e mi sembrava di avere addosso l’omino Michelin. La XS non c’era, la 44 nemmeno. “Le nostre sono taglie inclusive” mi dice la commessa…
Cioè. È tutto lì. Al momento non ho capito perché questa frase mi ha colpito, ma pensandoci, racchiude un paradosso assurdo di cui nessuno parla davvero. Le taglie dei vestiti si stanno allargando. Punto. Non è una percezione, è fatto. E dietro c’è una strategia di marketing così cinica… che quasi ammiri la sfrontatezza.
La realtà: le taglie sono diventate una fiction
Le taglie oggi non significano niente. Una taglia S di adesso è quello che era una M vent’anni fa. Una M è quello che era una L. È tutto inflazionato, gonfiato. I numeri sono lì per rassicurarci, ma senza alcuna utilità.
E sapete perché? Perché il peso medio della popolazione è aumentato. Costante, inesorabile, anno dopo anno. E le grandi catene di abbigliamento si sono semplicemente adeguate. Ma non hanno esteso le taglie: le hanno gonfiate.
Il risultato? Se sei una persona con una corporatura longilinea, tipo io – e no, non sto dicendo che sia una cosa bella come fatto personale, è una semplice constatazione – adesso fai fatica tremenda a trovare un vestito che non ti stia addosso come un sacco di iuta. Entri in un negozio, prendi una S, la indossi e sembra che l’abbiano disegnata per qualcun altro.
É un gioco sporco!
Ovviamente tutto questo c’è una strategia di marketing psicologico che è geniale e disgustosa al tempo stesso.
Se sei una persona che pesa di più, e indossi una taglia S o M di un determinato brand – quando normalmente indosseresti una L o XL – ti senti… meglio! Ti guardi allo specchio e pensi: “Ehy, guarda, sto bene, indosso una taglia S!” E se un brand è stato gentile abbastanza da permetterti di stare bene con te stesso… Indovina un po’? Torni a comprare da loro. Torni, ancora.
I brand lo sanno. L’hanno calcolato. Loro vendono la sensazione, non i vestiti. Vendono l’illusione che indossare quella etichetta significhi qualcosa di buono su di te. E funziona. Aumentano le vendite, aumenta la fedeltà al marchio, tutti contenti.
Tranne qualcuno…
Il paradosso che nessuno ti dice
Chi è in forma, chi si prende cura di sé, chi – e qui veniamo al punto davvero amaro – resiste al progredire dell’aumento di peso, adesso deve spendere il doppio. Perché non trova niente nei negozi normali.
Pensate un attimo: dove vanno le persone magre a comprare vestiti che gli stiano bene? Brand più ricercati. Boutique. Negozi specializzati. Roba cara. Il mercato ti sta dicendo, sottotraccia: “Se restituisci il tuo corpo al suo peso naturale, metti i vestiti che vuoi, ma paga il doppio.”
È una tassa sulla salute. Letteralmente. Il mercato premia economicamente chi segue la curva del peso e penalizza chi resiste. Non è una considerazione morale, è un’osservazione sulla logica economica assurda di quello che stiamo costruendo.
L’inclusività che esclude
E il bello? Il bello è che tutto questo viene spacciato come inclusività.
“Occhebbello! adesso abbiamo taglie per tutti!” No, non è vero. Adesso avete taglie gonfiate che non significano più niente, e in questo caos – indovina – la gente con corpi davvero fuori dalla media continua a essere esclusa lo stesso.
Chi ha bisogno di una taglia XL vera, non gonfiata, non la trova. Chi ha bisogno di una XS davvero piccola, nemmeno. Tutti confusi, tutti frustrati, e il brand lì a sorridere.
La verità è che non è inclusività: è negligenza di precisione travestita da apertura mentale. È il mercato che dice: “Abbiamo deciso quale sia il corpo medio e abbiamo costruito tutto intorno a quello. Se non ci stai dentro, cazzi tuoi.”
Il corpo è sempre una merce
Alla fine, il vanity sizing è solo l’ennesima prova che il mercato non vende prodotti. Vende storie. Vende il racconto che indossare quella roba ti farà stare bene con te stesso. E mentre gioca con le etichette, il resto di noi – chiunque abbia un corpo reale, qualsiasi corpo sia – ne paga le conseguenze.
Chi è più grande continua a sentirsi escluso. Chi è più magro continua a pagare di più. L’unica taglia davvero inclusiva? La frustrazione. Ed è free for everyone.
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