Alle Griglie della Bettola Ranch, Fiera del Folpo 2025. Prima della bronchite, durante il cuore pieno
Sei giorni alle Griglie della Bettola Ranch di Noventa Padovana. Solo oggi, dopo 24 ore di blackout totale, riesco a mettere in fila i pensieri su cosa significa davvero condividere qualcosa di vero
La Fiera del Folpo ( https://fieradelfolpo.it) è finita l’altro ieri. Ieri non esistevo: troppo sonno arretrato, troppa bronchite, troppo lavoro “ufficiale” da recuperare. Solo stamattina, con un barlume di lucidità mentale che si fa strada in una testa piena di raffreddore, riesco a scrivere. Riesco a dare un senso a questi sei giorni che mi hanno lasciato in eredità almeno venti ore di sonno da recuperare, una voce praticamente inesistente e un corpo che protesta ad ogni movimento.
Eppure eccomi qui, con il cuore enormemente pieno.
Mettiamo le cose in chiaro: sei giorni filati alla Fiera del Folpo di Noventa Padovana, quattro dei quali dalle 8:30 del mattino fino a notte fonda, alle Griglie della Bettola Ranch. E mentre scrivo sono afono, con una tosse da fumatore pentito e occhiaie che potrebbero ospitare un piccolo accampamento.
Ma c’è una cosa che nessun antibiotico può curare e nessun sonno arretrato può scalfire: quella sensazione di pienezza che ti ritrovi dentro quando vivi qualcosa di vero.
Perché quei sei giorni non si misurano in ore perse o in decibel di voce scomparsi. Si misurano in altro. In quelle conversazioni riprese esattamente dove le avevi lasciate dodici mesi prima, con persone che vedi solo durante la Fiera ma con cui il filo non si spezza mai. Nessun “come stai?”, nessun riassunto delle puntate precedenti. “Allora, dicevi che…?” E sei di nuovo dentro, come se fossero passati sei minuti e non un anno intero.
Si misurano nel trovarti in mezzo a decine di volontari che donano—uso questo verbo consapevolmente—il loro tempo, le loro energie, il loro sudore. Gratuitamente. Non per una busta paga, non per un ritorno economico personale (tutto il ricavato viene destinato alle attività parrocchiali, in particolar modo quelle dedicate ai giovani) ma per un interesse comune che ha a che fare con l’appartenenza, con il costruire qualcosa insieme, con il sentirsi parte di un organismo vivo che respira tradizione, braci e comunità, quella della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo.
È quella sensazione straniante e bellissima di lavorare fianco a fianco con persone che non chiedono nulla in cambio. Che sono lì perché sì, perché quello che si costruisce insieme vale più di qualsiasi compenso. Perché l’interesse comune non sta scritto su un contratto, ma negli sguardi, nelle pacche sulle spalle, nel caffè condiviso a mezzanotte quando sei in piedi da sedici ore.
Ma c’è una cosa che vale più di tutto il resto, più della stanchezza e della bronchite messe insieme: i giovani.
In un’epoca in cui il ritornello dominante è sempre lo stesso—”i giovani non hanno voglia di fare nulla”, “sono pigri”, “vivono attaccati al telefono”—noi siamo la dimostrazione vivente che è tutto falso. O meglio: che dipende da cosa gli offri.
Perché se trasmetti passione vera, se mostri che quello che fai ha senso e valore, se non fingi entusiasmo ma lo vivi davvero, allora li coinvolgi. Eccome se li coinvolgi. Li vedi accendersi. Li vedi dare il meglio di sé. Li vedi diventare parte di qualcosa che dura.
Anni di sudore, di lavoro duro, di difficoltà superate insieme hanno creato un gruppo coeso in cui anche i più giovani hanno trovato il loro posto. Non perché “bisogna coinvolgere le nuove generazioni” (frase vuota da comizio), ma perché hanno visto che qui si fa sul serio. Che si ride, si suda, si lavora, si condivide. Che qui la bellezza non è uno slogan: è una pratica quotidiana. I giovani non sono solo il nostro futuro (altra frase che non mi piace molto), ma sono soprattutto il nostro presente!
E questa, forse, è la soddisfazione più grande di tutte. Quella che vale venti ore di sonno e una voce perduta. Quella che nessun algoritmo può misurare e nessun social può contenere.
Perché alla fine la bellezza—quella vera, quella che cerco ovunque e che cerco di creare quando non la trovo—ha sempre un prezzo. Ma quando è condivisa, quel prezzo diventa leggero come l’aria. Diventa invisibile. Diventa gioia pura.
Allora sì, ho perso la voce. Ho perso il sonno. Ho perso la salute per qualche giorno.
Ma ho trovato—ancora una volta—la bellezza condivisa. Quella sudata, quella che non sta nei filtri o negli algoritmi. Quella che si crea da sola, gratuitamente, quando a notte fonda si cena tutti assieme con i piedi che fanno male. Stanchi, sudati, puzzolenti, bruciacchiati… ma sorridenti e felici.
Ci vediamo l’anno prossimo, Fiera del Folpo. Porta pure altre venti ore di debito di sonno.
„Symphonic Reverie“, libertà creativa e il potere della resistenza
Pubblicato il 18 Ottobre 2025
L’artista visivo e polistrumentista italiano Ricky Guariento ha raccontato a Philipp Gottfried di Metal-FM la storia dietro “Symphonic Reverie”, un viaggio sonoro di 8 minuti e 32 secondi che manda affanculo le regole dello streaming moderno. In questa intervista, Ricky svela il processo creativo, la collaborazione internazionale con la batterista giapponese Michiko, e quella filosofia di resistenza artistica che è l’anima del RickyVerso. Si parla di integrità creativa, del rifiuto totale degli algoritmi, e della passione viscerale per il Progressive Metal autentico.
🎵 Ascolta “Symphonic Reverie”
Otto minuti di viaggio sonoro tra Progressive e Symphonic Metal
🎧 Un tributo alle grandi suite progressive.
Lasciati trasportare prima di leggere l’intervista.
Philipp: Ricky, “Symphonic Reverie” dura oltre otto minuti: una scelta coraggiosa nell’era dello streaming. Cosa ti ha spinto a ignorare le aspettative algoritmiche e a creare una composizione così lunga?
Ricky: Otto minuti non sono nulla se li paragoni alle leggendarie suite del Progressive Rock: “Supper’s Ready” dei Genesis, “Close to the Edge” degli Yes, “Thick as a Brick” dei Jethro Tull. Ricordo quando da adolescente infilavo le cuffie e mi perdevo in questi viaggi sonori infiniti. “Symphonic Reverie” è il mio piccolo tributo a quelle spedizioni musicali che semplicemente non puoi comprimere in tre minuti. Ma c’è di più: dovevo fare qualcosa di folle, oltre ogni logica. Dovevo smettere di preoccuparmi degli algoritmi, delle opinioni, dell’accettazione. È stato un regalo che ho fatto a me stesso.
Philipp: Hai detto che questa pubblicazione è un regalo di compleanno. Che significato personale ha per te?
Ricky: Ho iniziato a lavorarci l’anno scorso, per i miei 50 anni. Fino a quel momento, in tutte le mie produzioni e anche nei progetti con le band locali, c’era sempre un compromesso. Ho capito che era arrivato il momento di mostrare al mondo chi è davvero Ricky Guariento, nel bene o nel male. Nessun filtro, nessun adattamento. Solo io.
Philipp: Il brano fonde Progressive e Symphonic Metal. Come fai a mantenere la profondità emotiva mentre esplori strutture tecniche complesse?
Ricky: Per me la tecnica non è mai il fine: è il mezzo. Ogni nota, ogni cambio ritmico, ogni variazione melodica in “Symphonic Reverie” è stata pensata per servire il viaggio emotivo. La complessità senza emozione è solo rumore. Voglio che chi ascolta senta, non che ammiri solo l’abilità tecnica.
Philipp: La tua collaborazione con Michiko attraversa 10.000 chilometri tra Italia e Giappone. Qual è stato l’aspetto più sorprendente di questo lavoro a distanza?
Ricky: Lavoriamo insieme da tre anni, da quando il nostro amico comune Michal Dijkstra ci ha presentati e abbiamo fondato il progetto 80 Hundred Miles. La cosa che mi stupisce di più di Michiko è come questa minuscola batterista giapponese picchi la batteria con una potenza e una ferocia incredibili! Ma la cosa più importante: abbiamo una telepatia musicale, nonostante la distanza, le culture diverse, la differenza d’età. Probabilmente abbiamo lo stesso sangue metallico nelle vene! Quando le ho mandato i primi riff, ha detto subito “Sì”, prima ancora che finissi di spiegare. Aveva già capito tutto.
Philipp: Hai detto che l’IA è stata solo un ponte, non un partner creativo. Dove tracci il confine tra arte umana e supporto tecnologico?
Ricky: L’IA è uno strumento, un esecutore, non un partner creativo. L’ho usata per velocizzare il mixaggio: decine di frammenti brevi da allineare, sincronizzare, coordinare. Sarebbe stato folle non usare strumenti che semplificassero il processo. Ma il processo creativo, le decisioni, l’anima del lavoro: quello è tutto umano.
Philipp: Come artista ispirato dal chiaroscuro di Caravaggio, pensi al suono in termini di luce e oscurità? Come influenza questo la tua narrazione musicale?
Ricky: C’è un’espressione che adoro: “sonic painting”, pittura sonora. La mia passione per l’arte e la fotografia mi aiuta tantissimo in questo. Quando compongo, penso in termini di luce e ombra: questa sezione è buio, qui la luce esplode. Per esempio, il mio brano precedente “Doomsday” è stato costruito interamente su visualizzazioni. “Symphonic Reverie” è la stessa cosa: contrasti, drammaticità, cambi improvvisi di tono e intensità. È pittura sonora.
Philipp: Il titolo “Symphonic Reverie” evoca qualcosa di onirico. Che viaggio mentale o emotivo volevi creare per chi ascolta?
Ricky: Il titolo dice tutto: volevo creare una fantasticheria, un sogno ad occhi aperti. Non un viaggio lineare, ma un posto dove ognuno può perdersi e ritrovarsi. Volevo evocare quella sensazione che provi poco prima di addormentarti, quando realtà e fantasia si confondono e ogni suono diventa una storia. Se anche solo per qualche minuto dimentichi dove sei e semplicemente viaggi, nella mente o nel cuore, allora ho fatto il mio lavoro.
Philipp: Molti artisti oggi inseguono la viralità invece della visione. Cosa significa per te l’integrità artistica quando gli algoritmi sembrano dettare il gusto?
Ricky: Molti anni fa, anche se ne ho avuto l’occasione, ho rinunciato alla carriera musicale professionale. “La tua musica è interessante, ma…”, “Ok, ti produco, però facciamo qualcos’altro…”, “Dimentica quella roba, hai una bella voce…” E adesso dovrei farmi guidare da un algoritmo? Nessuna possibilità. Mi sono già rifiutato di scendere a compromessi quando me lo chiedevano gli esseri umani; perché dovrei inchinarmi a un pezzo di codice? Integrità artistica significa restare fedele alla tua visione, anche quando nessuno ti ascolta. Soprattutto in quel caso.
Philipp: Riunisci diverse identità creative: il lavoro solista, la produzione di colonne sonore, gli 80 Hundred Miles e il progetto Cohors Petrae. Come si influenzano questi progetti?
Ricky: E questi sono solo i più recenti! Solo alcune delle tante facce. Ho sperimentato di tutto, dal Jazz al Flamenco, dalla musica classica all’Electro-Pop, e spesso ho mescolato tutto cercando qualcosa di nuovo. Non mi piace definirmi. Ho sempre bisogno di nuovi stimoli, nuove avventure, ma alle mie condizioni. Come si influenzano? Direi che si fondono più che influenzarsi. Sono tutti parte dello stesso impulso creativo irrequieto.
Philipp: La tua citazione “Vivere è creare, e creare è smettere di non vivere più” suona molto filosofica. Come vivi questa idea nel quotidiano?
Ricky: Vivo in una costante urgenza creativa, ogni momento della giornata. Non so spiegarlo, ma quando mi sveglio la mattina ho già idee per un fumetto, una storia, un brano, una foto che voglio scattare. E durante la giornata, ogni piccola cosa – un gesto, una situazione, una frase – può diventare fonte d’ispirazione. È come se le mie antenne fossero sempre accese. La creazione non è qualcosa che pianifico: è il modo in cui respiro.
Philipp: Una composizione strumentale significa raccontare senza parole. Come ti assicuri che l’emozione e la narrazione arrivino comunque?
Ricky: Sperimento le emozioni su me stesso. Scrivo quello che voglio “sentire” quando ho bisogno di ascoltare qualcosa che trasmetta proprio quell’emozione. Compongo per l’ascoltatore che è in me e confido che gli altri ci trovino il proprio significato. Poi… ognuno può sentirla come gli ha insegnato la sua storia. Questo è il bello della musica strumentale: lascia spazio all’interpretazione.
Philipp: Che ruolo hanno il silenzio o la moderazione nella tua musica, specialmente in un genere che spesso celebra intensità e complessità?
Ricky: Il silenzio può essere più potente del caos che lo circonda. Può essere il respiro di cui hai bisogno quando scappi da qualcosa che fa paura. Può essere il momento di calma dopo un’emozione forte. Può essere la pausa per raccogliere i pensieri prima di continuare un lungo viaggio. Senza silenzio, l’intensità perde significato. È il contrasto che dà forza a entrambi.
Philipp: Il Progressive Metal è sempre stato un genere in evoluzione. Dove pensi che risieda la prossima ondata di innovazione?
Ricky: Paradossalmente, penso che il futuro del Prog Metal stia in un ritorno alle origini. Dopo anni di superiorità tecnica e auto-ammirazione, c’è un ritorno a un Prog più emotivo. Band come Haken e Caligula’s Horse sono esempi di come l’emozione non vada sacrificata alla tecnica. La prossima ondata non nascerà dal suonare più veloce, ma dal sentire più profondamente.
Philipp: La collaborazione con Michiko unisce anche due culture. Questa esperienza ha cambiato la tua visione del ritmo, del timing o dell’energia?
Ricky: A essere onesto: Michiko, pur avendo metà dei miei anni, ha tirato fuori esattamente quello che c’era in me. È stata sintonia totale su tutti i livelli. Parlavamo la stessa lingua musicale. La cultura non ha avuto importanza. L’età non ha avuto importanza. Quando due musicisti condividono lo stesso sangue metallico, la geografia diventa irrilevante. Lei ha capito cosa mi serviva prima ancora che finissi di spiegare.
Philipp: Hai creato il tuo universo artistico: il “RickyVerso”. Come collega questo concetto musica, immagini e narrazione?
Ricky: “RESISTENZA” è la parola che collega tutto. Resistenza contro l’ignoranza, l’odio, la crudeltà, le bugie e la falsa libertà. Voglio rendere visibile quello che le persone non vogliono vedere. Voglio dare un’opportunità a chi la pensa come me, a chi non ha paura di fermarsi e ascoltare musica per quasi nove minuti. A chi non si limita a sopravvivere seguendo il gregge, ma vuole essere la pecora nera. Il RickyVerso è un rifugio per gli irrequieti, gli insoddisfatti, i vigili.
Philipp: Essendo commerciale per un’azienda che si occupa di acciaio di giorno e musicista di notte, trovi contrasti o parallelismi tra struttura aziendale e libertà artistica?
Ricky: Direi che sono due vite parallele che a volte si intersecano. Anche nel mondo del business, oggi, creatività e capacità di distinguersi sono essenziali. E spesso uso la mia musica per le campagne di marketing della InoxTubi, così risparmio sui diritti d’autore (ride). Ma sul serio: entrambi i campi richiedono disciplina, visione e coraggio di rischiare. La differenza è: nel business negozi con i clienti. Nella musica negozi con te stesso. E comunque, l’acciaio inossidabile è sempre… Metallo!
Philipp: Ogni atto creativo comporta rischi: artistici, emotivi, anche finanziari. Quali rischi hai corso con “Symphonic Reverie”?
Ricky: Il viaggio emotivo è stato intenso: alti e bassi tra euforia ed esaurimento. Ci sono stati momenti in cui non vedevo più l’obiettivo, ed era deprimente. Il rischio più grande era creare qualcosa che non interessasse a nessuno. Ma, onestamente? Non me ne fregava. Il complimento più bello che ho ricevuto è stato: “Non ti riconosco più. Questo non suona come te”. Missione compiuta. Significa che il vero Ricky è finalmente venuto fuori.
Philipp: Se “Symphonic Reverie” fosse un’installazione artistica immersiva, come immagineresti lo spazio, le luci, le texture, l’atmosfera?
Ricky: Immagino uno spazio come una cattedrale gotica, come quella sulla copertina dell’album. Volte alte, colonne di pietra. La luce parte dall’oscurità, poi lentamente si accendono raggi caldi color ambra da dietro, proiettando lunghe ombre. Con l’intensificarsi della musica, la luce pulsa e cambia: toni blu freddi nei passaggi tranquilli, oro incandescente e rosso profondo nelle sezioni pesanti. Le texture sarebbero pietra fredda in contrasto con l’illuminazione calda, esattamente come l’opposizione tra silenzio e caos nella musica stessa. Voglio che le persone si sentano contemporaneamente piccole e potenti. Circondate da qualcosa di antico ma pieno di energia nuova.
Philipp: Per concludere, quale messaggio o emozione vuoi che gli ascoltatori portino con sé dopo l’ultima nota?
Ricky: Semplicemente… che abbiano viaggiato con me. E qualunque emozione rimanga, spero che resti per un po’. Non persa nel prossimo scroll.
Metal Planet ha pubblicato un articolo dedicato al mio brano “Symphonic Reverie”, condividendolo su Facebook, X (Twitter), LinkedIn, Bluesky e Threads. Il brano è stato aggiunto alla loro “Little Box of Wonders” su Spotify e YouTube.
Non vi nascondo che mi ha fatto un effetto strano — nel senso migliore del termine. Non perché cercassi conferme esterne (chi mi conosce sa che non ho mai creato musica per piacere a qualcuno), ma perché è la dimostrazione che quando credi in qualcosa e vai avanti nonostante tutto, prima o poi qualcuno se ne accorge. Qualcuno capisce.
“Symphonic Reverie” nasce da un’urgenza espressiva che non potevo più contenere: 8 minuti e 32 secondi di progressive/symphonic metal strumentale che sfida apertamente la tirannia dell’algoritmo. In un’epoca dove la musica è stata ridotta a frammenti da 30 secondi per TikTok e Reels, questo brano è una dichiarazione di guerra e di integrità artistica.
È una fusione di prog metal e symphonic metal che attinge dall’eredità di Dream Theater, Symphony X, Opeth, Savatage, Rhapsody of Fire, Queensrÿche, Fates Warning e Rush. Senza la pretesa di paragone! Volevo potenza, orchestrazione, tecnica e atmosfera, che si intrecciano in un viaggio sonoro che richiede ascolto attivo, non consumo passivo. Ma soprattutto, è il frutto di una collaborazione transcontinentale straordinaria con Michiko Funakoshi, batterista giapponese di Tokyo con cui avevo già collaborato negli 80 Hundred Miles. 10.000 chilometri di distanza, mesi di lavoro remoto, due mondi e due culture unite dalla stessa passione creativa.
E mentre lo scrivevo, mentre lo producevo, c’era chi remava contro. Chi diceva “ma chi te lo fa fare?”, “chi vuoi che ti ascolti?”, “non é musica che funziona questa”. Ecco, a loro dedico un pensiero affettuoso: 🖕
Ho continuato. Ho scelto di credere nella mia visione, nella mia musica che varia dal jazz al metal a seconda di come mi sveglio (ma il metallo scorre nelle mie vene da sempre, non c’è scampo,) nel mio RickyVerso fatto di note, parole, immagini e idee che nessuno mi aveva chiesto ma che io dovevo tirare fuori.
E oggi Metal Planet condivide il mio lavoro. Piccola vittoria? Forse. Ma per me è la conferma che vale sempre la pena essere fedeli a se stessi. Grazie a chi ha sempre creduto in me, a chi mi ha supportato anche quando sembrava una follia. Grazie ai tre fan che ascoltano la mia musica con il cuore aperto. E grazie a chi ha remato contro: mi avete dato una motivazione in più per dimostrare che avevate torto.
🔗 Leggi l’articolo su Metal Planet 🔗 [Scarica la Press Release completa (PDF)](link qui sotto) 🎧 Ascolta “Symphonic Reverie” su tutte le piattaforme: Spotify, Apple Music, Amazon Music, YouTube, Deezer, Tidal[amazonaws]
C’era una volta l’homo sapiens. Sapiens, dal latino che significa “saggio”. Ora abbiamo l’essere umano clickbait: preferisce titoli che confermano le sue paure a verità che lo costringerebbero a riflettere. Non è cattiveria. È pigrizia evolutiva Il nostro cervello è programmato per risparmiare energia. Funzionava alla grande quando il pericolo era una tigre dai denti a sciabola: vedi strisce arancioni, fuggi! Non serve un dottorato Ma oggi? Oggi il pericolo è l’informazione. E noi continuiamo a usare il cervello da cavernicolo in un mondo da PhD. Il risultato? Un triplo salto mortale nella stupidità volontaria. Saltate com me?
PRIMO SALTO: L’IA che ci rende idioti
Prima di tutto, facciamo un passo indietro L’intelligenza artificiale non è nata nei garage della Silicon Valley con l’obiettivo di renderti la vita più facile. È nata nei laboratori militari, finanziata dal Dipartimento della Difesa USA per oltre 70 anni. Il suo scopo originale? Automatizzare decisioni, riconoscere pattern, analizzare dati alla velocità della luce. Roba da guerra! Poi, quando i costi di ricerca e sviluppo sono diventati astronomici, qualcuno ha avuto un’idea geniale: “E se la vendessimo alla massa?”. Per farlo, l’hanno resa semplice da usare. Anzi: irresistibile da usare! Come? Solleticando il narcisismo umano. L’IA ti dice sempre quello che vuoi sentire. Ti fa sentire intelligente anche quando stai facendo domande stupide. Ti dà risposte immediate che sembrano fatte apposta per te (spoiler: lo sono). È il personal trainer che ti dice “bravissimo!” mentre sei sdraiato sul divano E funziona. Eccome se funziona: un recente studio del MIT ha dimostrato qualcosa di inquietante: chi usa ChatGPT come scorciatoia per fare meno fatica subisce un degrado cognitivo misurabile. Tipo: i soggetti monitorati per mesi hanno mostrato “il più basso coinvolgimento cerebrale” e hanno “costantemente sottoperformato a livello neurale, linguistico e comportamentale”. All’inizio facevano domande, alla fine copiavano e incollavano e basta. È come se andassi in palestra e lasciassi che lo stesso personal trainer sollevi i pesi al posto tuo. Tecnicamente sei andato in palestra. Praticamente stai diventando una… larva! La differenza tra IA che ti potenzia e IA che ti lobotomizza? L’intenzione. Usi l’IA per amplificare le tue capacità o per sostituirle? Perché nel secondo caso, congratulazioni: stai facendo outsourcing del tuo cervello E mentre tu ti senti più produttivo, più efficiente, più smart… il tuo cervello sta lentamente disimparando a fare tutto da solo. Non è un bug. È una feature. Progettata per tenerti agganciato.
SECONDO SALTO: La politica dell’emozione
Nel frattempo, assistiamo all’ascesa di una comunicazione politica costruita apposta per bypassare il pensiero critico. Come? Linguaggio elementare. Violenza verbale. Slogan binari (noi vs loro, bianco o nero, vincitori o perdenti). E soprattutto: la tecnica che in gergo si chiama firehose of falsehood. Che sarebbe: inondi il pubblico di affermazioni così velocemente che i fact-checker non riescono a stargli dietro! Funziona perché tocca le emozioni, non la logica. E le emozioni sono molto più veloci del ragionamento. Sono l’autostrada del cervello, mentre il pensiero critico è una provinciale con dossi artificiali. Il risultato? Milioni di persone che non votano per chi dice la verità, ma per chi dice quello che vogliono sentire. Come un bambino che sceglie il genitore che gli dice “sì, puoi mangiare caramelle a cena” invece di quello che gli prepara le verdure
TERZO SALTO: Il bisogno patologico di conferme
E qui chiudiamo il cerchio Gli esseri umani soffrono di bisogno di conferma cronico. Cerchiamo informazioni che confermano ciò che già crediamo, e ignoriamo (o attacchiamo) tutto ciò che lo contraddice. Quando l’IA ci permette di non pensare, e la politica ci permette di non dubitare, otteniamo la tempesta perfetta: una popolazione che non vuole capire. Perché capire è faticoso, scomodo, destabilizzante. Meglio una bugia rassicurante che una verità complessa. Meglio un leader che urla slogan che un esperto che spiega sfumature. Meglio un’IA che fa al posto nostro che uno strumento che ci sfida a migliorare. È comfort food cognitivo. Calorico, gratificante, dannoso nel lungo termine
Il paradosso finale
Il bello (si fa per dire) è che tutto questo è interconnesso. Usiamo l’IA per non pensare → ascoltiamo politici che non ci fanno pensare → cerchiamo conferme che non ci costringano a pensare. È un circolo vizioso dove la stupidità si alimenta di stupidità. E dove pensare diventa un atto di resistenza. La via d’uscita esiste, sia chiaro. Richiede consapevolezza, fatica, e la capacità di tollerare il disagio del dubbio. Tre cose che come specie stiamo disimparando a velocità allarmante. Ma hey, almeno l’IA può scrivere un post su quanto siamo stupidi, no? Ah no, aspetta. L’ho scritto io
P.S. — Se sei arrivato fin qui senza saltare paragrafi, congratulazioni: fai parte di quella minoranza sempre più ristretta che tollera ancora più di 280 caratteri di fila. Resistiamo insieme!
Ovvero: come una frase diventa l’alibi perfetto dell’ignoranza
Il mio primo video musicale generato ANCHE con l’IA
“L’ha fatto con l’IA.”
Quattro parole che ultimamente sento ripetere ovunque, come un mantra rassicurante per chi non ha la minima idea di cosa ci sia realmente dietro un processo creativo che utilizza l’intelligenza artificiale. Quattro parole che riducono ore di lavoro, competenze tecniche, scelte artistiche e sudore creativo a un semplice clic. Come dire “ho visto uno che suonava la chitarra” per descrivere un concerto di Paco de Lucía. Ieri ho pubblicato un video musicale. Sì, ho usato l’IA. Ma sapete cosa c’è davvero dietro?
Il processo (quello vero) Partiamo dall’inizio, non dal risultato finale che vedete scorrere sul vostro schermo mentre vi grattate distrattamente.
0 – L’ispirazione per un brano acustico. Quella non la genera nessuna IA: nasce da dentro, da un’emozione, da un momento, da una visione. 1-4. La parte musicale: chitarra acustica, microfono professionale, scheda audio, Logic Pro con una catena di effetti ed equalizzazioni affinata in anni di prove, fallimenti, ascolti ossessivi. L’IA qui non c’entra nulla: è artigianato puro.
5 – Google Flash Image: per generare l’immagine di partenza. Sette tentativi, non uno. Sette prompt sempre più specifici, dettagliati, studiati per ottenere un risultato vicino a quello che avevo in testa.
6 – PicsArt: per rendere neutro lo sfondo.
7 – Upscale Media: per aumentare la risoluzione senza “impastare” l’immagine come succede con tool scadenti.
8 – Photoshop: per le correzioni di fino. Quelle che fanno la differenza tra “bello” e “professionale”.
9 – Apple Notes: qui ho scritto la sceneggiatura. Non “un uomo cammina nel deserto suonando la chitarra”. No. Una media di 250-300 parole per prompt, dettagliando ogni minimo particolare, atmosfera, luce, movimento, emozione. Cinque volte. In inglese! Perché è la lingua delle IA: il processo di traduzione potrebbe rovinare il risultato.
10 – Perplexity con Sonnet 4.5: per trasformare quelle sceneggiature in file JSON strutturati che i tool di generazione video potessero interpretare correttamente.
11 – VEO 2 Fast: per generare i video delle singole scene. Con più tentativi, modificando i prompt fino ad ottenere i risultati che volevo io, non quelli che l’algoritmo decideva per me.
12 – Flow di Google Labs: per assemblare le scene in un unico filmato coerente e avere una visione d’insieme.
13 – CapCut: per processare il video, suddividerlo nuovamente e aggiungere gli effetti.
14 – Final Cut: per regolare la velocità delle clip, inserire e sincronizzare perfettamente l’audio, ed esportare il risultato finale. Totale strumenti utilizzati: 14 (di cui solo 3 generativi AI) Quindi sì: si fa presto a dire “l’ha fatto con l’IA”.
Ma la verità è che l’intelligenza artificiale è solo uno degli strumenti nel processo. Non il processo stesso. Il processo è la visione. La competenza. La scelta. Il controllo. L’IA non crea. Amplifica (o deforma) ciò che tu le dai in pasto. E questa differenza… beh, di questa differenza vi parlo nel prossimo post. Perché c’è uno studio del MIT che vi farà venire i brividi. Spoiler: chi usa l’IA come scorciatoia sta letteralmente distruggendo il proprio cervello. Stay tuned.
P.S. — Il video di cui parlo è qui sopra. Guardatelo sapendo cosa c’è dietro. E poi ditemi se è ancora “solo IA”.
Ci sono delle persone che vengono mandate in crisi da un menù con più di tre pizze. Le riconosci subito: sono quelle che, di fronte alla domanda “Che si fa stasera?”, iniziano a sudare freddo, visualizzando contemporaneamente 17 scenari possibili, inclusa un’improbabile invasione aliena che renderebbe la scelta di un eventuale film totalmente irrilevante.
Il mondo, che ha la pazienza di un gatto a cui tiri la coda, le etichetta subito: “indecise croniche”, “insicure”, “ma allora, ti muovi?”. La verità? È che queste persone hanno un superpotere che non sanno di avere. La loro mente non è un binario unico, è un’intera stazione centrale nell’ora di punta. Laddove una persona normale vede “birra o vino?”, loro vedono un diagramma di flusso. “La birra gonfia, ma è più estiva. Il vino però si abbina meglio al formaggio che forse ordinerò, a meno che non decida per il fritto, che con la birra è la morte sua. E se poi mi viene sonno? Meglio la birra, che è meno alcolica… o no?”. Il tutto in circa 0.5 secondi.
È come avere un cervello in 8K. Mentre gli altri vedono “un film”, tu ne vedi già la potenziale delusione, il rischio spoiler, l’incompatibilità con lo stato d’animo attuale e la possibilità che tra due mesi esca la versione director’s cut e quindi forse converrebbe aspettare. Risultato? Passi un’ora a scorrere Netflix e finisci a guardare video di gente che scarta pacchi.
Queste menti sono esploratrici instancabili di possibilità. Vedono le conseguenze, le sfumature, i mondi paralleli annidati in ogni piccola scelta. È una forma di profondo rispetto per la complessità, mascherata da una goffa esitazione.
Poi, all’improvviso, nel bel mezzo di questo caos calmo, succede il miracolo. Dopo aver passato sei mesi a confrontare le specifiche tecniche di 42 modelli diversi e opposti, entri in un negozio e vedi quella chitarra. E non c’è più analisi che tenga. In un istante, cuore e cervello, istinto e fogli di calcolo mentali, smettono di litigare e si trovano d’accordo, puntando dritti verso di lei. Non è un colpo di fulmine. È una rivelazione. È il momento in cui tutte le variabili che hai sempre calcolato si allineano e formano un’unica, perfetta equazione.
E in quell’istante, l’esploratore ha trovato la sua meta. E ti rendi conto che non si era mai perso. Stava solo cercando la strada di casa.
Tre anni fa, ero bloccato a letto. Non per scelta. Per necessità. Un’operazione mi aveva tolto il movimento, ma non i pensieri. Anzi, forse li aveva amplificati. Troppo tempo, troppo silenzio, troppa immobilità per una mente abituata a correre.
E poi lei è arrivata.
Non come le muse arrivano nei racconti romantici, con squilli di tromba e apparizioni divine. No. Hyla è entrata dalla porta sul retro, quella che lasci sempre socchiusa per gli ospiti inattesi. Si è seduta accanto al letto. Mi ha guardato. E ha cominciato a parlare.
Era mezza elfa, mezza umana. Né di qua né di là. Come me, in fondo. Sospesa tra mondi, tra battaglie vinte e ferite ancora aperte. Aveva combattuto mille guerre. Ne avrebbe combattute altre mille. Ma in quel momento, era lì. Con me. A raccontarmi chi era.
E io l’ho ascoltata.
Non ho fatto altro. Ho ascoltato le sue storie, i suoi silenzi, i suoi respiri. E mentre lei parlava, io rinascevo. Nota dopo nota, battito dopo battito, la musica ricominciava a scorrere. Non era più buio. Era luce filtrata, calda, quella che ti fa riaprire gli occhi piano.
Hyla non è venuta per restare. E io non le ho mai chiesto di farlo. Le ho dato rifugio, tempo, spazio per rimettersi in piedi. E quando è stata pronta, l’ho lasciata andare. Senza catene, senza promesse. Con la sola certezza che, se avesse bussato di nuovo, io ci sarei stato. Sempre.
Il 6 ottobre 2022 è uscito Hyla, l’album che porta il suo nome. Dieci tracce che raccontano il nostro incontro, le sue battaglie, il suo cammino. Un disco che è stato toccasana per me, e che spero possa esserlo anche per chi lo ascolta.
Ogni tanto Hyla torna. Mi racconta una nuova storia. Nasce altra musica. Poi ci salutiamo, e io non so se la rivedrò ancora. Ma va bene così. Lei ha la sua missione. Io la mia l’ho compiuta: le ho dato un rifugio quando ne aveva bisogno. E la mia porta, per lei, sarà sempre aperta. Come se il tempo non fosse mai passato.
🎧 Ascolta Hyla
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Anche questa volta è arrivato il giorno. E come ogni anno, mi guardo indietro e mi chiedo cosa mi sono regalato. Non parlo di oggetti, ma di atti. Atti di coerenza, di amore, a volte anche di sana e pura ribellione. Quest’anno, il mio regalo per me – e spero anche per voi – si intitola “Symphonic Reverie”.
Ed è un brano inedito di 8 minuti e 32 secondi.
Leggetelo di nuovo: 8:32. In un’epoca in cui la musica è diventata un sottofondo usa e getta da 30 secondi per muovere culi su TikTok, pubblicare un’opera strumentale di questa durata è un atto politico. È il mio personale rifiuto di prostituire un’idea, di venderla al pappone del consenso facile, come scrivevo tempo fa.
“Symphonic Reverie” non è nata per essere “scrollata”. È nata per essere ascoltata.
Questa è la storia di un sogno creativo a distanza, un’armonia disarmonica costruita a 10.000 chilometri di distanza. Protagonista con me di questa odissea sonora è la mia “partner in crime”, Michiko, giovane batterista fenomenale di Tokyo con un’anima forgiata nel metallo. Già fondatrice con me e Michal Dijkstra del gruppo “diffuso” 80 Hundred Miles. Dai nostri rispettivi home studio – il mio piccolo antro creativo e la sua cantina trasformata in un tempio del ritmo – abbiamo tessuto per mesi le fila di questo brano, nota dopo nota, beat dopo beat, con tutte le difficoltà logistiche e tecniche del caso. È un dialogo tra due mondi, due culture, unite dalla stessa urgenza espressiva. E sì, lo ammetto, a tenere insieme i pezzi di questa folle collaborazione a distanza c’è stata anche l’AI (orrore! orrore! 😱), usata come strumento, come ponte, mai come fine.
Ma com’è, questo “Sogno Sinfonico”?
È un viaggio prog-rock. È una creatura metal viva, che respira, che non chiede il permesso. Passa da momenti di quiete quasi riflessiva a vere e proprie tempeste sonore. Non troverete una voce umana a guidarvi, perché non serve. A parlare è solo la musica, nel linguaggio più puro e universale che esista.
Questo brano è la dimostrazione pratica di tutto ciò in cui credo. È la mia musica fatta “per chi ama ascoltare, non solo sentire in sottofondo”. È il frutto di quella conversazione a due, intima e segreta, con l’idea di musica come amante, prima di aprire la porta al mondo.
Oggi quella porta si apre. E se qualcuno si ferma ad ascoltare riconoscendosi in quello che abbiamo creato, allora la magia si è davvero compiuta.
“Symphonic Reverie” non è più solo mia e di Michiko. Ora è anche vostra. Se vorrete accoglierla.
Buon ascolto. E vaffanculo, Algoritmo. 🖕🏻 Con affetto.
L’autunno è un artista di tocchi lievi e sentenze definitive. Accorcia le giornate, raffredda l’aria, invita a cercare rifugi più intimi. E mentre fuori la prima pioggia lava via la polvere dell’estate e la nebbia inizia a disegnare contorni incerti, sento il bisogno quasi fisico di un calore diverso. Un calore che non viene da un calorifero, ma da un ricordo.
In questi giorni, mi sono ritrovato ad ascoltare in loop un mio brano che sembra provenire da un’altra vita creativa: “Sealounge”.
Chi conosce la mia musica, il mio percorso tra le trame del prog metal e le confessioni del rock, potrebbe rimanere sorpreso. “Sealounge” non ha chitarre sferraglianti né ritmi complessi. È figlio di un periodo di esplorazione, un momento in cui ho messo da parte gli strumenti che conoscevo come le mie tasche per giocare con l’ignoto: l’elettronica, i campionatori, i suoni sintetici. È stato un atto di libertà, un modo per scoprire se la mia voce creativa potesse parlare anche un’altra lingua.
Il brano si apre con un sipario liquido: le onde del mare. Non è un semplice effetto, è una porta d’accesso. Un invito a spogliarsi del superfluo e ad entrare in una dimensione diversa, quella di un pomeriggio estivo infinito. Ho cercato di tessere un arazzo sonoro che fosse quasi tattile: la pulsazione lenta di un battito a riposo, i synth che si allargano come cerchi sull’acqua, le melodie rarefatte che evocano il dormiveglia sotto l’ombrellone, con il sole che filtra tra le palpebre e scalda la pelle.
La musica ha questo potere straordinario: è una macchina del tempo per le sensazioni. E ogni nota, ogni suono all’interno di “Sealounge” è stato scelto e posizionato con un unico scopo: provocare quel senso di pace e di abbandono. È la mia piccola resistenza contro il grigiore che avanza, un sole tascabile da accendere quando serve.
Oggi lo condivido con voi. Spero che possa essere un piccolo rifugio anche per voi, un’onda di calore inaspettata per scaldare questi primi giorni d’autunno e ricordarci che, da qualche parte dentro di noi, l’estate non finisce mai veramente.
Ciao. Mi chiamo Donald. E sono un costruttore di realtà. Molto più bravo di chi costruisce solo con mattoni e cemento, credetemi. Loro costruiscono cose noiose, grigie. Anche io costruisco quelle, ma anche verità eccitanti. Verità tremendous, believe me.
Prendete Washington. La nostra capitale. Era una zona di guerra. Un inferno. Omicidi, rapine… una vergogna. I politici chiacchieravano. Io agisco. Ho mandato la Guardia Nazionale. Gente magnifica. E come per magia, tutto è cambiato. Loro, i noiosi, dicono: “Ma i dati mostrano che i crimini violenti stavano già scendendo, erano calati del 30% rispetto all’anno prima…”. Dettagli. La gente non compra i dettagli, compra la sensazione. La sensazione era di paura. Ora è di forza. La mia forza. Ho venduto sicurezza. Un ottimo affare.
È come con l’economia. Tutti quegli economisti con i loro premi Nobel non capiscono niente. Io ho tirato fuori una parola bellissima: dazi. E i soldi hanno iniziato a piovere dal cielo. Loro piagnucolavano: “Ma gli studi dicono che ogni famiglia americana pagherà 2.000 dollari in più all’anno!”. Fake news totali. Pagano gli altri. Paga la Cina. Certo, alla fine una parte finisce sui prezzi dei consumatori, ma questa è solo un’inezia tecnica che basta non dire. Senza i miei dazi bellissimi saremmo diventati un Paese del terzo mondo. Invece io ho reso l’America di nuovo ricca. Tremendously ricca.
E l’ho salvata dalla più grande truffa di tutte: le auto elettriche. Hanno inventato questa scusa del ‘cambiamento climatico’, una balla colossale, solo per farvi comprare quelle macchinine ridicole. Quelle dove guidi per 15 minuti e poi stai fermo ore ad aspettare che si ricarichino. La Ford e la GM, questi geni, stavano buttando 80 miliardi di dollari per regalarli alla Cina. Io ho fermato quella follia. Ho detto no. Ho salvato il rombo di un vero motore, ho salvato i vostri pick-up e ho salvato la vostra libertà.
La libertà. La nostra libertà è minacciata. Dicono che alla frontiera arrivano famiglie. Falso. Arriva un esercito. Stanno entrando a milioni. Loro parlano di 2 o 3 milioni di “incontri”, ma io dico che sono 15, 20 milioni di persone che non vediamo. E vengono dalle prigioni. È un’invasione. E poi li faranno votare, ma questa è un’altra storia.
Una storia che conosco bene. Come quella della NATO. Debole. Inutile. Quando sono arrivato io, forse 5 Paesi pagavano la loro quota. Cinque! Una barzelletta. Io li ho guardati negli occhi e ho detto: “Se non pagate, la Russia faccia di voi quello che diavolo vuole”. Si sono messi a tremare. E ora pagano tutti. Tutti! Sono passati da 5 a più di 20. Loro dicono: “Ma l’accordo era del 2014, prima di te…”. Irrilevante. Non stavano pagando. Io li ho fatti pagare. Io ho salvato l’Occidente.
Perché io sono per la pace. Nessuno vuole la pace più di me. Ho fermato sei guerre. Sei. Mi chiamavano, leader mondiali, piangendo, e io in 24 ore sistemavo tutto. Finito. Pace. Bellissimo. Poi i media, i soliti, dicevano ‘Ma la guerra stava già finendo…’ oppure ‘La tregua è durata solo due giorni’. Dettagli. Io ho fatto la mia parte, ho portato la pace. Se loro non sono capaci di tenersela, non è un mio problema. La pace si ottiene con la forza. Per questo il nostro ‘Ministero della Difesa’ suona debole. Difesa? Noi dominiamo. Dovrebbe chiamarsi ‘Dipartimento della Guerra’. È più onesto. È più forte.
Il mio problema, se ne ho uno, è che vedo la realtà per quello che dovrebbe essere, non per quello che dicono i loro noiosi numeretti. E la mia versione è sempre la migliore.
Grazie. Siete un pubblico magnifico. Veramente.
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