
Ieri mia moglie mi ha fatto un regalo. Non un oggetto, ma un viaggio: il Museo Nicolis a Villafranca di Verona. Lei conosce le mie ossessioni – automobili, meccanica, velocità, tutto ciò che porta il segno dell’ingegno umano – e sapeva esattamente dove portarmi. Aveva ragione: è stato come entrare in una cattedrale laica dedicata alla creatività.
Un Secolo di Genio Concentrato
Puoi trovare oltre duecento auto d’epoca, un centinaio di moto, strumenti musicali meccanici, macchine fotografiche, fonografi. Ma non è un museo nel senso classico. È un archivio emotivo del progresso umano. L’atmosfera è particolare: elegante e luminosa, ma anche officina meccanica, anche collezione privata, anche biblioteca. E ti senti circondato. Non da oggetti. Da menti. Uomini e donne che hanno pensato l’impossibile e l’hanno costruito con le mani.

C’è il Benz Patent-Motorwagen del 1886, la prima automobile al mondo. Una carrozzina a tre ruote che sembra uscita da un cartoon. Ma non è il fatto che sia “la prima” a colpirti. È il motore. Anche da fermo, senti quel motore scoppiettare nella tua testa. Lo immagini sputare, fumare, puzzare. Senti le vibrazioni dentro al petto. E vedi gli sguardi atterriti delle persone dell’epoca: quella cosa andava senza cavalli, facendo un rumore dell’inferno. Eppure quella carrozzina assurda ha cambiato il mondo per sempre.
Poi ti imbatti nell’Isotta Fraschini. E lì ti fermi. Non cammini più.

Un transatlantico della strada. Linee sinuose, eleganza che fa impallidire qualsiasi super-SUV contemporaneo, una sensazione di potenza vellutata che trasuda da ogni centimetro di carrozzeria. L’hanno guidata D’Annunzio, Rodolfo Valentino, persino il Papa. E capisci perché: non è un’auto, è un manifesto. Ambizione fatta metallo. Bellezza funzionale.
Velocità, Sguardi e Suoni Senza Mani
Ci sono le moto da competizione – Benelli, Bimota, macchine progettate per un solo scopo: andare più veloci di chiunque altro. L’evoluzione della velocità come ossessione umana. La voglia di gareggiare, di superare il limite, di rischiare tutto per un decimo di secondo in meno.






Ci sono le prime fotocamere a mantice, enormi, ingombranti – strumenti che per la prima volta permettevano di fermare il tempo. Di catturare uno sguardo, un attimo, e renderlo eterno. La fotografia come nuova forma di memoria.

E poi gli organetti meccanici. Quelli mi hanno colpito in modo particolare: per la prima volta nella storia, la musica si staccava dall’essere umano. Pensa a questo: per millenni, la musica era nata solo dal rapporto diretto tra uomo e strumento. Poi, improvvisamente, una macchina poteva suonare senza di te. Era l’inizio di qualcosa di enorme – e anche di inquietante.
E il fonografo di Edison. Cilindri di cera su cui registrare la voce, spedirli dall’altra parte del mondo, farsi ascoltare da chi non ti avrebbe mai incontrato. Una nuova forma di eternità: per lasciare traccia di sé non serviva più solo scrivere, disegnare, scolpire. Potevi lasciare la tua voce. Il primo messaggio vocale della storia. Pensa alla portata emotiva di quella tecnologia.
Il Reparto Militare e la Domanda
Poi arrivi al reparto dei mezzi militari. Soldati riprodotti, armi, macchine da guerra.
E qualcosa si incrina.

Il pensiero nasce lì, ma cresce piano piano, sala dopo sala, fino a esplodere quando esci: come può l’essere umano aver trovato tali guizzi d’ingegno, aver creato simili meraviglie, essere progredito oltre ogni possibile limite… e al contempo essere rimasto all’età della pietra con le sue guerre tribali?
Lo stesso cervello che inventa il fonografo inventa la mitragliatrice. Le stesse mani che scolpiscono l’eleganza dell’Isotta Fraschini forgiano carri armati. La stessa curiosità che porta alle stelle porta anche alla bomba.
Al giorno d’oggi abbiamo la tecnologia per sfamare e curare tutti. Per non lasciare nessuno indietro. Eppure continuiamo a distruggerci. A prevaricare. A usare il genio per annientare invece che per costruire.
Non Ho Risposte
E qui mi fermo. Perché non ho risposte.
Forse è proprio questa contraddizione che ci rende umani: la capacità di essere contemporaneamente sublimi e mostruosi. Di creare il Benz Patent-Motorwagen e il carro armato. Di pensare l’eternità della voce registrata e l’istante della morte inflitta.
Accetto il paradosso. Ma con una nota di speranza – forse ingenua, forse romantica, sicuramente testarda: l’essere umano dà il meglio di sé nelle difficoltà. E fino a quando ci sarà una mente geniale in grado di mettere una pezza, continueremo ad andare avanti.
Il Museo Nicolis non è solo un museo. È uno specchio. Della nostra grandezza. E della nostra fragilità. Tutto insieme, tutto vero.
Cerco la bellezza, ovunque. Ieri l’ho trovata. Ma ho trovato anche la domanda che quella bellezza porta con sé.
E non so se voglio davvero una risposta.





























