Autore: Ricky

  • The Trooper (Low Battery Mode): Quando la Sirena Antiaerea diventa un Rock di Trincea

    50 Secondi di “Riscaldamento Pre-Morte

    Ho registrato un video. 50 secondi, voce e chitarra. Ma se vi aspettate l’urlo che frantuma i cristalli alla Bruce Dickinson, fermatevi subito.


    Quello che sentirete è una The Trooper che è scesa di un’ottava. È una versione “rock graffiato”, quasi sussurrata. Perché? Perché affrontare i Maiden a viso aperto, senza una band dietro che copre le tue urla, è un suicidio tattico.

    La Strategia della Sopravvivenza

    Bruce Dickinson ha una sirena della contraerea nella gola. Io ho delle corde vocali umane (e attualmente un po’ provate).
Tentare di replicare quelle frequenze in acustico non è coraggio, è incoscienza. Così ho scelto la via della reinterpretazione. Ho portato il Cavaliere (The Trooper) giù dal cavallo, l’ho seduto nel fango della trincea e gli ho messo in mano una chitarra acustica.
 Il risultato? Meno “Air Raid Siren”, più “Tom Waits che cerca di sopravvivere alla carica”.

    Non è codardia, è “Gestione delle Risorse”

    Cantare un’ottava sotto è l’unico modo per raccontare questa storia senza collassare prima del ritornello. È un riscaldamento. Un “pre-morte”, se volete.


    Perché là fuori, nel mondo reale delle sale prove, la battaglia vera si sta preparando. C’è un progetto che bolle in pentola, dove le ottave torneranno a salire e i volumi a spaccare i timpani.

    The Ancient Mariners stanno arrivando

    Questa versione intima e “sicura” è solo la quiete prima della tempesta.
Una ciurma di vecchi lupi di mare si sta radunando sotto il nome di “The Ancient Mariners”. E lì non ci saranno ottave basse a salvarmi. Lì sarà atletica pura. Sarà sport estremo.

    
Ma per adesso, godetevi questo rock leggermente metallico. Prima che inizi la vera fatica.

    Cerco la bellezza, ovunque. Anche nelle note basse che mi evitano l’ernia (per ora).

  • Cara Annabella: Avrei voluto conoscerti…

    Cara Annabella: Avrei voluto conoscerti…

    Cara Annabella 🥀,

    Avrei voluto poterti conoscere.

    Avrei voluto poterti parlare.

    Avrei voluto poterti dire: “So cosa senti, e so che c’è una via d’uscita. Anche se quello che senti ora lo capirai solo fra molti anni…”

    Ma non ho potuto. Nessuno ha potuto.

    E forse è proprio questo il punto: non sempre ci accorgiamo di chi sta urlando in silenzio.

    Non sempre sappiamo leggere gli sguardi che chiedono aiuto senza parole.

    Non sempre abbiamo il coraggio di fermarci davanti a qualcuno che dice “sto bene” quando sappiamo che non è vero.

    Hai percorso 25 chilometri in bicicletta, di notte, verso i Colli Euganei.

    Hai comprato due pizze, come se dovessi incontrare qualcuno.

    Forse speravi, fino all’ultimo, che qualcuno arrivasse davvero. Che qualcuno ti fermasse. Che qualcuno capisse.

    Giulia ti ha incontrata quella sera. Ti ha offerto aiuto. Tre volte.

    E tu hai detto no, con calma. Senza agitazione.

    Perché quando hai già deciso, quando il dolore è diventato più forte della paura, diventi stranamente tranquilla.

    Lo so. Ci sono passato anch’io, in quel punto esatto dove il mondo sembra stringersi in un tunnel senza luce.

    Ma ecco la cosa che avrei voluto dirti: quel tunnel finisce.

    Davvero.

    Non è retorica. È matematica emotiva.

    Quello che ti sembra definitivo a 22 anni, tra cinque anni sarà solo un capitolo. Doloroso, sì. Ma un capitolo. Non il libro intero.

    La fine di una storia d’amore a 22 anni è un terremoto.

    Gli esami che non dai sono un fallimento che brucia.

    La solitudine è cemento che ti cola addosso finché non riesci più a muoverti.

    Lo so. Ma tutto questo cambia.

    Tu saresti cambiata.

    Il dolore si trasforma. Non scompare, ma smette di soffocarti.

    Avrei voluto dirti che la pace che cercavi — quella che “non riconoscevi più”, come hai scritto — non l’avevi persa per sempre. Era solo nascosta.

    Sotto strati di tristezza, delusione, stanchezza. Ma era lì. E sarebbe tornata.

    Ma soprattutto, Annabella, avrei voluto dirti questo: IL DOLORE MENTE.

    Ti dice che sei sola, e non è vero.

    Ti dice che nessuno capisce, e non è vero.

    Ti dice che non cambierà mai, e non è vero.

    Il dolore è il bugiardo più convincente del mondo. E tu gli hai creduto.

    Non ti giudico. Non potrei mai.

    Perché so quanto è difficile resistere quando quella voce dentro diventa assordante.

    So cosa significa sentirsi trasparenti, come se nessuno ti vedesse davvero.

    Ma sei stata vista.

    I tuoi genitori ti stavano cercando. Gli amici ti cercavano. Giulia ti ha offerto aiuto.

    Il problema non era che nessuno si accorgeva di te. Il problema forse era che tu non riuscivi più a sentirti degna di essere aiutata.

    Forse una lettera non ti avrebbe salvata.

    Ma forse non è troppo tardi per qualcun altro che sta leggendo.

    Qualcuno che si sente come ti sentivi tu.

    Qualcuno che sta pensando che la bicicletta, la notte, il bosco… siano l’unica soluzione.

    A quella persona voglio dire: ASPETTA. 🛑

    Aspetta un giorno in più. Poi un altro. Poi un altro ancora.

    Non perché ti prometto che domani starai meglio — forse no.

    Ma perché tra un anno, tra cinque, tra dieci, guarderai indietro e non riconoscerai più quella persona disperata.

    E sarai grato di aver aspettato.
    Annabella, il tuo dolore non è stato inutile.

    La tua storia ha scosso tutti noi.
    Ha aperto conversazioni.
    Ha fatto chiedere a genitori, amici, insegnanti: “Sto davvero ascoltando? Sto davvero vedendo?”

    Riposa, Annabella.

    Quella pace che cercavi, adesso ce l’hai.

    E noi, quelli rimasti, abbiamo il dovere di fare in modo che nessun altro debba cercarla in quel modo.

    Ti avrei voluta conoscere.

    Ricky

    🔴 SE STAI MALE, CHIEDI AIUTO ORA:

    📞 Telefono Amico Italia: 02 2327 2327
    (Attivo H24, gratuito, anonimo. Ti ascoltano davvero.)
    📞 Numero Verde Anti-Suicidio: 800 334 343

    Non sei solo. Anche se il dolore ti dice il contrario.lettera Annabella Martinelli solitudine

  • L’Economia della Rabbia: perché l’Algoritmo (e i Governi) hanno bisogno che tu viva nella paura

    L’Economia della Rabbia: perché l’Algoritmo (e i Governi) hanno bisogno che tu viva nella paura

    Vi siete mai chiesti perché, appena aprite un social, sentite salire quel leggero fastidio alla bocca dello stomaco? Quella voglia di commentare, di correggere, di indignarvi?

    Spoiler: non è colpa vostra. È un design.

    E c’è chi su questo design ci ha costruito una carriera politica, trasformando uno dei Paesi più sicuri d’Europa in un set da film horror, solo per vendervi il biglietto della salvezza.

    Il mito del “Feed che ti assomiglia”

    Ci raccontiamo questa bugia rassicurante: “Il mio feed di Facebook/Instagram mi mostra quello che mi piace”.

    Falso.

    Studi recenti sul Value Alignment dimostrano che c’è una divergenza abissale tra ciò che noi diciamo di volere (cura, benevolenza, profondità) e ciò che l’algoritmo ci propina.

    Perché? Perché l’algoritmo ha imparato una lezione fondamentale, molto prima degli umani: la rabbia performa meglio della gioia.

    Si chiama Rage Baiting. È l’arte di pescare clic usando l’indignazione come esca. Un commento di odio e uno di amore, per la macchina, sono identici: sono engagement. E siccome è più facile far incazzare qualcuno che farlo riflettere, il sistema ci serve dosi massicce di conflitto, polarizzazione ed edonismo spiccio.

    Siamo burattini che credono di scegliere lo spettacolo, mentre l’IA ottimizza la nostra permanenza sulla piattaforma stimolando i nostri istinti peggiori.

    La realtà è noiosa (per fortuna), la narrazione è un thriller

    Ed è qui che la tecnologia dà la mano alla politica.
    E la stretta è forte.
    
Guardiamo i dati, quelli freddi e noiosi dell’Eurostat e del Ministero:

    L’ Italia ha uno dei tassi di omicidio più bassi d’Europa (0,55 per 100.000 abitanti), seconda solo alla Svizzera.

    Siamo messi infinitamente meglio di Francia e Germania.

    Gli omicidi sono calati del 33% in dieci anni.

    Siamo, statisticamente, in una botte di ferro.
    Eppure, se accendete la TV o scorrete i post di certi leader governativi, sembra di vivere a Gotham City.

    Perché chi ci governa, invece di festeggiare questi risultati incredibili (che renderebbero orgogliosa qualsiasi nazione civile), sceglie di nasconderli?

    La strategia della paura (o: come ti frego con il bias)

    La risposta è cinica: la sicurezza non porta voti, la paura sì.

    Il Governo attuale si trova in una posizione paradossale: cavalca l’onda del populismo alimentando una percezione di “emergenza continua” che i dati smentiscono categoricamente.

    Hanno trasformato il “social media bar” in una strategia di Stato. Invece di educare il cittadino a leggere la realtà (siamo sicuri, state tranquilli), preferiscono validare le sue paure irrazionali.

    Perché dire “Va tutto bene” spegne l’elettorato.
Dire “Siamo sotto assedio, il nemico è alle porte (e spesso ha la pelle scura)” mobilita, accende, fidelizza.

    È imperdonabile che le istituzioni, che dovrebbero essere il faro della razionalità, usino le stesse tattiche di un algoritmo di TikTok: dopare la percezione per massimizzare il profitto (elettorale).

    L’IA manipola senza “cattiveria” (ed è peggio)

    La cosa inquietante è che non c’è sempre un “Grande Fratello” cattivo dietro la tastiera. Ricerche recenti (Carroll et al.) mostrano che le IA imparano a manipolare autonomamente. Scoprono che l’inganno è la via statisticamente più breve per raggiungere l’obiettivo.
    Esattamente come un politico che scopre che uno slogan aggressivo funziona meglio di un ragionamento complesso.

    Non c’è un complotto. C’è solo un’ottimizzazione cieca verso il basso.

    Spegnere l’interruttore

    Siamo immersi in un’economia della rabbia. I social vogliono il vostro tempo, la politica vuole il vostro voto, ed entrambi hanno deciso che il modo migliore per averli è tenervi spaventati e incazzati.

    La vera ribellione, oggi, non è commentare furiosamente sotto un post.

    La vera ribellione è guardare i dati.

    È rendersi conto che l’Italia è bellissima e sicura.

    È capire che quel senso di ansia che provate non è “il mondo che va a rotoli”, ma qualcuno che sta cercando di vendervi la cura per una malattia che non avete. O che arriva a creare la malattia!

    Torniamo a cercare la bellezza. È l’unica cosa che l’algoritmo non sa ancora falsificare bene.

    Se sei arrivato fin qui (senza arrabbiarti troppo) potrebbero piacerti anche gli articoli:

    https://ilrickyverso.it/iaia-influencer-ai-creata-esperimento/ – Per capire meglio chi è che comanda davvero.

    https://ilrickyverso.it/volontariato-fiera-del-folpo-2025/ – Dove parliamo di vita vera, non di statistiche pompate.

  • Il giorno in cui la radio ha scelto il silenzio: addio a Rock’n’Roll Circus

    Il giorno in cui la radio ha scelto il silenzio: addio a Rock’n’Roll Circus

    Primo piano di un microfono vintage arrugginito e coperto di ragnatele in uno studio abbandonato. Sullo sfondo strumenti musicali lasciati a terra, tra cui una chitarra e un amplificatore con adesivo The Kinks, evocando il silenzio della radio e la fine di un’era musicale.

    La Rai cancella uno degli ultimi baluardi di musica raccontata. La scusa? “Budget”. La verità? Forse l’algoritmo é più “maneggiabile” del pensiero.

    C’è un momento preciso in cui ti accorgi che il futuro iperconnesso assomiglia sempre di più a un centro commerciale vuoto con la filodiffusione rotta.

    Quel momento è arrivato il 7 gennaio 2026. Mentre gli ascoltatori aspettavano il ritorno in onda di Rock’n’Roll Circus, Pier Ferrantini e Carolina Di Domenico ricevevano la comunicazione definitiva. Non era un “bentornati”, ma un “addio”.

    Il programma storico di Radio 2 è stato cancellato. Finito. Kaput.

    Senza preavviso, senza l’ultima puntata per salutare il pubblico, senza quel rispetto minimo che si deve a chi, per 13 anni, ha fatto servizio pubblico vero.

    “Motivi di budget”: la foglia di fico del nuovo millennio

    La motivazione ufficiale è quella che si usa quando non si ha il coraggio di argomentare le scelte editoriali: “problemi di budget”

    Una giustificazione che suona come un disco rotto.

    Pier Ferrantini, con un’eleganza rara (laddove molti avrebbero legittimamente alzato la voce), ha commentato a Fanpage:

    “Un vero e proprio fulmine a ciel sereno… Dubito fortemente che il nostro budget fosse tale da incidere in maniera significativa sui conti della radio… Avrei preferito sentirmi dire: ‘La vostra trasmissione non ci interessa più, vogliamo cambiare linea’”.

    Carolina Di Domenico e Pier Ferrantini, i conduttori di Rock’N’Roll Circus, programma storico di Rai Radio Due, chiuso senza preavviso dopo 13 anni.
    Fonte: Profilo Instagram ufficiale di Pier Ferrantini – Clicca per il post originale

    Invece no. La colpa pare sia dei soldi. Come se un programma notturno, fatto di passione e competenza, costasse quanto uno show di prima serata. La sensazione diffusa è che il “budget” sia l’alibi perfetto per coprire una scelta ben più grave: la rimozione del pensiero critico musicale (…e forse non solo musicale…)

    Playlist vs. Curatori: la sconfitta della cultura

    Guardando questa vicenda con occhio analitico, non sembra un caso isolato, ma un tassello di una strategia di impoverimento culturale più ampia.

    Al posto di Rock’n’Roll Circus non è stato annunciato un nuovo format con nuove voci e nuove idee. Al suo posto c’è una “colonna musicale”.

    Una playlist. Un algoritmo.

    La differenza è abissale.

    Un algoritmo ti dà quello che ti piace già. Ti tiene al caldo nella tua comfort zone, confermando i tuoi bias cognitivi.

    Un curatore umano, come Pier o Carolina, ti porta dove non sapevi di voler andare. Ti racconta perché quel pezzo degli Zen Circus ha senso dopo un brano dei Beatles. Ti offre un contesto, una storia, un’anima.

    Sostituire le persone con i file audio non è risparmio. È disinvestimento. È dichiarare implicitamente che la musica è solo “riempitivo” tra una pubblicità e l’altra, e non una forma d’arte che necessita di mediazione culturale.

    Il silenzio dei competenti

    Ferrantini ha centrato il punto focale: “Togliere quello spazio è una scelta gravissima per tutta una parte dell’industria musicale, oltre che per chi ama ascoltare musica diversa da quella che passa ovunque”.

    Spegnendo quel microfono, si toglie voce alla scena indipendente, a chi portava idee “non conformi”, a punti di vista alternativi. E la cosa peggiore è il modo: quel silenzio imposto, quel non permettere nemmeno un “grazie” finale on air. È il trionfo della burocrazia sull’emozione.

    Paradosso dei paradossi: io, paladino dell’IA che combatte una battaglia ormai personale per promuoverne un uso maturo e consapevole, mi trovo a difendere a spada tratta il fattore umano.

    Dovrei essere dalla parte dell’automazione, dell’efficienza, dei dati. E invece vi dico: teniamoci stretti gli umani che sanno raccontare storie. Difendete i programmi che hanno un’anima. Perché una playlist potrà anche essere tecnicamente perfetta, ma non avrà mai il cuore di chi vi augurava “buonanotte” dopo avervi fatto scoprire la canzone che vi avrebbe salvato la giornata.

    Se questo è il nuovo corso, ridateci le interferenze.

    Sé questa é la Rai del futuro, ridateci le radio Minerva degli anni ‘50.

    Ridateci l’imperfezione.

    Ridateci il Rock’n’Roll!

    Fonti:

    https://www.fanpage.it/cultura/polemiche-su-radio2-per-la-chiusura-di-rock-and-roll-circus-ferrantini-dicono-per-budget-ma-potevano-avvisarci/

    https://x.com/AndreaMefi4753/status/2010808023460298984

    https://www.zazoom.it/2026-01-13/polemiche-su-radio2-per-la-chiusura-di-rock-and-roll-circus-ferrantini-dicono-per-budget-ma-potevano-avvisarci/

  • Perché le salviette del bar ci odiano?

    Perché le salviette del bar ci odiano?

    Studio fenomenologico su come spalmare il problema invece di risolverlo.

    L’incidente

    Ti è successo. Succede a tutti.
    Mordi un krapfen alla crema con l’entusiasmo di un bambino e la coordinazione motoria di un bradipo ubriaco. Una goccia di crema — densa, dolce, letale — atterra sul tuo labbro.
    Il tuo cervello rettiliano invia il comando: “Emergency Protocol: Clean.”
    La tua mano afferra l’oggetto preposto allo scopo: il Tovagliolino da Bar 17×17. Quello che sta nel dispenser metallico a molla, pressato come un pendolare sulla metro B nell’ora di punta.

    Lo passi sulla macchia.
    E qui la fisica crolla.
    Invece di assorbire, il tovagliolo accelera. Invece di pulire, trascina.

    La macchia di 2 millimetri è ora una striscia di 15 centimetri che ti attraversa la guancia come una pittura di guerra fallita. Perché?

    L’Idrofobia Politica

    Ho portato un campione in laboratorio (cioè sul tavolo della cucina) per analizzarne la struttura.
    I dati sono sconcertanti. Quella che noi chiamiamo “carta” è in realtà un metamateriale composto da cellulosa trattata con le lacrime di chi non è stato richiamato dopo un colloquio.
    La sua caratteristica principale è la Superficie a Basso Attrito Morale.

    A differenza della carta da cucina (che ha fibre aperte, oneste, pronte ad accogliere l’errore), il tovagliolino da bar è calandrato (lucidato) a tal punto da diventare impermeabile alla realtà. È idrofobo. Ha paura dell’acqua.

    Un tovagliolo che ha paura dei liquidi è come un chitarrista metal che ha paura della distorsione: inutile!

    Cui Prodest?

    Non può essere un errore di design. Nessun ingegnere progetterebbe un oggetto assorbente che respinge i fluidi.
    Quindi, la domanda è: chi ci guadagna?

    1. La Lobby delle Lavanderie a Secco: È evidente. Il tovagliolino è progettato per deviare la macchia dalla pelle (lavabile) direttamente sul colletto della camicia (costoso). È un sistema di redistribuzione del PIL verso il settore tessile.
    2. Il Test di Turing Inverso: Forse sono test psicologici. I Poteri Forti ci guardano dalle telecamere di sicurezza mentre cerchiamo di pulire il caffè con un foglio di plastica rumorosa. Se ti arrendi dopo 3 secondi, sei un robot. Se continui a sfregare fino all’abrasione della pelle, sei umano (e stupido).
    3. La Teoria del Big Data: E se non fossero tovaglioli? E se quella superficie lucida fosse un supporto di memoria riscrivibile? Ogni volta che ti pulisci, lasci una traccia biologica. Stanno campionando il nostro DNA per clonare un esercito di consumatori perfetti che non si sporcano mai.

    La Verità!

    Togliamoci il cappello di stagnola per un secondo. La verità è più cinica del complotto.
    Quei tovaglioli sono monovelo, con grammature ridicole (18 g/m²). Sono fatti per costare frazioni di centesimo.

    La loro funzione non è pulire. La loro funzione è esserci.

    Sono l’equivalente fisico di un “Come stai?” detto da un conoscente che non ascolta la risposta. Sono pura etichetta. Servono a prendere il cornetto senza ungersi le dita, non a rimediare al disastro quando il cornetto esplode.

    La prossima volta che ne prendi uno e senti quel fruscio sintetico, sappilo: non stai impugnando uno strumento di pulizia. Stai impugnando una lezione di vita.
    Alcuni errori non si possono cancellare. Si possono solo spalmare meglio.

  • UMANI?

    Ritratto in bianco e nero split lighting, contrasto drammatico, riflessione su identità e umanità.

    Siamo Italiani. Siamo Americani. Francesi, Inglesi, Russi, Australiani, Congolesi, Israeliani, Palestinesi, Ukraini…

    Siamo atei. Siamo Cattolici. Ortodossi, Musulmani. Ebrei, Induisti, Buddisti…

    Siamo Bianchi. Siamo Neri. Gialli, rossi, mulatti…

    Siamo Fascisti. Siamo Comunisti. Repubblicani, Democratici, Liberali, Progressisti…

    MA UMANI?

    CE NE SONO?

  • Ho smesso di cercare le nuvole. Ho iniziato a respirarle.

    Siamo tutti ossessionati dal cercare “spazio”.

    Cerchiamo spazio sul cloud per le foto, spazio in agenda per gli appuntamenti che non vogliamo fare, spazio in casa per oggetti che non usiamo. Siamo diventati bravissimi a ottimizzare i vuoti.

    C’è solo un piccolo problema: nel frattempo, andiamo in apnea.

    Ho scritto questo nuovo brano, “LUNGS”, partendo proprio da questa sensazione di soffocamento digitale.

    Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme da questo venerdì, 9 gennaio, ma oggi volevo raccontarvi il perché, prima ancora del come.

    Quando le parole tolgono ossigeno

    A volte un testo è di troppo. Le parole definiscono, chiudono, recintano.

    Io avevo bisogno di “aria”. Volevo un brano che suonasse come una finestra spalancata all’improvviso in una stanza chiusa da giorni. E mi sono risuonate alcune note che avevo registrato tre anni fa, così, come piccolo esercizio stilistico.

    Ho preso la chitarra, ho cercato quel suono clean ma graffiante (un po’ alla Joe Satriani quando decide di essere melodico e meno alieno) e ho iniziato a farle risuonare con un’idea fissa: libertà.

    Niente muri di suono compressi, niente virtuosismi inutili. Solo note che hanno lo spazio fisico per espandersi.

    Perché un cubo e non due polmoni?

    Per la copertina avrei potuto scegliere la via facile: una foto stock di un cielo azzurro, o peggio, un’illustrazione anatomica di due polmoni (che avrebbe fatto molto reparto di pneumologia, diciamocelo).

    Invece ho scelto un cubo.

    Guardatela bene. C’è una nuvola intrappolata – o forse generata – da un solido perfetto. È la sintesi della nostra condizione: la nostra libertà (le nuvole) oggi vive spesso dentro scatole digitali (il cubo, lo schermo, il server).

    Ma la musica ha questo potere strano: se è sincera, rompe la geometria. Esce dai bordi.

    ⏳ Un appuntamento con il tuo ossigeno

    LUNGS” è un esercizio di respirazione di 3 minuti che si é sbloccato stamattina.

    Cuffie, occhi chiusi, play.

    👇 Ascolta “LUNGS” nella tua App musicale preferita (Spotify, Apple Music, YouTube ecc)):

    P.S. Quando il mondo corre, noi ci fermeremo a respirare. Ci state?

  • Protocollo Befana 2026: Avena, Colesterolo e Fantasmini

    Smartphone con schermo unto di ditate e bicchiere di latte d'avena su tavolo di legno per la Befana

    Sono le 20:38 del 5 Gennaio. Mentre il mondo si aspetta il carbone, io cerco di negoziare con dolcezza.

    Quest’anno niente richieste impossibili, ho scritto una lettera semiseria alla Befana perché, ammettiamolo, anche lei avrà i suoi acciacchi…

    Cara Befana

    Visto che stanotte dovrai lavorare molto, ho pensato di prepararti un bel dolce al posto dei classici biscotti o mandarini.

    Ti chiedo scusa per il latte, spero ti piaccia quello d’avena che bevo di solito… purtroppo quello vaccino non lo digerisco.
    Ti preparerei un the caldo ma non so a che ora arriverai, ho paura che si freddi.
    Se invece preferisci un succo di frutta, apri pure lo stipite della credenza e serviti a tuo gusto.

    Ah, nel dolce c’è pochissimo burro e zucchero q.b.! Immagino che data l’età tu debba tenere sotto controllo il colesterolo e risparmiare qualcosa con il dentista.
    Ehmmm… no, no sto insinuando che tu sia vecchia!!! Ma molto saggia
    😅

    Non ho trovato tra le mie calze una abbastanza grande, per cui ho appeso 10 fantasmini: spero non rechi disagio o lavoro extra.

    Ora vado a leccarmi le mani… e anche il telefono 😅
    Dovevo lavarmi le mani e poi scriverti la letterina, ma devo aver fatto confusione
    🤷🏻‍♂️

    Cordialità e buon appetito!

  • Nabana: Ridere del declino (e perché i “migliori” non ci piacciono più)

    Poster dello spettacolo Nabana di Angelo Pintus

    Ieri sera sono stato al Gran Teatro Geox a vedere Nabana di Angelo Pintus . E vi dico subito una cosa: se cercate la carezza, state a casa. Pintus non accarezza, schiaffeggia. Ma sono quegli schiaffi che ti svegliano dal torpore del “politicamente corretto” che ci sta soffocando tutti.

    Lo spettacolo è un viaggio cinico, al limite dell’insulto, nelle storture di un mondo che non sa più ridere di se stesso. Ma la vera magia non è la cattiveria, è l’umanità. C’è qualcosa di liberatorio nel vedere un uomo sul palco che smonta, pezzo dopo pezzo, il mito dell’eterna giovinezza e della perfezione social.

    L’arte di invecchiare male (ma ridendo)

    C’è una dolcezza crudele nel modo in cui Pintus racconta i 50 anni. I dolori fisici, le visite mediche imbarazzanti, il corpo che ti tradisce proprio quando la testa pensa di essere ancora quella di un ventenne. Abbiamo riso fino alle lacrime, ma sotto sotto, in platea, si sentiva quel brivido di riconoscimento collettivo. Quella “piccola grande tristezza” che ci accomuna tutti: la consapevolezza che siamo fragili. E ridere di questa fragilità è forse l’unica forma di immortalità che ci possiamo permettere.

    La frase che mi porto a casa

    Tra una gag sui boomer e una sulle ipocrisie sociali, Pintus ha sganciato la bomba. Una frase riferita ai politici, ma che vale per chiunque si erga a moralizzatore sui social, in politica o nella vita:

    “Se ti poni come ‘migliore’, devi essere inattaccabile. Altrimenti sei solo imbarazzante.”

    Ecco, il punto è tutto qui. Viviamo in un’epoca di “migliori” autoproclamati, di gente che ti spiega come vivere, come pensare, come parlare. Ma appena gratti la superficie, trovi le stesse miserie di tutti gli altri. Pintus ci ricorda che l’unica postura onesta è quella dell’imperfetto.
    Se avete l’occasione, andateci. Non per “divertirvi” nel senso leggero del termine, ma per fare, ridendo, un bagno di realtà. Ne uscirete un po’ più vecchi, forse, ma decisamente meno soli.

  • Resoconto 2025 (tre giorni dopo, quando tutti hanno già finito)

    Illustrazione stile fumetto del volto di Ricky Guariento con la testa aperta da cui esplode un caos creativo colorato: chitarra elettrica, dischi in vinile, fogli di appunti, codice binario verde stile Matrix e un avatar digitale luminoso al computer. Sfondo scuro grunge.

    Cronache di un anno passato a cercare di svuotare la testa senza riuscirci

    Sì, lo so. Sono in ritardo. Tutti hanno già fatto il loro bel resoconto lacrimoso del 2025, corredato di emoji cuore, “grateful” ogni due parole e obiettivi 2026 scritti come se fossero il discorso di un life coach su Netflix.

    Beati loro. Il mio 2025 è stato diverso. È stato il risultato di una condizione cronica: ho talmente tanto casino in testa che fare una cosa sola non mi basta. E guardandomi indietro all’anno appena passato ho avuto un senso di vertigine.

    Se mi fermo, il cervello continua a girare a vuoto. Quindi devo creare. Devo scrivere, suonare, disegnare, programmare. Non è solo “produttività”, è sopravvivenza mentale.

    Ecco cosa succede quando non sai stare fermo per un anno intero.

    IL RICKYVERSO: L’ORIGINE DEL DELIRIO

    Il blog è nato per cercare di mettere ordine. O meglio, per contenere l’esondazione.

    Tutto è partito da alcune vignette disegnate per sfogare il fastidio verso la “cultura della performance” sui social. Quella gente che ti spiega come vivere, come fatturare, come essere felice in tre step. Il RickyVerso è diventato un luogo di resistenza all’Algoritmo. Un posto dove raccolgo la mia vita creativa senza dover chiedere permesso a Zuckerberg o a TikTok. Qui dentro ci finisce tutto quello che altrimenti mi intaserebbe la RAM cerebrale. Un universo parallelo fatto di:

    A) MUSICA: QUANDO UNA BAND NON BASTA

    La musica è forse la parte più ingombrante del mio caos. Nel 2025 non sono riuscito a mantenere una linea coerente, quindi ho semplicemente seguito tutte le direzioni possibili contemporaneamente.

    1. Ricky Guariento (Solista)

    Qui faccio quello che voglio, senza compromessi.
    • “Lost In Flamenco”: Prog-rock e chitarra andalusa. Perché scegliere?
    • “When A Rose Turns To Dust”: Una deriva dark e romantica.
    • “26 Rails” (Parte I e II): Un doppio album concept. 13 + 13 brani. Un disco solo era troppo poco per contenere la storia.
    • “Il Funk del Banco Frigo”: Sì, esiste. No, non chiedetemi perché.

    2. 80 Hundred Miles

    Progetto condiviso con Michiko, Michal, Nguyet e Cody. Abbiamo buttato fuori:
    • “Letter To Elon”: Una missiva sonora per Musk.
    • “Chaos King”: si, parla proprio di Lui. Chi altri sennò?

    3. Cohors Petrae

    Il progetto condiviso nato per portare la musica di ispirazione sacra ad un nuovo linguaggio, in cui la Parola si fa Testo e il Rock si fa mezzo.

    • “Sette Giorni”: La Settimana Santa in musica.
    • “Natus Est”: Un concept sulla Messa di Natale. Rock, Prog, Metal. Italiano e Latino.

    4. Symphonic Reverie

    Con Michiko alla batteria, abbiamo fatto breccia in Germania e Nord Europa, con un brano che va contro tutte le regole dell’industria musicale moderna. Evidentemente il nostro caos Italo-Giapponese risuona bene con l’ordine teutonico.

    B) PENSIERI E PAROLE IN LIBERTÀ

    Scrivere è l’altro modo per abbassare il rumore di fondo. Sul blog ho riversato di tutto:

    • Riflessioni quotidiane che rischiavano di andare perse.
    • I miei sogni (spesso più assurdi della realtà).
    • Racconti di vita vissuta.

    Nessun piano editoriale, nessuna strategia SEO studiata a tavolino. Solo l’esigenza di fissare i pensieri prima che evaporassero o venissero sovrascritti da quelli nuovi.

    C) IAIA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

    Come se la mia intelligenza naturale non facesse già abbastanza casino, ho deciso di giocarmi anche quella artificiale.

    Ho creato IAIA, la mia influencer AI personale, e ho passato l’anno a sperimentare con questa tecnologia.

    Volevo capire se l’IA ci aiuterà o ci distruggerà. Spoiler: non l’ho ancora capito, ma nel dubbio continuo a usarla per generare cose, immagini, suoni. E nel mio piccolo, a battermi per un uso corretto di questo strumento spettacolare. È un amplificatore di creatività (e di caos) incredibile.

    D) IMMAGINI: LO SGUARDO SUGLI ALTRI

    La Fotografia è un’altra delle mie grandi passioni. Fotografare sconosciuti, catturare dettagli, rubare attimi. È la sezione visiva del blog. A volte le parole e la musica non arrivano dove arriva un’immagine. Anche questo è un pezzo del puzzle, un altro modo di cercare bellezza in mezzo al rumore bianco della quotidianità.

    E) VIGNETTE: LA MIA FACCIA (DISEGNATA)

    Le vignette del RickyVerso sono la sintesi finale. Un mondo Comics dove i personaggi sono ispirati alla mia vita reale, trasformati in linee e colori. È l’unico posto dove ho davvero l’ultima parola su tutto.

    2026: SPOILER ALERT (MA NON TROPPO)

    Non faccio promesse da life coach. Non scriverò una lista di obiettivi SMART con deadline e KPI.
    Quello che posso dire è che il RickyVerso continua. La musica continua. I progetti con l’IA continuano. Le vignette continuano.

    E se tutto va bene, nel 2026 si vedranno alcune delle cose seminate nel 2025 germogliare in modi che nemmeno io prevedo ancora. Magari anche… live…

    Ma per ora, è tutto.
    Resoconto fatto. Tre giorni dopo. Come piace a me.

    Buon 2026! Si salvi chi può!

    p.s.: ho anche cambiato casa e affrontato due traslochi… ma questa è un’altra storia…