La musica di protesta è morta. Viva la musica di protesta.
(Ovvero: come abbiamo venduto la rabbia a rate, e chi si è rifiutato di firmare)
🎵 Se vuoi ascoltare mentre leggi, qui trovi la playlist di 10 brani storici.
Partiamo da una verità scomoda: la musica di protesta non è morta. Si è solo camuffata così bene da sembrare morta, e noi abbiamo abboccato come pesci.
Per decenni abbiamo creduto alla favola del rock ribelle. La chitarra distorta come atto di guerra. I capelli lunghi come manifesto politico. I concerti come assemblee di popolo. Poi, con la silenziosa efficienza di chi sa fare il proprio lavoro, l’industria discografica ha preso quella rabbia, l’ha confezionata in un disco da 9,99 euro, ci ha costruito sopra un tour mondiale con gli stadi esauriti e una linea di felpe in edizione limitata. La rivoluzione, a quanto pare, ha bisogno di merchandise.
Ci siamo bevuti tutto.
Il rap era la riserva. Poi hanno scoperto che anche lei era pescosa.
Quando il rock è stato addomesticato, molti di noi hanno guardato verso il rap come l’ultima frontiera. E per un po’ lo era davvero: niente chitarre da arena, solo rime che sputavano addosso verità su razzismo, polizia, povertà, periferie dimenticate. Una cronaca dal basso, brutale e necessaria, che nessun quotidiano mainstream avrebbe mai pubblicato in prima pagina.
Poi è successa una cosa: alcuni di quelli che cantavano “fuck the system” hanno scoperto che il “system” paga molto bene. E allora il baricentro si è spostato, lentamente, quasi impercettibilmente. La rabbia è rimasta — ma ora è diretta verso il tizio che si è permesso di guardarti il Rolex nel modo sbagliato. La denuncia sociale si è trasformata in flex. Le donne, che prima erano compagne di lotta nelle strofe, sono tornate ad essere arredamento nel video. Il cerchio si è chiuso.
Non sto dicendo che tutti i rapper siano diventati cialtroni in leasing. Sto dicendo che i cialtroni sono diventati i più visibili, e che l’algoritmo, nella sua infinita saggezza, ha deciso che le loro canzoni meritano più stream di qualunque cosa abbia qualcosa da dire.
2020: la fiamma che nessuno ha saputo tenere accesa
C’è stato un momento, nel 2020, in cui sembrava che qualcosa stesse per succedere davvero. Le piazze americane in fiamme dopo l’uccisione di George Floyd, una valanga di brani nati in settimane, quasi in diretta — hip hop, R&B, jazz, elettronica che per una volta parlavano la stessa lingua: quella della rabbia legittima. Radio pubbliche hanno tracciato vere e proprie timeline di canzoni di protesta pubblicate in risposta a quei giorni.
Per qualche settimana è sembrato che la musica avesse recuperato la sua funzione più antica: essere la voce di chi non ha un microfono istituzionale.
Poi le piattaforme hanno aggiornato l’algoritmo, il ciclo di notizie è andato avanti, e la playlist “Black Lives Matter” è finita nella sezione “archivio” accanto a quelle di Natale del 2018. Non perché la rabbia fosse falsa. Ma perché il sistema è bravissimo ad assorbire gli urti senza spostarsi di un millimetro.
Esiste ancora, ma si è nascosta nei posti che non guarda nessuno
Detto questo, la musica di protesta c’è. Non è una consolazione: è un fatto.
C’è chi scrive interi album sul collasso climatico, non come metafora vaga ma come requisitoria precisa contro chi sa e sceglie di non fare. Esiste poi un canone femminista enorme, fatto di inni che vanno dai canti delle suffragette ai brani contro il femminicidio di adesso, riproposti nelle piazze, ricondivisi sui social, usati come colonne sonore di manifestazioni in cui si cammina con la rabbia giusta. C’è persino un filone preciso di rap antifascista italiano, che non è nostalgia da centri sociali anni Novanta ma narrazione contemporanea di chi i fascismi nuovi li ha incontrati davvero.
In Italia poi c’è una storia stratificata che molti fanno finta di non sapere: dai canti anarchici pre-fascisti, ai canti partigiani, alle operaie e mondine che mettevano in musica sfruttamento e violenza molto prima che qualcuno inventasse il termine “cantautore impegnato”. Alcune di quelle canzoni stanno tornando in circolazione online, riscoperte da collettivi femministi che le usano come ponti tra passato e presente.
Il problema non è che non esista. Il problema è che non viene trovata da chi non la cerca.
E noi, ormai, siamo abituati che sia tutto già curato dalla For You page.
La questione degli specchi rotti
C’è un’altra cosa che pochi ammettono: parte del vuoto che percepiamo nasce dal fatto che il rock ci aveva convinto che la protesta dovesse avere una forma precisa. Chitarre, stadio, pubblico che alza il pugno. Un’estetica riconoscibile, quasi consolatoria. Un eroe identificabile con la t-shirt giusta.
Oggi quella forma è in pezzi. Non c’è un Dylan del 2025 certificato da tutti, non c’è un gruppo con la credenziale ufficiale di “ribelli autentici”. Ci sono decine di micro-scene che parlano a comunità diverse — ambientalisti, femministe, collettivi antirazzisti, comunità di diaspora, spazi sociali sparsi — e spesso non si parlano nemmeno tra loro.
Può sembrare debolezza. Io la chiamo resistenza capillare. Che è l’unico tipo di resistenza che il sistema ha davvero faticato a comprare, perché non sa da chi comprare i diritti.
E poi ci sono le briciole rumorose
Qui potrei fare il modesto e non citarmi. Ma di fronte alle ingiustizie e alla deriva, non ci riesco! E’ più forte di me.
Con gli 80 HUNDRED MILES affrontiamo violenza sulle donne, alienazione dei social, il potere di chi siede sui troni senza mai averli guadagnati. Siamo un gruppo diffuso, geograficamente disperso, con zero probabilità di finire in una playlist editoriale di Spotify a meno di un miracolo laico. Eppure ogni brano che scriviamo su quei temi è, in piccolo, lo stesso gesto che ha fatto qualcuno nel 1968 con una chitarra acustica in un cortile universitario. La scala è diversa. L’intenzione no.
Il punto non è la dimensione. È il rifiuto di fingere che le cose vadano bene quando non vanno bene.
E in un panorama in cui la tendenza dominante — anche nella musica cosiddetta “alternativa” — è estetizzare il malessere senza nominarne le cause, nominare le cause è già un atto di disturbo.
Quindi?
La musica di protesta è morta solo se pensi che debba avere il corpo del rock degli anni Settanta, la cattiveria del primo Public Enemy e un contratto con una major credibile. Se allarghi lo sguardo, la vedi ovunque: nei collettivi corali che cantano davanti ai parlamenti per il clima, nelle playlist femministe che girano su WhatsApp tra sopravvissute, nei rapper antifascisti che escono su Bandcamp e non su Amazon Music, nei gruppi diffusi che fanno prog metal su violenza di genere senza chiedere il permesso a nessuno.
Non è confortante come risposta, lo so. Sarebbe stato più bello dirti che c’è un nuovo movimento, un nuovo genere, una nuova band che sta per cambiare tutto. Ma il 2026 non funziona così, e non guardare alla realtà non è nel mio stile — né nel tuo che mi leggi.
La protesta c’è. Si è solo rifiutata di fare il casting.
⸻
Se hai trovato qualcosa che suona vero in questo post, forse è perché anche tu, ogni tanto, cerchi la bellezza nei posti dove non dovrebbe esserci — e ci trovi anche un bel po’ di giusta rabbia.
I 10 BRANI DI PROTESTA PIU’ FAMOSI
Billie Holiday — Strange Fruit (1939)
Tema: razzismo, linciaggi, America del Sud
Prima che esistesse il termine “canzone di protesta”, esisteva già questa. Una piantagione. Dei corpi appesi agli alberi. Una voce che li descrive con la calma di chi sa che il vero orrore non ha bisogno di urla. Holiday la cantava alla fine dei suoi set, con le luci spente. Niente encore. Niente applausi chiesti. Semplicemente usciva.
Effetto collaterale garantito: capisci che certe cose non sono cambiate abbastanza.
Bob Dylan — Blowin’ in the Wind (1963)
Tema: guerra, pace, diritti civili
Tre minuti e dodici secondi. Una chitarra. Nove domande retoriche a cui nessuno aveva ancora risposto nel 1963, e molte delle quali restano senza risposta adesso. Il trucco di Dylan: non dare la risposta. Lasciarla lì, a soffiare nel vento. Così ognuno deve portarsela a casa e fare i conti da solo.
Fastidiosissimo. Geniale.
Sam Cooke — A Change Is Gonna Come (1964)
Tema: diritti civili, America nera, speranza
Cooke la scrisse dopo essere stato cacciato da un hotel per bianchi. La pubblicò sapendo che rischiava. Pochi mesi dopo era morto, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite. La canzone parla di cambiamento, ma è intrisa della consapevolezza che il cambiamento può costarti tutto.
La speranza più pesante che abbiate mai sentito cantare.
Fabrizio De André — La guerra di Piero (1964)
Tema: guerra, follia militare, inutilità della morte
L’Italia ha avuto la sua voce di protesta, e si chiamava Faber. Un soldato che muore ammazzando un nemico che non conosce, su un campo di battaglia di cui non capisce il senso. De André lo racconta in ottave medievaleggianti, con la grazia di chi sa che il sarcasmo applicato alla morte è la forma più alta di rispetto per chi muore.
Settant’anni dopo, continua a essere più attuale di qualsiasi notiziario.
Creedence Clearwater Revival — Fortunate Son (1969)
Tema: Vietnam, disuguaglianza di classe, chi va in guerra e chi no
Tre minuti di rock che spiegano meglio di qualsiasi saggio sociologico come funziona la guerra: ci vanno quelli che non possono permettersi di non andarci. I figli dei senatori, dei generali e degli industriali stavano a casa. Gli altri no. John Fogerty lo urla come se avesse una scadenza.
Spoiler: quella scadenza era “prima che fosse troppo tardi”. Era già troppo tardi.
Marvin Gaye — What’s Going On (1971)
Tema: Vietnam, brutalità della polizia, fratricidio americano
Nasce dopo che un membro dei Four Tops testimonia in prima persona una carica della polizia su manifestanti pacifisti. Gaye la prende, la trasforma in una preghiera laica, e la pubblica contro il volere della Motown che non voleva “politicizzare” il catalogo. Vendette milioni di copie. La Motown incassò in silenzio.
Morale: anche le etichette discografiche imparano, lentamente, chi ha ragione.
Grandmaster Flash & The Furious Five — The Message (1982)
Tema: povertà urbana, criminalità sistemica, degrado delle periferie
“It’s like a jungle sometimes / It makes me wonder how I keep from going under.” Prima che il rap diventasse un affare per neri arricchiti.
N.W.A. — Fuck Tha Police (1988)
Tema: brutalità poliziesca, razzismo istituzionale
Il titolo è già il manifesto. Niente metafore, niente giri di parole: cinque ragazzi neri di Compton che mettono la polizia americana sotto processo con rime così dirette da far aprire un’indagine dell’FBI sul brano. Il Governo degli Stati Uniti scrisse letteralmente una lettera alla casa discografica per “segnalare” il pezzo. Non esiste pubblicità migliore — e non esiste prova più chiara che la musica può fare paura a chi ha davvero il potere.
Il disturbatore disturbato: quando lo Stato teme un disco, il disco ha già vinto.
Rage Against The Machine — Killing In The Name (1992)
Tema: razzismo istituzionale, complicità del potere, disobbedienza civile
Scritta dopo le violenze della polizia su Rodney King e le rivolte di Los Angeles, ha superato un miliardo di stream su Spotify nel 2025 — il che dimostra che la rabbia giusta non scade. Tom Morello, il chitarrista, ha commentato ringraziando “chi l’ha ascoltata, chi l’ha odiata, e chi l’ha apprezzata senza capirla”. Quell’ultima categoria è, probabilmente, la più numerosa.
Curiosità: nel 2009 vinse il Christmas number one britannico grazie a una campagna social contro il meccanismo del talent show. La protesta, a volte, è anche divertente.
Childish Gambino — This Is America (2018)
Tema: violenza delle armi, razzismo, distrazione di massa
Tre minuti e quarantacinque secondi che cambiano registro ogni volta che non te lo aspetti — gospel, trap, chaos — mentre il video costruisce una delle immagini più potenti del decennio: un uomo che balla mentre il mondo brucia alle sue spalle. Non ha bisogno di spiegazioni. Ha bisogno di attenzione. Che è esattamente il punto: in America è più facile ballare che guardare cosa succede fuori dall’inquadratura.
Fine playlist. Adesso hai settanta anni di protesta in dieci tracce. Premi play e poi dimmi che la musica non serve a niente.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
