Il Narcobaleno
L’odore dell’asfalto bagnato mi è sempre piaciuto. Sa di tregua. Quella sera, però, nell’aria c’era qualcosa di strano: un sentore di ozono metallico, come se un fulmine si fosse incastrato tra i palazzi della periferia e stesse lentamente andando a male.
L’ho visto vicino al traliccio della tangenziale, afflosciato contro il cemento scrostato.
A prima vista sembrava un’allucinazione collettiva condensata. Un’impalcatura di luce asimmetrica, sghemba, con i colori che perdevano saturazione e colavano verso terra come vernice al neon su un muro caldo. Il rosso e il giallo si mescolavano in un arancione malaticcio, mentre l’indaco sembrava aver rinunciato del tutto a manifestarsi. Al centro del suo arco brillavano due occhi socchiusi, circondati da un lieve alone rossastro, che fissavano il vuoto con la stanchezza di chi non dorme da tre secoli.
Mi sono fermato, con le mani in tasca, senza sapere bene cosa dire. In genere, quando vedi un arcobaleno, chiami qualcuno. In quel momento, io avrei voluto chiamare un’ambulanza. O l’Antidoping. Era chiaro che mi trovavo di fronte al primo caso al mondo di… Narcobaleno!
«Hai da accendere?» gracchiò. La voce era un fruscio di elettricità statica.
«Non fumo,» risposi, avvicinandomi di un passo. «E non credo che la luce rifratta abbia polmoni.»
«Spiritoso,» sbuffò. Tirò su col naso — se di naso si poteva parlare — inalando da un lembo di nuvola una polverina scintillante che puzzava di cometa bruciata. I suoi colori ebbero un fremito, riaccendendosi per una frazione di secondo prima di tornare opachi.
Mi guardò. «Non giudicarmi, umano. Tu non hai la più pallida idea di quanto sia difficile fare il mio fottuto lavoro, oggigiorno.»
«Il tuo lavoro? Essere… un fenomeno meteorologico?»
«Sì, certo. “Il fenomeno meteorologico”. È così che vi piace chiamarmi da quando avete smesso di guardare in alto.» Sputò fuori, facendo cadere una goccia di viola sul marciapiede, che sfrigolò. «Io sono nato per un’altra cosa. Il mio contratto a tempo indeterminato con l’Altissimo parla chiaro: Rappresentanza del Sereno. Speranza in formato ottico. Ma voi mi state uccidendo.»
Si lasciò scivolare lungo il traliccio, fino a toccare quasi terra.
«Rodari diceva: Un arcobaleno senza tempesta, questa sì che sarebbe una festa. Geniale, davvero. Ma la verità, amico mio, è che oggi ci sono solo tempeste. Una volta mi bastava apparire dopo un temporale estivo e la gente mi dedicava sonetti, o mi indicava ai bambini. Ieri mi hanno mandato in Medio Oriente.»
Si fermò, inalando un’altra presa di quella polvere astrale che gli sporcava il magenta.
«Ero bellissimo. Mi sono innalzato in tutta la mia gloria sopra un cumulo di macerie fumanti. Volevo fare il mio dovere: portare la speranza. Sai cos’hanno fatto i bambini? Sono scappati urlando nei rifugi. Pensavano fossi una nuova arma chimica. Pensavano che il cielo volesse ucciderli di nuovo.»
Restai in silenzio. Il ronzio dei lampioni sopra di noi sembrava l’unico suono rimasto al mondo.
«È per questo che usi… quella roba?» gli chiesi, indicando la polvere cosmica.
«Anelli di Saturno tritati, mescolati con un po’ di vuoto interstellare,» sussurrò. «Mi serve per anestetizzarmi. L’anno scorso, in un paese dell’Est, un dittatore in divisa ha mandato in onda un proclama dicendo che i miei colori erano un “simbolo di debolezza”. Hanno sparato missili terra-aria contro di me. Contraerea contro l’umidità! E quando appaio qui, in Occidente, dopo che un’alluvione si è portata via mezza regione? La gente è troppo impegnata a spalare fango per ricordarsi che il cielo esiste. Quando sei circondato dalla rovina, i miei colori sono un insulto. Sono costretto a doparmi per non piangere, umano. Perché se piango, ricomincia a piovere. E non se lo può permettere più nessuno.»
Il Narcobaleno chiuse gli occhi. L’arco stava perdendo consistenza, diventando trasparente. Stava svanendo. Il peso di essere il ponte tra la miseria degli uomini e la promessa di Dio lo aveva schiacciato.
«Quindi è finita?» chiesi, con un nodo alla gola che non mi aspettavo. «Ti dimetti? Molliamo tutto al grigio?»
Lui riaprì un occhio. Tremolava, instabile.
«Lo stesso Rodari diceva che la fantasia non è una via di fuga, ma uno strumento per trasformare la realtà.» Sorrise, un sorriso sbilenco e malinconico che sapeva di stanchezza infinita. «E poi, stamattina, a Kiev. C’era questa ragazzina. Aveva perso le scarpe. Si stava stringendo dentro un cappotto troppo grande, davanti a un palazzo sventrato. Mi ha visto. Ha tirato la manica di sua madre, ha alzato un dito sporco di terra verso di me e… ha sorriso. Tre secondi. Tre fottutissimi secondi di pace dentro l’inferno.»
Il Narcobaleno si raddrizzò per un istante, e per una frazione di secondo vidi l’imponenza primordiale della prima alba del mondo.
«Finché c’è anche solo uno di voi fessi disposto a sorridere guardando della stupida luce rifratta… io devo timbrare il cartellino. A domani, umano. Non dimenticarti di guardare in su.»
E sparì.
Rimasi solo nel parcheggio, con le mani in tasca e i piedi nell’acqua.
Non avevo niente per cui sorridere, quella sera. Eppure, incamminandomi verso casa, mi accorsi che non stavo più guardando le pozzanghere.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
