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Il fuoco della brace che brucia l’egoismo: il volontariato come antidoto all’indifferenza

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Un racconto di volontariato in parrocchia, tra supermercati ostili e griglie accese.

Faccio fatica a capire. O forse, più onestamente, mi rifiuto di considerare normale ciò che normale non è.

Ci sono giorni in cui lo scollamento dalla realtà mi si appiccica addosso come una cosa fisica, pesante come piombo sulle spalle. Cammino, guardo i dettagli minimi della vita ordinaria, leggo le notizie, e mi ritrovo disarmato davanti a una cecità collettiva che sembra irreversibile. Me lo chiedo sul serio, nelle sere peggiori: come fanno a non accorgersene? Come fanno a tirare dritto, scrollando le spalle, perfettamente assuefatti all’assurdo? E se fossi io quello che sbaglia?

La miopia del carrello e le macerie del mondo

Mi fa girare la testa la sproporzione. Si bruciano migliaia di miliardi di dollari per alimentare server colossali, per addestrare macchine che sfornano illusioni sintetiche e simulano conversazioni, mentre intere popolazioni raschiano il fondo di ciotole vuote. Al timone delle nazioni siedono vecchi corrotti fino alla radice, spaventati dalla propria fine, che giocano a dadi con il sangue altrui. Già questo basterebbe a far scattare in me una ribellione morale.

Ma il veleno non resta nelle stanze dei bottoni. Cola giù, goccia dopo goccia, fino ai gesti più piccoli.

Mi capita in una corsia di supermercato qualunque: un carrello piantato di traverso, abbandonato da qualcuno che fissa il telefono con lo sguardo vitreo. Chiedo «Permesso, per cortesia?», con tono calmo. Non pretendo un inchino, mi basterebbe un passo indietro o un «scusi». Ricevo invece uno sguardo incattivito, una risposta stizzita, come se avessi offeso qualcuno chiedendo un briciolo di spazio comune. E per tutto il resto della spesa mi porto dietro un fastidio che non è nemmeno rabbia. È più simile alla tristezza.

Oppure all’isola ecologica del condominio, dove uno scarica la sua spazzatura nei cassonetti privati. Mi avvicino e chiedo spiegazioni, ancora convinto che esista un confine condiviso tra ciò che è tuo, ciò che è mio e ciò che è di tutti. Mi arriva addosso, secco, con la mascella contratta del bullo improvvisato: «Fatti i cazzi tuoi».

In quel ringhio c’è l’individualismo al suo stadio terminale. L’altro non è più un simile, è un ostacolo da rimuovere o un bersaglio da intimorire. E io torno a casa con la sensazione di essere rimasto l’ultimo a credere in una regola che nessuno ricorda più.

Il volontariato in parrocchia: la trincea della brace al Ranch

Poi, per fortuna, la realtà ha ancora gli anticorpi.

Ieri a Noventa Padovana è cominciata la Sagra del Folpo. Purtroppo è iniziata senza di me. Ma da stasera, per cinque giorni, il mio posto sarà dietro le griglie del Ranch, la storica bettola della nostra parrocchia. Se non ho fatto male i conti, è mia ventiquattresima volta: l’anno prossimo festeggio! Quando sono arrivato ero “il moroso di Elisa”, ora chiedete pure di Ricky.

Niente schermi, niente algoritmi, niente prediche da salotto. Solo calore implacabile, fumo che si attacca ai vestiti e alla pelle fino a far lacrimare gli occhi, carne che sfrigola, polenta calda a ritmo continuo. Per giorni, dopo, mi porto addosso quell’odore: lo ritrovo sulla barba, nella giacca, nei cuscini.

Siamo in decine là dentro. Età lontane, mestieri diversi, idee politiche opposte, caratteri spigolosi. Gente abituata a decidere e a non indietreggiare di un millimetro. C’è il dirigente, la dottoressa, il pensionato, il poliziotto, la casalinga, la studentessa, l’operaio, il ragazzino delle scuole medie. Appena si allacciano i grembiuli, l’ego fa un passo indietro e svanisce tra i vapori della cucina. Ti metti a disposizione di qualcosa più grande di te: la comunità, le attività per i ragazzi, la vita del nostro paese. Si fatica insieme, si suda insieme, ci si consuma la schiena per ore sulle assi di legno. E nessuno prende un centesimo.

Gruppi di volontari in servizio alla Bettola Ranch, alla Sagra del Folpo di Noventa Padovana. I Volontari delle Griglie
Solo alcuni dei numerosi volontari e volontarie della bettola Ranch

Il fumo che rimette a posto le cose

Lì dentro il cinismo del mondo resta fuori dalla porta. Se a qualcuno sfugge una teglia, altre quattro braccia scattano a sorreggerla. Se la comanda esplode e la fila preme, ci guardiamo negli occhi, stringiamo i denti e raddoppiamo il ritmo, gomito a gomito.

Al Ranch nessuno dice a un compagno di farsi i fatti suoi. La fatica dell’altro diventa subito la tua, e io, che fuori faccio fatica a fidarmi, qui mi fido senza pensarci.

Il volontariato in parrocchia non raddrizza la geopolitica girando braciole con un paio di pinze. Lo so. Eppure, in mezzo a quel fumo, mi si rimettono in asse i fondamentali. Mi ricordo che una postura umana diversa è ancora praticabile: tangibile come il ferro arroventato, solida come la legna che scoppietta, reale come una pacca sulla spalla a fine turno e il piatto di trippa all’una di notte. Stasera si comincia. La brace prenderà fuoco, le braccia faranno male e tornerò a casa a notte fonda con il profumo di grasso tra i peli della barba. Va bene così.

Cerco la bellezza, ovunque. E quando attorno trovo solo macerie e carrelli di traverso, vado ad accendere il fuoco con chi sa ancora costruire comunità.

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PARROCHIA NOVENTA – BETTOLA RANCH

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