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Il punto di un hobby è farlo

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Ovvero: perché Zuckerberg & C. non sanno vivere

C’è un paradosso sottile, e un filo comico, nell’ultima ondata promozionale dei giganti della tecnologia. Ci presentano gli “agenti” intelligenti, software autonomi come Muse di Meta o il recentissimo Dots di Open AI, con la promessa di liberarci finalmente dalla tirannia delle piccole incombenze quotidiane. Prenoteranno i nostri voli, faranno la spesa online al posto nostro, iscriveranno i figli ai tornei di basket mentre noi sorseggiamo un drink a una festa. La vita, si sa, è quella cosa che avviene negli intervalli tra una commissione e l’altra, e va protetta a ogni costo dalle commissioni.

L’assunto di fondo è chiaro: ogni minuto della giornata che contiene un’azione pratica è tempo buttato. Una frizione fastidiosa da piallare via con una riga di codice.

A dircelo è gente che ha fatto della vita degli altri un prodotto e della propria un caso di studio. È facile considerare la spesa un difetto di progettazione dell’esistenza quando si è abbastanza ricchi da non farla più da un pezzo.

Peccato che il presupposto sia una colossale bugia: che gli esseri umani abbiano come scopo ultimo l’efficienza industriale. Come se alla nascita, insieme al certificato, ci avessero consegnato un KPI.

Noi non siamo macchine progettate per massimizzare la produttività personale. Vogliamo essere incuriositi, coinvolti, intrattenuti. Vogliamo toccare le cose. Quando pianifico un viaggio, la caccia alla coincidenza ferroviaria, la scoperta di un vicolo sconosciuto su una mappa stropicciata, la scelta della camera giusta sono già il viaggio. Delegare tutto a un algoritmo asettico è come ingoiare una pillola vitaminica invece di sedersi davanti a un piatto di tagliatelle al ragù che borbotta da quattro ore. Tecnicamente ti nutri. Praticamente non mangi.

Ricetta per l’efficienza (ingredienti: zero tempo, zero gusto)

Il cortocircuito diventa quasi esilarante quando l’ottimizzazione sfonda la porta di casa. Qualche mese fa Mark Zuckerberg ha esposto la sua visione: intelligenze artificiali che non si limitano a comprare i quaderni per la scuola, ma arrivano a suggerire «ricette personalizzate» da sperimentare con sua figlia. Parliamo, ricordiamolo, di un uomo che ha speso miliardi per convincerci a trascorrere il tempo libero in una stanza virtuale, dentro un avatar che per un po’ non aveva nemmeno le gambe. Non stupisce che una torta con la figlia gli appaia come un problema di logistica da subappaltare.

Ricette personalizzate. Per fare una torta con la figlia. Rileggiamolo piano.

Preparare una torta con un bambino è forse l’atto più disordinato, imperfetto e meraviglioso che esista. Il bello sta nelle uova rotte male, nel guscio finito per sbaglio nella ciotola, nelle dita intrise di zucchero e farina, nelle risate per un impasto venuto troppo liquido, e in una cucina che sembra reduce da un’esplosione. Perché mai dovrei chiedere a un assistente artificiale di calcolare profilo nutrizionale e grammature perfette, cioè di cancellare l’imprevisto, che è precisamente il motivo per cui si fa la torta?

Ha ragione la redazione di The Verge quando sentenzia, senza troppi giri di parole, che Zuckerberg semplicemente non sa come si vive: il punto di un hobby è farlo. Ci voleva una redazione per dirlo, ma forse è anche un problema di compagnia: quando ogni persona con cui parli è pagata o quotata in borsa per darti ragione, la domanda «ma a che serve?» smette di arrivarti.

Togli la fatica, la scelta personale, il tentativo fallito e l’odore dell’esperienza, e resta un guscio vuoto: un hobby senza hobby. L’ingegneria del silicio continua a scambiare il risultato finale per il processo che gli dà valore. È come salire in cima a una montagna in elicottero e lamentarsi che il panorama emozioni meno del previsto.

Illustrazione satirica di vita quotidiana che mette a contrasto una cucina calda e caotica con la fredda interfaccia di un agente AI ottimizzatore.

L’illusione di poter riparare ogni cosa

Nel 2018 la sociologa Zeynep Tufekci scriveva sul New York Times una verità folgorante: i magnati della tecnologia sono intimamente convinti di poter riparare qualsiasi aspetto dell’esistenza umana, e restano sinceramente sconcertati quando il mondo reale non li accoglie con cori da stadio. Il mondo reale, quell’ambiente così poco collaborativo, che non si aggiorna con una patch e non si lascia ottimizzare nemmeno da chi ha i capitali per provarci.

La mentalità ingegneristica ha un vizio d’origine: vede tutto come un problema da risolvere. Se un processo richiede venti minuti, portarlo a tre secondi è una vittoria oggettiva. Nella vita reale, però, togliere l’attrito significa togliere il sapore.

E cosa ce ne facciamo, di tutto questo tempo risparmiato? La risposta la conosciamo già, e conviene a loro per primi: le ore liberate dai compiti pratici finiscono puntualmente risucchiate da un feed, davanti a brevi filmati insipidi studiati per tenerci incollati a un display, che è esattamente il prodotto che questi signori vendono. Ti tolgono il piacere di scegliere una camicia toccando la stoffa o di sfogliare un catalogo, per regalarti venti minuti in più di letargia digitale. Ci liberano dal tempo per rivendercelo a pezzi. Un affare, per loro.

Difendere la “fatica” del vivere

C’è una forma silenziosa di resistenza da riscoprire: il diritto a perdere tempo con le cose che ci piacciono.

Rivendichiamo la gioia di confrontare per ore due percorsi prima di salire in sella a una moto — sì, anche se il navigatore ha già deciso per noi —, la pazienza di accordare una chitarra a orecchio senza l’app che calcola il centesimo di tono, il gusto di entrare in un negozio e lasciarsi guidare dalla curiosità invece che dall’algoritmo predittivo dell’agente di turno, che nel frattempo ha già stabilito che ti serve un altro caricatore.

L’efficienza va benissimo per spedire un container dall’altra parte dell’oceano o tenere in ordine un archivio contabile. Lasciamola lì, tra magazzini e uffici, a farsi ammirare. La vita vera ha bisogno di polvere, di tentativi storti, di disordine e di lentezza.

C’è chi dice che il futuro sia nelle mani di queste persone. Può darsi. Ma il presente, per fortuna, è ancora nelle nostre, e per ora ci serve soprattutto per accordare una chitarra.

Cerco la bellezza, ovunque. E se qualcuno prova a delegarla a un algoritmo per farmi risparmiare cinque minuti, preferisco rimboccarmi le maniche e impastarmela da me. Con le uova rotte male, naturalmente.

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