Il giorno in cui il Potere si è sporcato

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Un racconto breve distopico nato da un sogno: cosa succede quando l’élite che governa il mondo si ritrova, per una notte, senza il proprio potere di controllo.

L’aria fredda della notte mi graffia il viso. Non sento il brivido — quello lo riservo a chi crede ancora che il freddo sia un problema, e non un semplice dettaglio operativo da superare col Gore-Tex. Accovacciato sul tetto spiovente del castello, con l’attrezzatura tattica che mi aderisce al corpo come una seconda pelle mal cucita, guardo giù nel cortile interno e penso: “Eccoli, puntuali come tasse che pagano solo gli altri”.

Sotto di me va in scena il solito balletto di arroganza in salsa premium. Suv neri dai vetri oscurati vomitano sulle pietre secolari tecnocrati in abiti sartoriali, banchieri, politici col sorriso tirato in palestra, magnati dell’industria. L’1% dell’1%, la crema della crema, quella che si sciacqua la bocca con parole come “sostenibilità” mentre fattura in paradisi fiscali. Si muovono con la sicurezza di chi possiede il mondo e crede di poterne ridisegnare i confini al riparo da occhi indiscreti. Peccato che gli occhi indiscreti, stasera, li abbiano portati loro stessi, comodamente seduti in prima fila nei loro stessi convogli.

Come si penetra il perimetro di sicurezza più impenetrabile del pianeta? I lettori di spionaggio direbbero con la forza, o con gadget improbabili degni di un product placement fantascientifico. La verità è più prosaica e molto più spaventosa: non lo si penetra dall’esterno. L’ingresso si costruisce dall’interno, mattone dopo mattone, badge dopo badge, generazione dopo generazione.

Ottant’anni. Tanti ne sono passati da quando mio nonno, tra le macerie ancora fumanti della Seconda Guerra Mondiale, fondò questa Rete. Era un soldato semplice. Aveva la quinta elementare. Ma aveva capito una cosa talmente banale che nessun trattato di pace avrebbe mai messo per iscritto: le bombe prima o poi finiscono, l’avidità no. È un’eredità di famiglia più scomoda di un mutuo trentennale, ma funziona. Lo scopo era uno solo: fungere da anticorpo latente, pronto a intervenire quando l’accentramento del Potere avrebbe minacciato l’umanità stessa. Nessun esercito privato, niente mercenari da fiction — quella è roba che costa e si vede.

Noi siamo la donna delle pulizie che svuota i loro cestini in Russia, l’assistente che gestisce le loro agende in Giappone, il tecnico che cripta i loro server negli USA, la guardia svedese che ora presidia le telecamere del castello. Ma anche il ministro che siede in uno degli uffici più importanti della Corea del Nord sfoggiando un Rolex più caro del suo intero stipendio pubblico è uno dei nostri. E il medico personale del Presidente dell’Italia. 195 Paesi. Oltre 5 milioni di persone che lavorano nell’ombra.

I loro controlli di sicurezza non sono stati elusi. Semplicemente, la loro sicurezza siamo noi. E dopo otto decenni di attesa — pazienza che nessun trimestre di bilancio potrebbe mai giustificare — il momento è arrivato.

«Squadra M in posizione. Condotti principali isolati» gracchia la voce di Mark nell’auricolare.

«Squadra S, uscite bloccate. Allarme disabilitato dall’interno,» fa eco Lihn, con il tono annoiato di chi ha già fatto questa cosa in simulazione troppe volte per emozionarsi davvero.

Chiudo gli occhi un istante. È un meccanismo perfetto, uno spartito dove ogni nota ha il suo tempo — l’unica vera sinfonia che questa gente ascolterà stasera senza pagare il biglietto.

«Attivare blocco idraulico,» ordino, voce ferma. «Sigillate ogni bagno. Nessuna via di fuga!»

Mi calo dal tetto verso la sala controllo. Sui monitor ad altissima risoluzione — meglio dei miei, e io ci lavoro tutto il giorno — la riunione è già iniziata. Al tavolo in noce massello, il capo dei capi proietta grafici economici che riducono milioni di vite umane a numeri di scarto, scacchiere geopolitiche da ridisegnare a spese di chi sta in fondo alla catena. Il disprezzo verso l’umanità trasuda da ogni parola, ogni gesto, ogni Rolex.

«È il momento,» dico, inserendo il drive nel terminale. «Aprite la diretta mondiale. Ogni canale. Ogni maledetto schermo.»

Un secondo dopo, frequenze televisive, feed social e persino i cartelloni digitali di Times Square e Tokyo vengono dirottati. Il mondo intero si ritrova a fissare il salone del castello. Gratis. Senza nemmeno doverlo cercare.

«Rilascio gas.»

Dai condotti d’aerazione in ottone — non acciaio, che sarebbe stata la scelta sensata: qui l’ottone è arredamento, i despoti hanno un interior designer anche per l’aria che respirano — non esce veleno. Non siamo assassini. Siamo dispensatori di verità e umiliazione, categoria merceologica che nessuno ha mai regolamentato. Una nube biancastra satura la sala: un gas lassativo sintetizzato in laboratorio per essere inodore, fulmineo, spietato quanto loro con chi non conta.

Sui monitor arrivano i primi segni di cedimento. Il Segretario alla Difesa si porta una mano allo stomaco, occhi sbarrati. Un noto industriale tech si piega in due, viso terreo, per la prima volta nella sua carriera incapace di monetizzare la situazione in tempo reale. Poi il caos. La dignità artificiale, quella costruita a suon di PR e consulenti d’immagine, crolla in pochi secondi disastrosi. Uomini e donne abituati a decidere il destino del pianeta si riversano contro le porte intarsiate, urlano contro maniglie bloccate, si accalcano verso bagni le cui serrature sono, con squisita ironia, più bloccate e salde di qualsiasi loro promessa elettorale.

Davanti a miliardi di persone in streaming, la gerarchia si sgretola di fronte all’unica cosa che nemmeno il patrimonio netto più alto del mondo può comprare: l’uguaglianza spietata della biologia. Il potere puro, intoccabile, cinico, è lì con le braccia conserte sulla pancia, costretto a farsela addosso in abiti da diecimila euro, gemendo su un pavimento di marmo che probabilmente costa più dell’intera casa di chi lo pulisce.

Mentre il panico raggiunge il culmine e il vero odore delle loro anime riempie la stanza — finalmente coerente con quello che hanno sempre rappresentato — faccio un cenno al mio operatore. La telecamera si stacca dalla sala e inquadra il mio volto. “Quando vuoi, Ricky” sussurra Thabo.

Mi sfilo il passamontagna, respiro l’aria pulita della notte, guardo dritto nell’obiettivo. Niente maschere, niente ombre — quelle le lascio a loro, che ne hanno fatto una professione.

«Siamo ovunque,» dico, voce calma, tagliente. «Nel vostro caffè del mattino, nella vostra segretaria, nel tecnico che vi ha appena disattivato l’allarme mentre eravate convinti che il vostro unico problema fosse il traffico per arrivare qui. E sistemeremo le cose che voi, per i vostri sporchi interessi, non avete mai avuto intenzione di sistemare.»

Faccio una pausa, lasciando che le immagini della loro disfatta, alle mie spalle, parlino da sole. Un mezzo sorriso, non eroico — quello di chi si è appena tolto una soddisfazione aspettata per ottant’anni, e sa perfettamente quanto sia meschina, senza pentirsene minimamente.

«Vi siete sempre vantati di sapervi sporcare le mani, quando serviva. Stasera vi siete finalmente sporcati per intero, fino al collo. E non ci sono i vostri avvocati a pulire.»

racconto distopico satira potere: infiltrato sul tetto del castello

Note sul racconto: la condanna di sognare troppo bene

Confessione doverosa: questo racconto non è nato da una scaletta, un brainstorming o un momento di lucida vendetta immaginaria contro il capitalismo — è nato mentre dormivo, punto. I miei sogni hanno questo brutto vizio di essere vividi, coloratissimi, assurdi, con una coerenza interna che il mio cervello sveglio raramente riesce a replicare senza tre caffè e due ore di procrastinazione. Mi capita di svegliarmi con intere scene già montate, dialoghi già scritti, un tetto di castello sotto le ginocchia che sembra più reale di certe riunioni a cui partecipo davvero. Il problema — se è un problema — è che poi quelle immagini non se ne vanno: diventano post, canzoni, articoli, racconti come questo, in una specie di condanna creativa da cui non ho alcuna intenzione di redimermi. Perché sì, è una condanna. Ma è bellissima.

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