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Volete lo scisma? Fatelo completo. Altrimenti puzza solo di muffa.

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Il 1° luglio 2026 la Fraternità San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi a Ecône, in Svizzera, ignorando l’ultimo appello di Papa Leone XIV e incorrendo nella scomunica automatica prevista dal diritto canonico per atto scismatico. Pascal Schreiber, Michael Goldade e altri due presuli formati nello stesso alveo lefebvriano hanno giurato davanti a circa 20mila fedeli arrivati da tutto il mondo. Fa specie pensare che, in un’organizzazione spesso accusata di essere fuori dal mondo, esista una costola ancora più arcaica, incapace di scollarsi da un passato che semplicemente non esiste più, se non nella loro testa.

Una scomunica annunciata

Questa storia si ripete come un vecchio vinile graffiato. Nel 1988 Marcel Lefebvre fece esattamente la stessa cosa, consacrando quattro vescovi senza mandato pontificio e ricevendo la scomunica latae sententiae, poi revocata da Benedetto XVI nel 2009 come gesto di distensione mai davvero ripagato. Trentotto anni dopo, gli eredi di Lefebvre hanno proiettato lo stesso film, con lo stesso copione e il finale già scritto: rifiuto del Primato romano, atto scismatico, scomunica confermata dalla Santa Sede con una nota che cita ancora le parole di Giovanni Paolo II del 1988. Sembra quasi che l’unica vera tradizione che i lefebvriani abbiano saputo conservare intatta sia proprio questa: l’arte di rompere.

Un piccolo dettaglio politico

Qui arriva il dettaglio che rende tutto più chiaro, e decisamente più scomodo. Tra i ventimila fedeli accorsi a Ecône c’erano anche molti rappresentanti dell’estrema destra europea; un dato confermato dalle cronache, lontano da qualsiasi libera interpretazione. Monsignor Bruno Forte ha detto senza troppi giri di parole che dietro questo scisma si nasconde una spinta profondamente politica, ben oltre la questione teologica. L’accostamento con i fascismi non è più una provocazione retorica: è un parallelismo tracciato dai fatti stessi.

I lefebvriani e certi nostalgici del Ventennio condividono la stessa grammatica emotiva: l’ossessione per un ordine gerarchico “puro”, la nostalgia per un’autorità indiscutibile, la paura patologica di un mondo che cambia troppo in fretta per chi esige l’immobilità. Ogni tanto tornano, fanno rumore, si mettono in posa per la foto di rito e poi rientrano nell’ombra dove si sentono al sicuro. La differenza è che uno di questi due mostri, almeno sulla carta, la storia l’ha già archiviato come un’infezione da non ripetere.

Ma c’è un piccolo tarlo che mi sussurra…

Sussurra con tutte le cautele del caso. Non ci sono prove, solo una coincidenza temporale che fa un rumore assordante. Papa Leone XIV è, da mesi, il pontefice più scomodo per Donald Trump. Lo scontro è iniziato nella primavera del 2026 su questioni legate all’Iran, alla guerra e alla diplomazia, con Trump che ha pubblicamente definito il Papa “debole” e pericoloso per i cattolici americani. Le tensioni sono arrivate al punto che l’amministrazione USA ha convocato il nunzio apostolico a Washington per “chiarimenti”, mentre il Papa ha risposto con un gelo quasi imbarazzante, dichiarandosi del tutto disinteressato a replicare.

Sia chiaro: non sto dicendo che la Casa Bianca abbia armato la mano di Ecône. Dico però che a chiunque abbia bisogno di indebolire un Papa scomodo, in questo preciso momento storico, un pezzo di Chiesa che si stacca da solo e fa notizia fa molto comodo. Parlo di un sospetto dichiarato ad alta voce, un’intuizione che viaggia tra le righe. Le coincidenze, quando si accumulano, iniziano a somigliare troppo a un disegno per essere ignorate.

Se volete la tradizione, cercate quella vera

Ecco il punto che nessuno dei tradizionalisti sembra voler affrontare: la loro tradizione assomiglia a una selezione arbitraria piuttosto che a un autentico ritorno alle origini. Se davvero si vuole tornare indietro, si torni indietro sul serio, senza scorciatoie di comodo.

  • I preti si sposino. Il celibato obbligatorio nella Chiesa latina è una disciplina consolidata nel Medioevo, formalizzata nel 1193 anche per evitare che i beni ecclesiastici finissero in eredità ai figli dei chierici. Una regola amministrativa travestita da eternità.
  • La messa torni al greco, non al latino. Il latino diventò lingua liturgica proprio perché era la lingua “volgare”, quella del popolo comune dell’epoca. Se l’obiettivo è l’origine più antica, la coerenza porta al greco delle primissime comunità cristiane, non al latino di Roma imperiale.
  • La liturgia smetta di fingersi immutabile. Il rito romano è cambiato più volte nei secoli, adattandosi, evolvendo, respirando col tempo. Chi lo racconta come un blocco di marmo caduto dal cielo sta narrando una favola, non la storia. Una liturgia davvero fedele alle origini è semplice, comunitaria, espressa in una lingua compresa dai presenti.
  • L’autorità vada rispettata sempre, non solo quando conviene. Consacrare vescovi senza mandato pontificio significa rompere il principio stesso di comunione che il tradizionalismo dice di voler proteggere. È come dare fuoco alla casa per salvarne il tetto.
dettaglio di un messale impolverato come lo scisma che i lefebvriani vorrebbero per tradizione

La muffa non è custodia

Chi chiama “tradizione” un blocco di regole scelte a piacimento, tenute insieme solo dalla paura del cambiamento, non sta custodendo nulla: sta solo lasciando ammuffire un’idea che, se lasciata viva, avrebbe potuto ancora dire qualcosa. Essere fedeli al passato significa capire cosa di quel tempo merita ancora di respirare nel presente, anziché rintanarsi dentro una teca di vetro. I lefebvriani non hanno scelto la tradizione: hanno scelto la comodità di un’identità chiusa, spacciandola per fede.

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