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  • Mercato di Mirano: quando il passato ti abbraccia tra i banchi.

    Lunedì scorso, complice un tagliando auto e un giorno di ferie capitato quasi per caso, mi sono ritrovato a Mirano per il mercato settimanale – un salto nel passato che mi ha riportato dritto ai mercoledì di Abano, quando da bambino accompagnavo mamma o nonna in quel rito pagano che era molto più della semplice spesa, ma un’occasione di socialità pura, con mezzo paese che si incrociava tra un banco e l’altro.

    Il mercato come rito di lentezza

    Cammini piano, senza quella fretta che ci divora di solito, circondato da banchi che odorano di terra umida, formaggi stagionati e stoffe che sembrano uscite da un altro tempo; la gente si ferma, si riconosce, si scambia frasi come “Ciao Toni, come va la gamba?”, mentre giovani mamme spingono passeggini e pensionati stringono borse riutilizzabili, nessuno con il naso sullo schermo, nessuno che scatta foto per like – qui si vive, semplicemente.

    Mercato settimanale di Mirano sotto tende bianche sventolanti, banchi di abbigliamento e oggetti colorati, folla di persone in cappotti contro cielo grigio nuvoloso, edifici veneti sullo sfondo – vita autentica, anti-algoritmo.

    Volti veri senza filtri sotto un cielo grigio che minaccia pioggia, ma nessuno se ne cura perché è vita autentica, quella che non ha bisogno di caption.

    Da piccolo, nonna a volte mi comprava un ovetto di cioccolato – piccolo, economico, ma completamente mio – così stavo buono e lei poteva chiacchierare per ore con la verduraia. Io osservavo tutto, imparando un mondo che non era fatto di app e notifiche, ma di mani callose, voci che si sovrapponevano e prezzi tirati all’ultimo sangue con una risata complice.

    Da nipote con l’ovetto a cinquant’anni con le ferie rubate

    E ora, a più di cinquant’anni e con ferie rubate al calendario, eccomi di nuovo lì, a Mirano, dove un tizio urla “Mele nostrane, due chili quattro euro!” e una signora contrattacca con “Tre e novanta!”, ridendo insieme mentre si accordano, circondati da signori che si tengono il cappello contro il vento leggero.

    Nessuno corre, il tempo si allunga come un respiro profondo e ti avvolge senza chiederti permesso. Io mi fermo, assaporo gli odori di formaggi e salami, ascolto voci dialettali che capisco e che sento fin nelle ossa; è un disinnesco perfetto, tolgo la miccia dell’urgenza quotidiana che ci spinge a correre, chiamare, rispondere a mail, risolvere, postare, validare ogni istante come se il nostro tempo fosse semplicemente merce di scambio.

    Perché qui, al mercato, non serve niente di tutto ciò: è anti-social per natura, fatto di sguardi incrociati, contatti umani casuali e quel caffè al bar che sa di casa, lontano dai recinti digitali dove accumuliamo imperi di sabbia che il primo vento dissolve.

    Penso alla vita di oggi mentre cammino, e mi rendo conto che fin da bambino il mercato era già una visione futura del mio caos creativo senza bisogno di permesso – e oggi quello di Mirano lo resuscita, ricordandomi che la bellezza può essere dove meno te la aspetti tra i banchi, ma solo se sai fermarti e osservare.

    Magari evocando il ricordo di nonna con un sorriso agrodolce.