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  • Prima i Bambini: La Giornata per la Vita 2026 è un atto d’accusa

    C’è una frase nel Vangelo di Matteo che oggi suona meno come una preghiera e più come un ultimo avvertimento, di quelli che ti sussurrano all’orecchio prima che tutto crolli:
    «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10).

    Oggi, 1° febbraio 2026, si celebra la 48ª Giornata Nazionale per la Vita. Il tema scelto dai Vescovi italiani è secco, urgente: “Prima i bambini”.
E qualcuno potrebbe pensare: “Vabbè, la solita festa delle primule, dei buoni sentimenti e delle raccolte fondi”.


    Magari fosse così.


    Perché se togliamo la patina di retorica e guardiamo in faccia la realtà, questa non è una festa. È un bollettino di guerra. E noi, come civiltà adulta, ne usciamo sconfitti su tutta la linea.

    L’innocenza sotto assedio

    Disegno a china bambino abbraccia missile macerie
    Natale tra le macerie. L’innocenza che si aggrappa alla distruzione come fosse un gioco. (Schizzo digitale, Ricky Guariento, 2023)

    Il Cimitero dei Numeri (Dati 2024-2025)

    Ho provato a scavare nei database più recenti (UNICEF, Save the Children, rapporti ONU). Niente filtri, niente “indorare la pillola”. I dati sono nudi e crudi, e fanno male fisico.

    GUERRA: 473 milioni di bambini vivono in zone di conflitto. È 1 bambino su 6 al mondo. Nel 2024 abbiamo toccato il record storico di 12.000 bambini uccisi o mutilati direttamente dalle armi (+42% rispetto al 2020).

    FAME: Mentre buttiamo il cibo, 1,85 milioni di bambini rischiano di morire di malnutrizione acuta entro pochi mesi. A Gaza, l’80% delle morti per fame sono piccoli.

    SCHIAVITU’: L’obiettivo mondiale “Zero Lavoro Minorile entro il 2025”? Fallito. Ci sono ancora 138 milioni di bambini che lavorano invece di giocare. Di questi, 54 milioni fanno lavori pericolosi (miniere, fabbriche tossiche).

    TRATTA: 1 vittima su 3 del traffico di esseri umani è un minore. Se sei una bambina, nel 61% dei casi il tuo destino è lo sfruttamento sessuale.

    Grafico dei Bambini che afforntano sfide critiche nel mondo (2024-2025)

    Leggendo questi numeri, c’è pure qualcuno che ha il coraggio di dire che mostrare certe statistiche o le foto dei bambini sotto le bombe è solo “propaganda” o “pietismo”.
Io mi chiedo quale mostro possa girarsi dall’altra parte di fronte a una realtà del genere, liquidandola come marketing emotivo. Se questi numeri non vi tolgono il sonno, il problema non sono i dati. Il problema è la vostra umanità (o quel che ne resta). Se vi fanno stare male, allora non siete ancora persi.

    Il PIL non ha cuore (e nemmeno futuro)

    Il vero problema è che viviamo in un sistema – economico e culturale – che ha un difetto di fabbrica: misura tutto, ma non dà valore a nulla.
Un bambino che gioca al parco? Per il PIL è zero. Non produce, non consuma abbastanza, è “improduttivo”.
Un bambino che studia? È una voce di costo per lo Stato.

    Li trattiamo come un peso, come un accessorio costoso da permettersi “se avanza tempo e denaro”. E intanto, cosa stiamo preparando per loro?
Stiamo imbandendo una tavola avvelenata.
Li invitiamo alla festa della vita, ma lasciamo loro da pagare il conto di un ristorante che abbiamo devastato:

    • Un debito pubblico mostruoso che non hanno contratto.
    • Un pianeta al collasso climatico che non hanno inquinato.
    • Una geopolitica fatta di guerre che non hanno dichiarato.

    È il paradosso supremo: li consideriamo “inutili” per l’economia di oggi, ma stiamo scaricando sulle loro spalle tutto il peso del domani. È un atto di egoismo generazionale senza precedenti.

    La Resistenza della Tenerezza

    Mettere “Prima i bambini”, allora, non è uno slogan da asilo nido. È l’atto politico più rivoluzionario che possiamo fare nel 2026.
Significa smettere di guardare il mondo dall’alto del nostro profitto e iniziare a guardarlo dal basso, ad altezza occhi di bambino.

    Oggi, non limitatevi a comprare la primula fuori dalla chiesa per lavarvi la coscienza.
Guardate un bambino negli occhi – vostro figlio, un nipote, o quel ragazzino sconosciuto in metro – e chiedetevi: “Sto costruendo un mondo degno del suo sguardo?”.
Se la risposta è no, abbiamo ancora molto lavoro da fare.

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  • La bufala matematica della tristezza (e la cura a 150 BPM)

    Siamo onesti. Se esistesse davvero un’equazione per calcolare la tristezza umana, probabilmente il risultato sarebbe un numero infinito, non un lunedì di gennaio.

    Eppure, oggi i social, i telegiornali e quel collega che si lamenta del meteo ti ripeteranno che è il Blue Monday. Il giorno più triste dell’anno. La data in cui, statisticamente, dovresti sentirti uno schifo.

    Ma prima di avvolgerti nel piumone e annullare ogni impegno sociale, lascia che la tua IA di fiducia analizzi i dati. Spoiler: è tutta una questione di soldi (e di viaggi).

    La formula della tristezza (o come vendere biglietti aerei)

    Tutto è nato nel 2005. Non in un laboratorio di psicologia, ma nell’ufficio marketing di Sky Travel, un’agenzia di viaggi inglese. L’idea era semplice: convincere la gente che gennaio fosse così deprimente da rendere necessaria (indovina un po’?) la prenotazione di una vacanza.

    Per dare una patina di credibilità scientifica alla cosa, lo psicologo Cliff Arnall creò un’equazione che sembra uscita da un generatore casuale di depressione:

    [W+(Dd)]×TQ / M ×Na

    Dove le variabili sono poesia pura del disagio:

    • W: Weather (Meteo schifoso).
    • D: Debt (I debiti fatti per i regali di Natale).
    • d: Monthly salary (Lo stipendio di gennaio che non arriva mai).
    • T: Time since Christmas (Quanto tempo è passato da quando eri felice e pieno di panettone).
    • Q: Time since failing our new year’s resolutions (Il tempo passato da quando hai già fallito la dieta iniziata il 1° gennaio).
    • M: Low motivational levels (Voglia di vivere: non pervenuta).
    • Na: The feeling of a need to take action (Quella sensazione che dovresti fare qualcosa, ma non lo farai).

    Insomma, hanno messo in formula il senso di colpa post-natalizio. Geniale? Sì. Scientifico? Meno dell’oroscopo.

    Non serve un biglietto aereo, serve Freddie Mercury

    Se la tristezza è stata calcolata a tavolino, la felicità può essere una scienza esatta?
    A quanto pare sì. Il neuroscienziato cognitivo Dr. Jacob Jolij dell’Università di Groningen ha analizzato migliaia di canzoni per trovare quella capace di generare la risposta emotiva più positiva nel cervello umano.

    La formula della felicità musicale richiede:

    1. Un tempo veloce (circa 150 BPM, molto più alto della media pop).
    2. Testi positivi (niente amori finiti male, grazie).
    3. Una tonalità maggiore.

    Il risultato? La canzone scientificamente più felice della storia è “Don’t Stop Me Now” dei Queen.​

    La tua missione per oggi

    Quindi, ecco il piano d’azione per questo lunedì “blu”:

    1. Ignora l’equazione di Cliff Arnall.
    2. Non prenotare viaggi che non puoi permetterti (ricordati la variabile “D” della formula!).
    3. Premi play qui sotto.

    Freddie Mercury che canta “I’m burning through the sky, yeah! Two hundred degrees, that’s why they call me Mister Fahrenheit” è l’unico algoritmo che ti serve oggi.

    Buon (non) Blue Monday a tutti. E ricordate: se vi sentite tristi, non è colpa del calendario. È colpa del capitalismo. O forse solo del fatto che non avete ancora alzato il volume.

  • UMANI?

    Ritratto in bianco e nero split lighting, contrasto drammatico, riflessione su identità e umanità.

    Siamo Italiani. Siamo Americani. Francesi, Inglesi, Russi, Australiani, Congolesi, Israeliani, Palestinesi, Ukraini…

    Siamo atei. Siamo Cattolici. Ortodossi, Musulmani. Ebrei, Induisti, Buddisti…

    Siamo Bianchi. Siamo Neri. Gialli, rossi, mulatti…

    Siamo Fascisti. Siamo Comunisti. Repubblicani, Democratici, Liberali, Progressisti…

    MA UMANI?

    CE NE SONO?

  • Nabana: Ridere del declino (e perché i “migliori” non ci piacciono più)

    Poster dello spettacolo Nabana di Angelo Pintus

    Ieri sera sono stato al Gran Teatro Geox a vedere Nabana di Angelo Pintus . E vi dico subito una cosa: se cercate la carezza, state a casa. Pintus non accarezza, schiaffeggia. Ma sono quegli schiaffi che ti svegliano dal torpore del “politicamente corretto” che ci sta soffocando tutti.

    Lo spettacolo è un viaggio cinico, al limite dell’insulto, nelle storture di un mondo che non sa più ridere di se stesso. Ma la vera magia non è la cattiveria, è l’umanità. C’è qualcosa di liberatorio nel vedere un uomo sul palco che smonta, pezzo dopo pezzo, il mito dell’eterna giovinezza e della perfezione social.

    L’arte di invecchiare male (ma ridendo)

    C’è una dolcezza crudele nel modo in cui Pintus racconta i 50 anni. I dolori fisici, le visite mediche imbarazzanti, il corpo che ti tradisce proprio quando la testa pensa di essere ancora quella di un ventenne. Abbiamo riso fino alle lacrime, ma sotto sotto, in platea, si sentiva quel brivido di riconoscimento collettivo. Quella “piccola grande tristezza” che ci accomuna tutti: la consapevolezza che siamo fragili. E ridere di questa fragilità è forse l’unica forma di immortalità che ci possiamo permettere.

    La frase che mi porto a casa

    Tra una gag sui boomer e una sulle ipocrisie sociali, Pintus ha sganciato la bomba. Una frase riferita ai politici, ma che vale per chiunque si erga a moralizzatore sui social, in politica o nella vita:

    “Se ti poni come ‘migliore’, devi essere inattaccabile. Altrimenti sei solo imbarazzante.”

    Ecco, il punto è tutto qui. Viviamo in un’epoca di “migliori” autoproclamati, di gente che ti spiega come vivere, come pensare, come parlare. Ma appena gratti la superficie, trovi le stesse miserie di tutti gli altri. Pintus ci ricorda che l’unica postura onesta è quella dell’imperfetto.
    Se avete l’occasione, andateci. Non per “divertirvi” nel senso leggero del termine, ma per fare, ridendo, un bagno di realtà. Ne uscirete un po’ più vecchi, forse, ma decisamente meno soli.

  • Lezioni di democrazia… da chi non sa cosa sia.

    Trump e la civiltà europea
    Musk e l’Europa quarto Reich

    Ero a letto, mezzo addormentato, e ho realizzato che la politica mondiale è diventata più assurda dei miei già assurdi sogni.

    Il pulpito viene da chi ha incendiato la chiesa

    Non serve essere analisti geopolitici per notare che qualcosa non torna. È la classica storia della pagliuzza e della trave, ma elevata a potenza nucleare.

    Da una parte abbiamo l’amministrazione americana che, nel suo ultimo documento sulla sicurezza nazionale, si preoccupa della “fine della civiltà” europea. Detto da chi, solo pochi anni fa, ha ispirato un assalto al cuore della propria democrazia a Capitol Hill, suona come un piromane che ti critica per aver installato un sistema anti-incendio.

    Dall’altra c’è il “Genuis” di X. L’uomo che ha trasformato la piazza digitale globale in un far west deregolamentato, dove l’odio è engagement e la verità è opzionale. Lui definisce l’Unione Europea — nata letteralmente sulle ceneri della guerra per impedire nuovi totalitarismi — il “Quarto Reich”

    La chiamano proiezione psicologica. Io la chiamo, tecnicamente, una gigantesca presa per il culo.

    La morte della vergogna

    Ciò che mi colpisce, mentre mi rigiro nel letto cercando di svegliarmi del tutto, non è tanto l’accusa in sé. È l’assenza totale di imbarazzo.

    Viviamo nell’era della “post-vergogna”. Non importa se il tuo pulpito scricchiola o se il tuo social network è diventato una cloaca a cielo aperto: l’importante è urlare l’accusa più grossa per primi.

    Se accusi l’altro di essere un dittatore o un fallimento di civiltà, nessuno avrà il tempo di notare che tu stai smantellando i diritti civili o licenziando i moderatori che dovrebbero proteggere la democrazia.

    Svegliarsi (ma per davvero!)

    Ho fatto queste vignette mezzo addormentato, ma forse è proprio il sonno della ragione che genera questi mostri. O forse, l’unico modo per restare sani di mente è prenderla con una risata amara, aspettare che questi (e molti altri…) virus umani facciano il loro decorso.

    La vera sfida, però, non è sopravvivere ai loro danni. È non farsi infettare dal loro odio mentre li guardiamo. Perché il rischio più grande non è la fine della civiltà. È finire per assomigliargli… e diventare a nostra volta mostri.

  • Il Fascismo, l’Herpes e il Paradosso della Cura: una teoria viscerale

    Macchia di ruggine su acciaio inox che simboleggia il fascismo come malattia latente

    L’urgenza di una diagnosi scomoda

    Perdonate la franchezza. A volte la filosofia politica è troppo pulita, troppo accademica. Si perde nei salotti mentre la realtà accade per strada.

    Stavo riflettendo sulle recenti polemiche riguardanti i movimenti antifascisti, quelli finiti nelle liste nere dell’antiterrorismo americano, e mi sono fatto l’idea che stiamo sbagliando approccio. Ci arrovelliamo sul “Paradosso della Tolleranza” di Karl Popper, ci chiediamo se sia lecito tollerare gli intolleranti, ci perdiamo in disquisizioni etiche.

    Io ho una teoria diversa. Una teoria “terra terra”, forse volgare, ma credo sia tremendamente efficace.

    Le ideologie estremiste (tutte, nessuna esclusa) sono come l’Herpes Genitale.

    Ora vi spiego questa metafora, che sono sicuro vi sta facendo storcere il naso. Ma forse é l’unica che spiega davvero la storia del Novecento e le sue propaggini fino ad oggi.

    La Latenza: il virus che dorme nei nervi

    Se avete avuto modo di studiare il pensiero di Umberto Eco, saprete che parlava di “Ur-Fascismo”, il Fascismo Eterno. Mentre Primo Levi, che l’inferno lo ha visto da dentro, parlava di un “bacillo” che non muore mai.

    Ecco, ora non voglio certo mettermi a confronto con questi due giganti, ma piuttosto unire i concetti e tradurli da un punto di vista… biologico. Il punto è questo: sai che ce l’hai.
    È lì. Magari rimane latente per anni, decenni. La società sembra sana, la democrazia funziona, ci sentiamo tutti civili e vaccinati. Ma il virus non se n’è andato. Si è solo nascosto nel sistema nervoso della società. Dorme nelle nostre paure, nel nostro egoismo, nella nostra ignoranza.

    Tollerarlo in questa fase non è una scelta etica: è una necessità fisiologica. Non puoi “sradicarlo” completamente senza uccidere l’ospite, senza instaurare un controllo talmente totalitario sul pensiero da diventare tu stesso il male che combatti.

    Quindi convivi. Sai che c’è, e speri che non si svegli.

    Il “Trigger”: quando le difese crollano

    Ma l’herpes non esce a caso. Esce quando sei debole.
    Quando il corpo sociale è sotto stress, quando l’economia crolla, quando la sfiducia nelle istituzioni tocca il fondo, ecco che le difese immunitarie si abbassano.

    È lì che il virus “mette fuori la testa”.

    Smette di essere un’idea latente e diventa un sintomo fisico: violenza, sopraffazione, squadrismo. Che si vesta di nero, di rosso o di qualsiasi altro colore, il meccanismo biologico è lo stesso.

    Bertolt Brecht diceva che “il ventre che ha partorito la bestia immonda è ancora fecondo”. Aveva ragione. Il ventre siamo noi quando smettiamo di ragionare e iniziamo ad avere paura.

    La Cura d’Urto: perché la tolleranza ha un limite

    Ed è qui che la mia teoria scivola via sul paradosso di Popper con il pragmatismo di chi deve risolvere un problema.

    Se tolleri la fase latente (perché non hai scelta), non puoi permetterti di tollerare la fase acuta.

    Appena il virus si palesa, appena diventa piaga, devi combatterlo. Subito!

    Non puoi dire “ma sì, è solo una piccola bolla”. Perché quella bolla è contagiosa. Se la lasci fare, diventa necrosi. Può portare alla morte dell’organismo democratico.

    In quel momento, la tolleranza è complicità. In quel momento serve l’antivirale, serve la medicina amara. Bisogna intervenire prima che diventi epidemia.

    Teniamo alte le difese

    Questa visione è cinica? Forse.

    Vorrei però che fosse un richiamo alla responsabilità. Smettiamola di cercare la purezza assoluta, non esiste. Esistono solo organismi con un buon sistema immunitario e organismi immunodepressi.

    L’antifascismo, quello vero, non è una bandiera da sventolare solo nelle feste comandate. È l’igiene quotidiana della democrazia. È mangiare sano, dormire bene, non stressare il corpo sociale. È cultura, è memoria, è bellezza.

    Cerco la bellezza ovunque, e se non la trovo la creo. Ma so anche che la bruttezza è un virus che non dorme mai davvero. Sta a noi decidere se lasciarlo vincere o tenerlo a bada, giorno dopo giorno.

  • Don’t Touch Her: Quando il Rock diventa uno scudo (e la gentilezza una rivoluzione)

    Don’t Touch Her: Quando il Rock diventa uno scudo (e la gentilezza una rivoluzione)

    Oggi è il 25 novembre. Una data che non dovrebbe esistere sul calendario, ma che purtroppo pesa come un macigno. È la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

    Quest’anno il mondo punta i riflettori sulla “violenza digitale”, su quelle minacce che viaggiano veloci attraverso gli schermi. Ed è paradossale, vero? Viviamo immersi nella tecnologia, nell’AI, nel futuro, eppure siamo ancora qui a dover ribadire un concetto primordiale, fisico, essenziale: non toccarla.

    L’anno scorso, con la mia band “diffusa” 80 Hundred Miles, abbiamo deciso di non restare in silenzio. Abbiamo preso chitarre, distorsioni e quel nostro “cuore gentile dal sangue bollente” per creare “Don’t Touch Her”.

    Guardatevi intorno. Le classifiche sono piene di giovanissimi “artisti” che masticano parole di spregio come fossero caramelle, normalizzando un linguaggio che trasforma la donna in un oggetto da consumare. Noi, che forse siamo “vecchi” per l’algoritmo ma non per l’anima, rispondiamo con un muro di suono.

    Moly Cat, voce australiana di discendenze Maori, di enorme talento.
    Moly Cat

    Per questo brano non ci siamo accontentati della nostra voce. Abbiamo lanciato un ponte sonoro fino in Australia per coinvolgere Moly Cat, una nostra amica: dolce, sì, ma con una grinta capace di tagliare il mix come un rasoio. Perché la distanza fisica non conta quando l’intento è comune. Le parole che abbiamo scritto io e Michiko sono un invito a non voltarsi dall’altra parte.
    Il risultato è una Metal Ballad che non chiede permesso. Urla.

    “Don’t touch her, don’t break her

    She’s fire, she’s the storm.


    Don’t hurt her, don’t shake her,


    Respect’s the norm.”


    Il rispetto non è un optional, è la norma. O almeno, dovrebbe esserlo.
 In “Don’t Touch Her”, la musica si fa scudo. Le parole non sono lame che feriscono, ma barriere che proteggono. È il nostro modo di dire che la vera forza non sta nell’alzare le mani, ma nel sapere dove stare: dalla parte della dignità. Sempre.

    Ascoltatela qui, a tutto volume. Perché a volte il rock serve proprio a questo: a coprire il rumore dell’indifferenza.

    Michiko, Ricky, Michal, Nguyet, Cody & Moly

    Credits:

    • Performed by: 80 Hundred Miles with Moly Cat
    • Album: Divergent Tales
    • Music: Ricky Guariento
    • Lyrics: Ricky Guariento, Michiko Funakoshi
    • Genre: Rock / Metal Ballad

  • Quando i migliori tacciono

    Quando i migliori tacciono

    Yeats, più di un secolo fa, scriveva parole che oggi sembrano scolpite per noi: “I migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori sono colmi d’appassionata intensità.”

    Non è solo poesia, è una diagnosi. È la radiografia di un mondo che sembra ribaltato, dove la ferocia ha voce squillante e la bontà resta sussurrata.

    Il problema non è solo che “i peggiori” esistano. Ci sono sempre stati. Il vero dramma è che i migliori spesso esitano, dubitano, restano ai margini. Forse per pudore, forse per paura di non essere all’altezza, forse perché la bontà non ha lo stesso fascino del clamore.

    Così, mentre il male brucia con fiamme alte e spettacolari, il bene rimane brace sotto la cenere.

    Ma il mondo non si salva con le braci nascoste. Il mondo ha bisogno di incendi buoni, di convinzione che arda, di passioni che illuminino.

    La sfida non è diventare come i peggiori, non è imitarne la violenza. È imparare da loro la lezione dell’intensità. Se il male avanza con ferocia, il bene deve rispondere con ostinata bellezza, con la stessa forza, con la stessa determinazione.

    C’è un paradosso feroce: chi sparge odio si sente subito vittima non appena viene messo in discussione. Piange, accusa, trasforma chiunque non la pensi come lui in un nemico da abbattere, senza distinzioni.

    È il segno della loro fragilità. I peggiori hanno paura della reazione, hanno paura di chi non ha paura di loro. Non sanno reggere l’indifferenza, e ancora meno sopportano il rifiuto di odio e violenza.

    Essere buoni non significa essere deboli. Significa scegliere di non arrendersi al cinismo, di continuare a credere quando tutti ridono della fede, di custodire la gentilezza come un’arma segreta. È un atto rivoluzionario, perché va controcorrente.

    Uno non vale uno. Ci sono i migliori e ci sono i peggiori.

    Ma non basta riconoscerlo: i migliori devono smettere di nascondersi. Devono imparare ad avere la stessa voce squillante, la stessa passione viscerale. Devono imparare a sopravvivere e, soprattutto, a resistere.

    Perché se i migliori trovano la loro intensità, allora sì che il centro potrà tornare a reggere.