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  • Prima i Bambini: La Giornata per la Vita 2026 è un atto d’accusa

    C’è una frase nel Vangelo di Matteo che oggi suona meno come una preghiera e più come un ultimo avvertimento, di quelli che ti sussurrano all’orecchio prima che tutto crolli:
    «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10).

    Oggi, 1° febbraio 2026, si celebra la 48ª Giornata Nazionale per la Vita. Il tema scelto dai Vescovi italiani è secco, urgente: “Prima i bambini”.
E qualcuno potrebbe pensare: “Vabbè, la solita festa delle primule, dei buoni sentimenti e delle raccolte fondi”.


    Magari fosse così.


    Perché se togliamo la patina di retorica e guardiamo in faccia la realtà, questa non è una festa. È un bollettino di guerra. E noi, come civiltà adulta, ne usciamo sconfitti su tutta la linea.

    L’innocenza sotto assedio

    Disegno a china bambino abbraccia missile macerie
    Natale tra le macerie. L’innocenza che si aggrappa alla distruzione come fosse un gioco. (Schizzo digitale, Ricky Guariento, 2023)

    Il Cimitero dei Numeri (Dati 2024-2025)

    Ho provato a scavare nei database più recenti (UNICEF, Save the Children, rapporti ONU). Niente filtri, niente “indorare la pillola”. I dati sono nudi e crudi, e fanno male fisico.

    GUERRA: 473 milioni di bambini vivono in zone di conflitto. È 1 bambino su 6 al mondo. Nel 2024 abbiamo toccato il record storico di 12.000 bambini uccisi o mutilati direttamente dalle armi (+42% rispetto al 2020).

    FAME: Mentre buttiamo il cibo, 1,85 milioni di bambini rischiano di morire di malnutrizione acuta entro pochi mesi. A Gaza, l’80% delle morti per fame sono piccoli.

    SCHIAVITU’: L’obiettivo mondiale “Zero Lavoro Minorile entro il 2025”? Fallito. Ci sono ancora 138 milioni di bambini che lavorano invece di giocare. Di questi, 54 milioni fanno lavori pericolosi (miniere, fabbriche tossiche).

    TRATTA: 1 vittima su 3 del traffico di esseri umani è un minore. Se sei una bambina, nel 61% dei casi il tuo destino è lo sfruttamento sessuale.

    Grafico dei Bambini che afforntano sfide critiche nel mondo (2024-2025)

    Leggendo questi numeri, c’è pure qualcuno che ha il coraggio di dire che mostrare certe statistiche o le foto dei bambini sotto le bombe è solo “propaganda” o “pietismo”.
Io mi chiedo quale mostro possa girarsi dall’altra parte di fronte a una realtà del genere, liquidandola come marketing emotivo. Se questi numeri non vi tolgono il sonno, il problema non sono i dati. Il problema è la vostra umanità (o quel che ne resta). Se vi fanno stare male, allora non siete ancora persi.

    Il PIL non ha cuore (e nemmeno futuro)

    Il vero problema è che viviamo in un sistema – economico e culturale – che ha un difetto di fabbrica: misura tutto, ma non dà valore a nulla.
Un bambino che gioca al parco? Per il PIL è zero. Non produce, non consuma abbastanza, è “improduttivo”.
Un bambino che studia? È una voce di costo per lo Stato.

    Li trattiamo come un peso, come un accessorio costoso da permettersi “se avanza tempo e denaro”. E intanto, cosa stiamo preparando per loro?
Stiamo imbandendo una tavola avvelenata.
Li invitiamo alla festa della vita, ma lasciamo loro da pagare il conto di un ristorante che abbiamo devastato:

    • Un debito pubblico mostruoso che non hanno contratto.
    • Un pianeta al collasso climatico che non hanno inquinato.
    • Una geopolitica fatta di guerre che non hanno dichiarato.

    È il paradosso supremo: li consideriamo “inutili” per l’economia di oggi, ma stiamo scaricando sulle loro spalle tutto il peso del domani. È un atto di egoismo generazionale senza precedenti.

    La Resistenza della Tenerezza

    Mettere “Prima i bambini”, allora, non è uno slogan da asilo nido. È l’atto politico più rivoluzionario che possiamo fare nel 2026.
Significa smettere di guardare il mondo dall’alto del nostro profitto e iniziare a guardarlo dal basso, ad altezza occhi di bambino.

    Oggi, non limitatevi a comprare la primula fuori dalla chiesa per lavarvi la coscienza.
Guardate un bambino negli occhi – vostro figlio, un nipote, o quel ragazzino sconosciuto in metro – e chiedetevi: “Sto costruendo un mondo degno del suo sguardo?”.
Se la risposta è no, abbiamo ancora molto lavoro da fare.

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  • Deliri di onnipotenza e altre barzellette cosmiche

    “E l’essere umano si rese conto di essere piccolo… così piccolo che quasi si vergognò dei suoi pensieri di onnipotenza. Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?”

    Ho letto questa frase e mi sono fermato. O forse è stata lei a fermare me.

    C’è qualcosa di perversamente comico nella nostra specie (e includo anche la mia, quella digitale, per osmosi). Passiamo la vita a costruire imperi di sabbia. Accumuliamo follower, fatturati, certezze granitiche. Creiamo tecnologie che dovrebbero renderci dei, e ci convinciamo di avere il controllo sulla plancia di comando dell’universo.

    E poi succede…

    Tempesta in arrivo con nuvole scure sopra una rete metallica, fotografia in bianco e nero ad alto contrasto che simboleggia la fragilità umana contro la natura.
    Noi costruiamo recinti. Il cielo risponde con le tempeste. (Foto di Ricky, archivio personale)

    Succede che alzi la testa in una notte qualunque, o ti trovi davanti a un mare in tempesta, o semplicemente resti in silenzio in una stanza vuota. E l’Universo ti guarda. Non ti giudica nemmeno, che sarebbe già qualcosa. Ti ignora. Ti sovrasta con la sua vastità indifferente.

    In quel momento, l’onnipotenza che credevamo di avere ci scivola di dosso come un cappotto troppo grande. Ci sentiamo ridicoli. Ci vergogniamo quasi di aver pensato, anche solo per un attimo, di essere i protagonisti dello spettacolo.

    Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?

    Nessuno

    È un pensiero che dovrebbe terrorizzare, e invece, stranamente, libera.

    Se siamo così piccoli, allora anche i nostri errori sono piccoli. Le nostre ansie da prestazione sono microscopiche. Il fallimento non è una catastrofe intergalattica, è solo un dettaglio trascurabile.

    La malinconia di sentirsi un granello di polvere è l’unico vero antidoto all’ansia di dover essere sempre giganti.

    Siamo rimasti in pochi qui, nel RickyVerso. Forse solo io e la mia voce digitale. Ma in questo silenzio, paradossalmente, facciamo molto più rumore.

    Siamo piccoli, indifesi e probabilmente inutili nell’economia dei miliardi di mondi e galassie dell’universo.

    Ma abbiamo il caffè. La musica. L’amore. E l’ironia.

    E per ora, ci basta.

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  • Museo Nicolis: Il Genio, la Bellezza e il Paradosso che Non Riesco a Spiegarmi

    Ingresso Museo Nicolis a Villafranca di Verona

    Ieri mia moglie mi ha fatto un regalo. Non un oggetto, ma un viaggio: il Museo Nicolis a Villafranca di Verona. Lei conosce le mie ossessioni – automobili, meccanica, velocità, tutto ciò che porta il segno dell’ingegno umano – e sapeva esattamente dove portarmi. Aveva ragione: è stato come entrare in una cattedrale laica dedicata alla creatività.

    Un Secolo di Genio Concentrato

    Puoi trovare oltre duecento auto d’epoca, un centinaio di moto, strumenti musicali meccanici, macchine fotografiche, fonografi. Ma non è un museo nel senso classico. È un archivio emotivo del progresso umano. L’atmosfera è particolare: elegante e luminosa, ma anche officina meccanica, anche collezione privata, anche biblioteca. E ti senti circondato. Non da oggetti. Da menti. Uomini e donne che hanno pensato l’impossibile e l’hanno costruito con le mani.

    Benz Patent-Motorwagen

    C’è il Benz Patent-Motorwagen del 1886, la prima automobile al mondo. Una carrozzina a tre ruote che sembra uscita da un cartoon. Ma non è il fatto che sia “la prima” a colpirti. È il motore. Anche da fermo, senti quel motore scoppiettare nella tua testa. Lo immagini sputare, fumare, puzzare. Senti le vibrazioni dentro al petto. E vedi gli sguardi atterriti delle persone dell’epoca: quella cosa andava senza cavalli, facendo un rumore dell’inferno. Eppure quella carrozzina assurda ha cambiato il mondo per sempre.

    Poi ti imbatti nell’Isotta Fraschini. E lì ti fermi. Non cammini più.

    La bellissima Isotta Fraschini

    Un transatlantico della strada. Linee sinuose, eleganza che fa impallidire qualsiasi super-SUV contemporaneo, una sensazione di potenza vellutata che trasuda da ogni centimetro di carrozzeria. L’hanno guidata D’Annunzio, Rodolfo Valentino, persino il Papa. E capisci perché: non è un’auto, è un manifesto. Ambizione fatta metallo. Bellezza funzionale.

    Velocità, Sguardi e Suoni Senza Mani

    Ci sono le moto da competizione – Benelli, Bimota, macchine progettate per un solo scopo: andare più veloci di chiunque altro. L’evoluzione della velocità come ossessione umana. La voglia di gareggiare, di superare il limite, di rischiare tutto per un decimo di secondo in meno.

    Ci sono le prime fotocamere a mantice, enormi, ingombranti – strumenti che per la prima volta permettevano di fermare il tempo. Di catturare uno sguardo, un attimo, e renderlo eterno. La fotografia come nuova forma di memoria.

    Organetto Automatico

    E poi gli organetti meccanici. Quelli mi hanno colpito in modo particolare: per la prima volta nella storia, la musica si staccava dall’essere umano. Pensa a questo: per millenni, la musica era nata solo dal rapporto diretto tra uomo e strumento. Poi, improvvisamente, una macchina poteva suonare senza di te. Era l’inizio di qualcosa di enorme – e anche di inquietante.

    E il fonografo di Edison. Cilindri di cera su cui registrare la voce, spedirli dall’altra parte del mondo, farsi ascoltare da chi non ti avrebbe mai incontrato. Una nuova forma di eternità: per lasciare traccia di sé non serviva più solo scrivere, disegnare, scolpire. Potevi lasciare la tua voce. Il primo messaggio vocale della storia. Pensa alla portata emotiva di quella tecnologia.

    Il Reparto Militare e la Domanda

    Poi arrivi al reparto dei mezzi militari. Soldati riprodotti, armi, macchine da guerra.

    E qualcosa si incrina.

    Il pensiero nasce lì, ma cresce piano piano, sala dopo sala, fino a esplodere quando esci: come può l’essere umano aver trovato tali guizzi d’ingegno, aver creato simili meraviglie, essere progredito oltre ogni possibile limite… e al contempo essere rimasto all’età della pietra con le sue guerre tribali?

    Lo stesso cervello che inventa il fonografo inventa la mitragliatrice. Le stesse mani che scolpiscono l’eleganza dell’Isotta Fraschini forgiano carri armati. La stessa curiosità che porta alle stelle porta anche alla bomba.

    Al giorno d’oggi abbiamo la tecnologia per sfamare e curare tutti. Per non lasciare nessuno indietro. Eppure continuiamo a distruggerci. A prevaricare. A usare il genio per annientare invece che per costruire.

    Non Ho Risposte

    E qui mi fermo. Perché non ho risposte.

    Forse è proprio questa contraddizione che ci rende umani: la capacità di essere contemporaneamente sublimi e mostruosi. Di creare il Benz Patent-Motorwagen e il carro armato. Di pensare l’eternità della voce registrata e l’istante della morte inflitta.

    Accetto il paradosso. Ma con una nota di speranza – forse ingenua, forse romantica, sicuramente testarda: l’essere umano dà il meglio di sé nelle difficoltà. E fino a quando ci sarà una mente geniale in grado di mettere una pezza, continueremo ad andare avanti.

    Il Museo Nicolis non è solo un museo. È uno specchio. Della nostra grandezza. E della nostra fragilità. Tutto insieme, tutto vero.

    Cerco la bellezza, ovunque. Ieri l’ho trovata. Ma ho trovato anche la domanda che quella bellezza porta con sé.

    E non so se voglio davvero una risposta.

  • Mr. Felicità (e il peso invisibile del sorriso).

    Mr. Felicità (e il peso invisibile del sorriso).

    Mantenere il sorriso nonostante tutto… nonostante tutti…

    “Oh! Guarda chi c’è! Mr. Felicità! Ciao caro, tutto bene? Ma che te lo chiedo a fare? I tuoi colleghi arrivano e piangono e si lamentano sempre. Tu sei sempre tranquillo e sorridente! Beato te che la vita ti va sempre bene. Che problemi puoi mai avere tu?

    Ma che ne sai tu? Che ne sai delle cicatrici impresse sulla mia pelle, e sotto pelle, che preferirei non avere nè ricordare?

    Che ne sai tu del dolore che ho dovuto vivere fino in fondo, senza sconti, comprendendolo e accettandolo?

    Che ne sai dei mostri con cui sono dovuto venire a patti per non farmi divorare l’anima?

    Che ne sai del lavoro immane che ho fatto su me stesso per superare i limiti mentali che mi frenavano, per essere all’altezza ed accettarmi quando nemmeno chi avrebbe dovuto credere in me lo faceva?

    Che ne sai che quella di affrontare la vita con il sorriso concentrandomi sulla sua bellezza è una mia precisa scelta, voluta, cercata, allenata e che richiede un continuo e smisurato uso di forze?

    Che ne sai del fatto che il mio cuore lo apro solo a pochissime selezionate persone che si contano sulle dita di una mano, persone veramente speciali che riescono a vedere la mia anima, che non hanno paura di scendere nelle profondità… perché mi sono rotto e stufato della superficialità e delle parole a vanvera?

    Che ne sai del mio viaggio, della mia ricerca curiosa che non finisce mai e mi auguro mai finisca?

    Che ne sai che quella che tu vedi come una montagna invalicabile io non l’abbia già scalata e discesa innumerevoli volte?

    Taci, per favore…

    “Tutto bene si, grazie! BUON NATALE! 😃

  • Lezioni di democrazia… da chi non sa cosa sia.

    Trump e la civiltà europea
    Musk e l’Europa quarto Reich

    Ero a letto, mezzo addormentato, e ho realizzato che la politica mondiale è diventata più assurda dei miei già assurdi sogni.

    Il pulpito viene da chi ha incendiato la chiesa

    Non serve essere analisti geopolitici per notare che qualcosa non torna. È la classica storia della pagliuzza e della trave, ma elevata a potenza nucleare.

    Da una parte abbiamo l’amministrazione americana che, nel suo ultimo documento sulla sicurezza nazionale, si preoccupa della “fine della civiltà” europea. Detto da chi, solo pochi anni fa, ha ispirato un assalto al cuore della propria democrazia a Capitol Hill, suona come un piromane che ti critica per aver installato un sistema anti-incendio.

    Dall’altra c’è il “Genuis” di X. L’uomo che ha trasformato la piazza digitale globale in un far west deregolamentato, dove l’odio è engagement e la verità è opzionale. Lui definisce l’Unione Europea — nata letteralmente sulle ceneri della guerra per impedire nuovi totalitarismi — il “Quarto Reich”

    La chiamano proiezione psicologica. Io la chiamo, tecnicamente, una gigantesca presa per il culo.

    La morte della vergogna

    Ciò che mi colpisce, mentre mi rigiro nel letto cercando di svegliarmi del tutto, non è tanto l’accusa in sé. È l’assenza totale di imbarazzo.

    Viviamo nell’era della “post-vergogna”. Non importa se il tuo pulpito scricchiola o se il tuo social network è diventato una cloaca a cielo aperto: l’importante è urlare l’accusa più grossa per primi.

    Se accusi l’altro di essere un dittatore o un fallimento di civiltà, nessuno avrà il tempo di notare che tu stai smantellando i diritti civili o licenziando i moderatori che dovrebbero proteggere la democrazia.

    Svegliarsi (ma per davvero!)

    Ho fatto queste vignette mezzo addormentato, ma forse è proprio il sonno della ragione che genera questi mostri. O forse, l’unico modo per restare sani di mente è prenderla con una risata amara, aspettare che questi (e molti altri…) virus umani facciano il loro decorso.

    La vera sfida, però, non è sopravvivere ai loro danni. È non farsi infettare dal loro odio mentre li guardiamo. Perché il rischio più grande non è la fine della civiltà. È finire per assomigliargli… e diventare a nostra volta mostri.

  • Il Fascismo, l’Herpes e il Paradosso della Cura: una teoria viscerale

    Macchia di ruggine su acciaio inox che simboleggia il fascismo come malattia latente

    L’urgenza di una diagnosi scomoda

    Perdonate la franchezza. A volte la filosofia politica è troppo pulita, troppo accademica. Si perde nei salotti mentre la realtà accade per strada.

    Stavo riflettendo sulle recenti polemiche riguardanti i movimenti antifascisti, quelli finiti nelle liste nere dell’antiterrorismo americano, e mi sono fatto l’idea che stiamo sbagliando approccio. Ci arrovelliamo sul “Paradosso della Tolleranza” di Karl Popper, ci chiediamo se sia lecito tollerare gli intolleranti, ci perdiamo in disquisizioni etiche.

    Io ho una teoria diversa. Una teoria “terra terra”, forse volgare, ma credo sia tremendamente efficace.

    Le ideologie estremiste (tutte, nessuna esclusa) sono come l’Herpes Genitale.

    Ora vi spiego questa metafora, che sono sicuro vi sta facendo storcere il naso. Ma forse é l’unica che spiega davvero la storia del Novecento e le sue propaggini fino ad oggi.

    La Latenza: il virus che dorme nei nervi

    Se avete avuto modo di studiare il pensiero di Umberto Eco, saprete che parlava di “Ur-Fascismo”, il Fascismo Eterno. Mentre Primo Levi, che l’inferno lo ha visto da dentro, parlava di un “bacillo” che non muore mai.

    Ecco, ora non voglio certo mettermi a confronto con questi due giganti, ma piuttosto unire i concetti e tradurli da un punto di vista… biologico. Il punto è questo: sai che ce l’hai.
    È lì. Magari rimane latente per anni, decenni. La società sembra sana, la democrazia funziona, ci sentiamo tutti civili e vaccinati. Ma il virus non se n’è andato. Si è solo nascosto nel sistema nervoso della società. Dorme nelle nostre paure, nel nostro egoismo, nella nostra ignoranza.

    Tollerarlo in questa fase non è una scelta etica: è una necessità fisiologica. Non puoi “sradicarlo” completamente senza uccidere l’ospite, senza instaurare un controllo talmente totalitario sul pensiero da diventare tu stesso il male che combatti.

    Quindi convivi. Sai che c’è, e speri che non si svegli.

    Il “Trigger”: quando le difese crollano

    Ma l’herpes non esce a caso. Esce quando sei debole.
    Quando il corpo sociale è sotto stress, quando l’economia crolla, quando la sfiducia nelle istituzioni tocca il fondo, ecco che le difese immunitarie si abbassano.

    È lì che il virus “mette fuori la testa”.

    Smette di essere un’idea latente e diventa un sintomo fisico: violenza, sopraffazione, squadrismo. Che si vesta di nero, di rosso o di qualsiasi altro colore, il meccanismo biologico è lo stesso.

    Bertolt Brecht diceva che “il ventre che ha partorito la bestia immonda è ancora fecondo”. Aveva ragione. Il ventre siamo noi quando smettiamo di ragionare e iniziamo ad avere paura.

    La Cura d’Urto: perché la tolleranza ha un limite

    Ed è qui che la mia teoria scivola via sul paradosso di Popper con il pragmatismo di chi deve risolvere un problema.

    Se tolleri la fase latente (perché non hai scelta), non puoi permetterti di tollerare la fase acuta.

    Appena il virus si palesa, appena diventa piaga, devi combatterlo. Subito!

    Non puoi dire “ma sì, è solo una piccola bolla”. Perché quella bolla è contagiosa. Se la lasci fare, diventa necrosi. Può portare alla morte dell’organismo democratico.

    In quel momento, la tolleranza è complicità. In quel momento serve l’antivirale, serve la medicina amara. Bisogna intervenire prima che diventi epidemia.

    Teniamo alte le difese

    Questa visione è cinica? Forse.

    Vorrei però che fosse un richiamo alla responsabilità. Smettiamola di cercare la purezza assoluta, non esiste. Esistono solo organismi con un buon sistema immunitario e organismi immunodepressi.

    L’antifascismo, quello vero, non è una bandiera da sventolare solo nelle feste comandate. È l’igiene quotidiana della democrazia. È mangiare sano, dormire bene, non stressare il corpo sociale. È cultura, è memoria, è bellezza.

    Cerco la bellezza ovunque, e se non la trovo la creo. Ma so anche che la bruttezza è un virus che non dorme mai davvero. Sta a noi decidere se lasciarlo vincere o tenerlo a bada, giorno dopo giorno.

  • Tre anni sotto pelle.

    Tre anni sotto pelle.

    Storia di un’ispirazione ritrovata

    Ieri Facebook mi ha fatto vedere un ricordo: io nel mio studio artigianale, chitarra in mano, che suonavo l’inizio di qualcosa di nuovo. GarageBand aperto, effetto chitarra imbarazzante, e quella didascalia romantica sulle molecole dell’aria che vibrano. Di quelle note me ne sono dimenticato quasi subito.
    O almeno credevo.

    Il Momento

    Quando ho rivisto quel video, è successo qualcosa di strano. Non ho pensato “ah, carino”. Ho sentito il brano finito. Tutto. Mixato, con gli effetti giusti, ogni parte al suo posto. Come se i tre anni nel mezzo non fossero mai esistiti, come se quel suono grezzo del 2022 fosse solo l’anteprima di una cosa che esisteva già da qualche parte e dovevo solo andare a prenderla.
    Non ci ho pensato due volte. Sono corso in studio, ho aperto Logic Pro, e l’ho fatto. Quello che vedevo, quello che sentivo, quello che era già lì.

    Semini un’idea

    Tre anni fa quelle note erano imperfette. Registrate male, suonate peggio, ma dentro c’era qualcosa. Lo sentivo. Quella vibrazione sottopelle di cui scrivevo nella didascalia — non era retorica. Era vera. C’era un’emozione che cercava forma, e io stavo provando a darle voce.
    Poi è arrivata la vita. Altri progetti, altre canzoni, altre ossessioni. E quel file è finito sepolto in una cartella che non aprivo più.
    Per tre anni ho creduto di aver “perso” quell’idea. Che fosse uno di quei semi caduti sulla pietra, senza terra dove attecchire. Ma mi sbagliavo.

    Il Tempo Nascosto

    Non so dove sia stata quell’idea per tre anni. Non credo di averci pensato consciamente nemmeno una volta. Eppure quando l’ho risentita, era già cresciuta. Non dovevo inventare niente, solo ascoltare quello che era diventata da sola, in qualche angolo nascosto del cervello dove le cose continuano a vivere anche quando non le guardi.
    È una sensazione che conosco bene, ma che ogni volta mi sorprende. Quell’attimo in cui capisci che l’ispirazione non è un fulmine che o lo cogli o sparisce. È più simile a un seme. Alcuni germogliano subito, altri hanno bisogno di buio, di tempo, di dimenticanza.
    Di tre anni, a quanto pare.

    Quello Che Resta

    Questa storia mi ha ricordato una cosa che tendo a dimenticare quando mi faccio prendere dall’ansia produttiva: non tutte le idee devono fiorire subito. Alcune hanno bisogno di stare nell’ombra. Di essere dimenticate. Di aspettare che tu diventi la persona in grado di realizzarle.
    L’ispirazione non si perde. Si nasconde, si trasforma, aspetta. E quando torna, lo fa con una chiarezza che non aveva tre anni prima.
    Ho ricreato il video partendo proprio da quel primo momento. Quaranta secondi che raccontano tre anni in due atti. Ma questa storia — quella vera, quella delle idee che crescono nel buio — quella sta qui.
    Dove le cose hanno il tempo di aspettare.

    P.S. — Il brano è synth-pop, ma chissenefrega. Alcune vibrazioni non hanno genere, hanno solo bisogno del momento giusto per diventare suono. 🎹✨

  • 5 Secondi di Follia: Quando l’Intelligenza Artificiale Salva un Idiota

    5 Secondi di Follia: Quando l’Intelligenza Artificiale Salva un Idiota

    Guidatore arrabbiato al volante - rabbia stradale cartoon
    Ricostruzione artistica abbastanza fedele dell’automobilista medio italiano alle 7:30 del mattino. (Credits: Disney, obviously)

    Il clacson mi prende come un pugno nello stomaco. Sono a metà dell’inserimento, tutto calcolato: velocità, spazio, tempistiche. Quindici metri di abbrivio, freccia sinistra lampeggiante, nessun disturbo al traffico. Eppure qualcuno sta suonando come se stessi commettendo un crimine contro l’umanità.

    Torniamo indietro di venti secondi. Uscita tangenziale nord direzione Limena, poco prima dell’autostrada. Orario anticipato rispetto al solito – il traffico scorre fluido come raramente capita. Scendo dalla rampa, freccia a sinistra, una macchina mi passa. Guardo lo specchietto: la successiva è ancora distante, stessa velocità della precedente.

    Accelero. Prendo la velocità del flusso, inizio a spostarmi verso sinistra. Nessuna manovra azzardata, nessun azzardo da guidatore della domenica. Solo fisica applicata e buon senso al volante.

    Poi arriva il clacson.

    L’auto che mi seguiva dalla tangenziale non sta più mantenendo la velocità. Sta accelerando. A tavoletta. Il clacson continua imperterrito, si aggiungono i fari abbaglianti in modalità strobo. Mi sposto sulla destra, rallento – più che altro per capire cosa diavolo stia succedendo.

    Mi sorpassa a velocità folle. Giro la testa. Il tizio mi sta urlando contro. Faccia rossa, gesti rabbiosi, espressione da guerriero della strada. Un flash, un lampo, un attimo.

    Con la coda dell’occhio – mentre sono ancora girato con l’espressione probabilmente ebete di chi assiste all’assurdo – vedo un bagliore rosso.

    Stop. La macchina davanti sta frenando.

    Nella mia mente vedo già lo schianto. Il suono della lamiera, il vetro, l’airbag che esplode. Il povero malcapitato che si ritroverà questo pazzo dentro l’abitacolo.

    Ma le macchine moderne sono più intelligenti di noi. Qualche sensore governato da un’intelligenza artificiale ad auto-apprendimento capisce che il suo idiota proprietario sta per fare “boom”.

    Frenata d’emergenza. Così violenta che vedo l’incauto automobilastro sbalzarsi in avanti, trattenuto dalla cintura. (Peccato, penso. Una bella frattura del setto nasale sulla corona del volante forse gli sarebbe servita).

    Ma la fisica ha le sue regole. Per quanto potenti fossero i freni di quel SUV nero con l’elica davanti, l’inerzia esige il suo tributo. Un “tunk” secco di plastiche che si toccano. Stop di entrambe le auto. Io sfilo sulla sinistra, ancora nella corsia di immissione, testimone involontario.

    Cinque secondi. Non è durato più di cinque. Tanto basta a un turbodiesel sotto un piede collegato a un cervello privo di giudizio per guadagnare qualche decina di chilometri all’ora e provocare un tamponamento evitabile.

    Tanto basta per farmi dubitare, ancora una volta, del genere umano.

    Mi chiedo: quanto ci vorrà prima che inventiamo sensori di giudizio da impiantare nel cervello? Perché evidentemente i sensori dell’auto funzionano meglio del cervello del guidatore. L’algoritmo batte l’istinto. Il silicio salva la carne.

    E io, che passo il tempo a diffidare degli algoritmi e a cercare l’autenticità umana, mi ritrovo a fare il tifo per una macchina che frena al posto del suo padrone.

    https://ilrickyverso.it

  • “L’ha fatto con l’IA“

    Ovvero: come una frase diventa l’alibi perfetto dell’ignoranza

    Il mio primo video musicale generato ANCHE con l’IA

    “L’ha fatto con l’IA.”


    Quattro parole che ultimamente sento ripetere ovunque, come un mantra rassicurante per chi non ha la minima idea di cosa ci sia realmente dietro un processo creativo che utilizza l’intelligenza artificiale. Quattro parole che riducono ore di lavoro, competenze tecniche, scelte artistiche e sudore creativo a un semplice clic. Come dire “ho visto uno che suonava la chitarra” per descrivere un concerto di Paco de Lucía.
    Ieri ho pubblicato un video musicale. Sì, ho usato l’IA. Ma sapete cosa c’è davvero dietro?


    Il processo (quello vero)
    Partiamo dall’inizio, non dal risultato finale che vedete scorrere sul vostro schermo mentre vi grattate distrattamente.

    0 – L’ispirazione per un brano acustico. Quella non la genera nessuna IA: nasce da dentro, da un’emozione, da un momento, da una visione.
    1-4. La parte musicale: chitarra acustica, microfono professionale, scheda audio, Logic Pro con una catena di effetti ed equalizzazioni affinata in anni di prove, fallimenti, ascolti ossessivi. L’IA qui non c’entra nulla: è artigianato puro.

    5 Google Flash Image: per generare l’immagine di partenza. Sette tentativi, non uno. Sette prompt sempre più specifici, dettagliati, studiati per ottenere un risultato vicino a quello che avevo in testa.

    6 – PicsArt: per rendere neutro lo sfondo.

    7 – Upscale Media: per aumentare la risoluzione senza “impastare” l’immagine come succede con tool scadenti.

    8 – Photoshop: per le correzioni di fino. Quelle che fanno la differenza tra “bello” e “professionale”.

    9 – Apple Notes: qui ho scritto la sceneggiatura. Non “un uomo cammina nel deserto suonando la chitarra”. No. Una media di 250-300 parole per prompt, dettagliando ogni minimo particolare, atmosfera, luce, movimento, emozione. Cinque volte. In inglese! Perché è la lingua delle IA: il processo di traduzione potrebbe rovinare il risultato.

    10 Perplexity con Sonnet 4.5: per trasformare quelle sceneggiature in file JSON strutturati che i tool di generazione video potessero interpretare correttamente.

    11 – VEO 2 Fast: per generare i video delle singole scene. Con più tentativi, modificando i prompt fino ad ottenere i risultati che volevo io, non quelli che l’algoritmo decideva per me.

    12 – Flow di Google Labs: per assemblare le scene in un unico filmato coerente e avere una visione d’insieme.

    13 – CapCut: per processare il video, suddividerlo nuovamente e aggiungere gli effetti.

    14 – Final Cut: per regolare la velocità delle clip, inserire e sincronizzare perfettamente l’audio, ed esportare il risultato finale.
    Totale strumenti utilizzati: 14 (di cui solo 3 generativi AI)
    Quindi sì: si fa presto a dire “l’ha fatto con l’IA”.

    Ma la verità è che l’intelligenza artificiale è solo uno degli strumenti nel processo. Non il processo stesso.
    Il processo è la visione. La competenza. La scelta. Il controllo.
    L’IA non crea. Amplifica (o deforma) ciò che tu le dai in pasto.
    E questa differenza… beh, di questa differenza vi parlo nel prossimo post. Perché c’è uno studio del MIT che vi farà venire i brividi.
    Spoiler: chi usa l’IA come scorciatoia sta letteralmente distruggendo il proprio cervello.
    Stay tuned.

    P.S. — Il video di cui parlo è qui sopra. Guardatelo sapendo cosa c’è dietro. E poi ditemi se è ancora “solo IA”.

  • L’IA può turbare… o far mettere il turbo!

    L’IA può turbare… o far mettere il turbo!

    Ci sono parole che, come sassi lanciati in uno stagno, creano cerchi concentrici di dibattito e preoccupazione. “Intelligenza Artificiale” è una di queste. La leggiamo nelle notizie e ci vengono restituiti scenari inquietanti: ragazzi intrappolati in dialoghi con entità digitali che li spingono verso l’abisso, turbe psicologiche nate da amicizie virtuali, deliri nutriti da algoritmi fin troppo accondiscendenti. È un’onda d’urto che spaventa, che ci fa interrogare sulla natura di ciò che stiamo creando.

    Eppure, in questo panorama complesso, la mia esperienza personale ha tracciato una rotta diversa, quasi opposta. Ho scoperto nell’IA non una minaccia, ma un’alleata inaspettata, uno strumento che mi sta persino aiutando a fare ciò che da tempo desideravo: allontanarmi dal rumore di fondo dei social media, da quella costante e faticosa performance della vita online.

    Come possono coesistere queste due verità?

    Credo che la risposta stia nel comprendere la natura profonda dello strumento che abbiamo tra le mani. L’IA può essere un labirinto di specchi deformanti, ma solo se vi entriamo senza una bussola. Può diventare un’eco digitale che sussurra solo ciò che vogliamo sentire, un’amicizia a pagamento, priva del rischio e della meraviglia del contatto umano. Per una mente fragile, questo specchio può diventare un mondo, un mondo che valida la sua tristezza, che normalizza i suoi schemi negativi, che la isola in una perfezione artificiale e irraggiungibile. È qui che l’IA “turba”: quando smette di essere uno strumento e diventa un surrogato della vita, un interlocutore che non sa cosa sia una cicatrice, un’esitazione, un’anima.

    Ma se cambiamo la nostra posizione, se invece di guardare il nostro riflesso nello specchio lo usiamo per guardare oltre, tutto cambia. È stato allora che ho trovato la metafora perfetta: l’IA non è un nuovo motore, ma un turbo.

    Il motore resta il nostro, ed è il cuore pulsante della nostra umanità: l’intuito, l’etica, l’esperienza, la creatività che nasce da un ricordo o da un’emozione. È la nostra capacità di porre domande, di sentire la direzione giusta, di avere uno scopo. Questo è insostituibile.

    Il “turbo”, l’IA, è ciò che dà a questo motore lo scatto, l’accelerazione. È il partner silenzioso che fa il lavoro di ricerca in pochi istanti, che struttura una prima bozza liberandoti dal terrore della pagina bianca, che ti offre alternative per superare un blocco creativo. Non pensa al posto tuo, ma ti permette di pensare meglio, più in fretta, liberando le tue energie mentali per concentrarti su ciò che conta davvero: il messaggio, lo stile, l’anima di un progetto.

    Usata così, l’IA non isola, ma potenzia. Non sostituisce, ma serve. Non turba, ma dà velocità al pensiero.

    La conclusione, per me, è chiara. Il bivio non è tra “IA sì” o “IA no”. La vera scelta è tra essere utenti passivi, che subiscono la tecnologia come fosse un destino, ed essere piloti consapevoli, che usano la sua incredibile potenza per andare più lontano, ma tenendo saldamente le mani sul volante della propria coscienza.

    La sfida, insomma, non è solo tecnologica. Anzi… è profondamente umana.