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  • Ho smesso di cercare le nuvole. Ho iniziato a respirarle.

    Siamo tutti ossessionati dal cercare “spazio”.

    Cerchiamo spazio sul cloud per le foto, spazio in agenda per gli appuntamenti che non vogliamo fare, spazio in casa per oggetti che non usiamo. Siamo diventati bravissimi a ottimizzare i vuoti.

    C’è solo un piccolo problema: nel frattempo, andiamo in apnea.

    Ho scritto questo nuovo brano, “LUNGS”, partendo proprio da questa sensazione di soffocamento digitale.

    Il brano sarà disponibile su tutte le piattaforme da questo venerdì, 9 gennaio, ma oggi volevo raccontarvi il perché, prima ancora del come.

    Quando le parole tolgono ossigeno

    A volte un testo è di troppo. Le parole definiscono, chiudono, recintano.

    Io avevo bisogno di “aria”. Volevo un brano che suonasse come una finestra spalancata all’improvviso in una stanza chiusa da giorni. E mi sono risuonate alcune note che avevo registrato tre anni fa, così, come piccolo esercizio stilistico.

    Ho preso la chitarra, ho cercato quel suono clean ma graffiante (un po’ alla Joe Satriani quando decide di essere melodico e meno alieno) e ho iniziato a farle risuonare con un’idea fissa: libertà.

    Niente muri di suono compressi, niente virtuosismi inutili. Solo note che hanno lo spazio fisico per espandersi.

    Perché un cubo e non due polmoni?

    Per la copertina avrei potuto scegliere la via facile: una foto stock di un cielo azzurro, o peggio, un’illustrazione anatomica di due polmoni (che avrebbe fatto molto reparto di pneumologia, diciamocelo).

    Invece ho scelto un cubo.

    Guardatela bene. C’è una nuvola intrappolata – o forse generata – da un solido perfetto. È la sintesi della nostra condizione: la nostra libertà (le nuvole) oggi vive spesso dentro scatole digitali (il cubo, lo schermo, il server).

    Ma la musica ha questo potere strano: se è sincera, rompe la geometria. Esce dai bordi.

    ⏳ Un appuntamento con il tuo ossigeno

    LUNGS” è un esercizio di respirazione di 3 minuti che si é sbloccato stamattina.

    Cuffie, occhi chiusi, play.

    👇 Ascolta “LUNGS” nella tua App musicale preferita (Spotify, Apple Music, YouTube ecc)):

    P.S. Quando il mondo corre, noi ci fermeremo a respirare. Ci state?

  • Ci fregano sempre con le parole.

    Vacanze: evasione dalla prigione del quotidiano o libertà vigilata?

    C’è un inganno sottile nel modo in cui parliamo di vacanze. Usiamo parole da latitanti – “scappare”, “evadere”, “fuggire” – che hanno più il sapore del ferro che della salsedine.

    Ma perché usiamo un vocabolario da criminali? Sembra quasi che la nostra vita sia una prigione da cui fuggire e non un’esistenza da abitare. È come se l’ordinario fosse una condanna da scontare dietro sbarre fatte di doveri e divieti, e la spiaggia diventasse una breve, illusoria libertà vigilata.

    Forse è arrivato il momento di cambiare vocabolario, e con esso la prospettiva.

    Non più scappare, ma scegliere un tempo diverso.

    Non più evadere, ma respirare a pieni polmoni.

    Non più fuggire, ma ritrovarsi.

    Perché se la vacanza è l’espressione massima della libertà, allora il resto dell’anno non può essere prigionia. Dovrebbe essere l’allenamento costante a quella libertà. Solo così possiamo imparare a trovare una crepa anche nel lunedì più denso, un frammento di tramonto anche nella luce artificiale di un ufficio.

    Altrimenti la verità è una sola: non siamo persone in vacanza, ma carcerati con il biglietto del treno in tasca.